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Finestra sull'Europa Rubriche

Una storia di ordinaria politica linguistica

Catalogna

Barcellona, 11 dicembre 2020: una ristoratrice italiana, Michela, giunge di buon mattino al ristorante che gestisce nel centro della città. Quando raggiunge la Pizzeria Marinella, l’attende una amara sorpresa: ai lati della porta due scritte con spray nero: “33 Parla català o emigra”(33 Parla catalano o emigra) e “En Catalunya en català” (In Catalogna in catalano). Insomma, ordinaria politica linguistica catalana.

La “colpa” di Michela risale a un episodio avvenuto nel suo ristorante il 4 di dicembre: un cliente abituale si reca al Marinella a ritirare un ordine, lei si rivolge a lui in spagnolo ma l’uomo chiede che gli venga parlato in catalano, una lingua che Michela ancora non sa parlare. Alla stampa locale Michela racconta di voler imparare il catalano, ma che essendosi trasferita a Barcellona da pochi mesi ancora non ha la fluidità per servire un cliente. Michela chiede quindi al suo cliente di potersi rivolgere a lui in spagnolo, scusandosi per non poterlo fare in catalano, ma l’uomo non è contento e insiste: in Catalogna si parla catalano. Michela poi, cerca di venire incontro al cliente e gli dice di provare a parlarle in catalano, ma più lentamente, in modo che possa capirlo. La tensione però aumenta perché altri commensali, vista la scena paradossale, si avvicinano per difendere la titolare della pizzeria. 

Il cliente va via senza ritirare quanto ordinato. Sembra finita li, invece è solo l’abbrivio di una serie di episodi tra la gogna e la minaccia, culminati con le scritte apparse venerdì mattina. @Bacalla, pseudonimo su twitter dell’avventore del Marinella, pubblica una serie di tweet in cui dà la sua versione dei fatti: “non ti servono in catalano e, se osi lamentarti, si offendono e rimani senza pizza”. Potrebbe finire così: un malinteso, un cliente scontento che probabilmente cambierà pizzeria e una ristoratrice che ha perso un cliente e rimediando una cattiva recensione per la sua attività. Non a Barcellona, non nella Catalogna del prucès, quel fenomeno identitario di massa che vorrebbe portare la regione spagnola all’indipendenza, incurante di più della metà dei catalani di opinione diversa. 

Qui esiste una legge (regionale) sulla politica linguistica, che obbliga gli esercizi pubblici ad avere personale in grado di rivolgersi ai clienti sia in catalano che in spagnolo e impone loro di avere menù e indicazioni in catalano. Esistono anche organizzazioni, come Plataforma per la Llengua, che incoraggiano la segnalazione di aziende che non rispettano le normative linguistiche. Segnalazioni come quella del solerte @Bacalla, prontamente condivisa da più di 2.000 sodali internauti, da cui poi, nel racconto di Michela, sono derivate conseguenze assai più spiacevoli: “chiamate, tante minacce per email che mi intimavano di lasciare la Catalogna, false prenotazioni e falsi ordini e opinioni negative nei confronti del ristorante sui social”. Una vera e propria crisi reputazionale per la Pizzeria Marinella, che ha visto l’assedio del movimento indipendentista catalano aggiungersi alle difficoltà della pandemia. Sino allo stigma sulla vetrina, un’immagine che ricorda un’atra prima metà di un altro secolo vicino.

C’è un dettaglio inquietante in quelle scritte: il numero 33. Non è li a caso e ha un significato molto preciso. 33 simboleggia CC, Catalunya Catalana, come 88, in ambienti neonazisti, simboleggia HH, Heil Hitler. È una scritta che si vede sempre più spesso sui muri di Barcellona; dicono che a farla siano gli aderenti al MIC, Moviment Identitari Català, l’estrema destra catalana, una delle tante sigle del separatismo, la cui specialità sono le simpatie hitleriane, ma i cui metodi sono quelli ormai da anni in uso a gruppi e gruppuscoli di ogni colore politico, il cui comun denominatore è anelare una repubblica indipendente incastonata tra Francia e Spagna e poi magari più in la, fino alle Baleari. 

Non è un caso isolato, quello di Michela. Sono centinaia o forse migliaia gli episodi di violenza verbale, le minacce scritte con lo spray, a politici, giornalisti, artisti o semplici cittadini di parere diverso da quello dominante in certi ambienti. L’ultimo caso arrivato alle cronache è di pochi giorni prima, il 29 novembre: un negozio di biancheria intima Women’s Secret. Dinamica molto simile: una commessa si rivolge in spagnolo a una cliente, questa si lamenta prima in negozio e poi su Twitter, arrivano i retweet, gli insulti, le minacce.

Storie di ordinaria politica linguistica in Catalogna, nel 2020, nel cuore dell’Europa. Storie quotidiane di minacce, pressioni, insulti, scritte sul muro. 

2 comments

Andrea 15/12/2020 at 13:32

Auguro a Michela di continuare senza preoccupazioni, la pizza da Marinella è tra le migliori di Barcellona

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Dario Greggio 15/12/2020 at 23:51

quanto sono bestie gli umani di m#

ps: anche l’italiano però “ancora no sa parlare” 😀

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