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Complottedì Speaker's Corner

Storytelling e complessità: come ci raccontiamo il mondo, mentendo

Una bugia a cui credono tutti è una verità? Un breve manuale per imbottirsi di menzogne sul mondo, dalle ideologie alla guerra russo-ucraina, dalle grandi narrazioni ai sistemi complessi.

In quanto individui (o sistemi psichici, direbbe Luhmann) calati in un ambiente naturale e socioculturale, tendiamo a elaborare ciò che ci circonda attraverso schemi cognitivi ed euristiche che tendono a semplificare il più possibile la nostra esperienza fenomenica per ottimizzare i processi cognitivi stessi e fornirci la migliore esperienza possibile del mondo, senza “sovraccaricare” le facoltà cerebrali.

  • Dal punto di vista psicologico, ciò si manifesta in quelle scorciatoie cognitive note come bias e nella dissonanza cognitiva, che filtrano gli stimoli e il modo in cui percepiamo e processiamo al livello cosciente la realtà circostante.
  • Dal punto di vista epistemologico, poi, siamo nell’ambito del costruttivismo psicologico, ossia l’idea – altamente discutibile – per cui la realtà sarebbe un costrutto sociale o mentale e che, pertanto, il pensiero e il linguaggio ne determinerebbero i mutamenti: non esisterebbe, in questa cornice teorica, una realtà oggettiva, la quale dipenderebbe da come noi la intendiamo e pensiamo.
  • Dal punto di vista sociologico, infine, gli individui, le loro interazioni e i gruppi “costruiscono” in maniera spontanea la realtà sociale e culturale (economia istituzionalista), determinando l’insorgenza irriflessa e l’evoluzione più o meno lenta nel tempo delle principali istituzioni socioculturali (linguaggio, costume, religione, Stato, mercato, moneta ecc.) e dunque i vari sottosistemi del sistema sociale stesso.

Una lettura della realtà, sia essa storica, antropologica, sociologica o politica, è solo un’interpretazione possibile del mondo che tendenzialmente non coincide col mondo effettivo, perché ogni lettura rappresenta in modo diverso la realtà, esaltandone alcune caratteristiche a scapito di altre ed evidenziando solo alcuni processi storici, sociali, culturali, economici e politici a vantaggio della prospettiva adottata. Non credo esistano movimenti di popolo o correnti di pensiero capaci di esimersi da letture mirate del mondo (dall’autoritarismo al libertarismo, dal nazionalismo al razzismo, dal sovranismo al populismo, dal pensiero magico al pensiero mitico), e ciò non qualifica – va precisato – quella battaglia o quel gruppo necessariamente come un problema.

Certamente, però, si rende spesso necessario che un movimento assuma a sé un sistema di idee, convinzioni e visioni del mondo che, come ogni ideologia, ha in sé la più importante delle categorie del politico che già Carl Schmitt aveva rintracciato: la distinzione Freund/Feind, amico-nemico. Nella dicotomia schmittiana, su cui si fonda ogni possibile dimensione dell’agire politico (vengono subito in mente il razzismo, l’etnocentrismo e la xenofobia, ad esempio), il nemico non deve essere necessariamente moralmente cattivo, esteticamente brutto, economicamente dannoso. Egli è semplicemente der Fremde, l’”altro”, qualcosa di esistenzialmente diverso da noi, l’outgrup. E il nemico schmittiano – inteso come hostis (lo straniero da combattere) e non come adversarius o inimicus (nemico personale) – è sempre un nemico pubblico. La cosa non è casuale e il populismo ce lo ha mostrato chiaramente: individuare un nemico comune, specialmente facendo leva su paura, diffidenza e minacce esogene di sorta, è tra i metodi migliori per unificare e compattare l’ingroup.

Ora, in narratologia, una storia o un racconto hanno numerose caratteristiche, ma tre in particolare sono di nostro interesse: e cioè che ogni narrazione

  1. si fonda sul conflitto (tra personaggi, temi, simboli o gruppi);
  2. opera necessariamente una selezione che discrimina i protagonisti da tutto il resto;
  3. identifica in un eroe (individuo o gruppo che sia) il modello positivo e nuovo da contrapporre e far trionfare sull’antagonista, che incarna il vecchio o la minaccia al modello positivo/nuovo.

Quando un autore si avventura nello sviluppo dell’ambientazione e dei personaggi è come se non creasse nulla, piuttosto sceglie di raccontare una tra infinite possibili storie, la storia di quello o quell’altro personaggio tra tantissimi, pescando scientemente dal suo universo narrativo. Mille individui vivono vite virtuali nell’ambientazione dell’autore, ma solo alcuni sono scelti per essere raccontati: nel momento della scelta, vengono separati dal resto del “mondo secondario” (l’universo finzionale) e messi in risalto dallo storytelling.

La narrazione è dunque un processo di sacralizzazione (da sacer, “separato da”) dei personaggi, dell’eroe e degli antagonisti rispetto al loro mondo, che viene tendenzialmente ridotto a scenografia o rumore di fondo (anche se spesso assume ruoli attivi nella trama). D’altronde, in narratologia come in filosofia, si rende sempre necessaria una qualche contrapposizione, una qualche dialettica tra diversi (se non opposti) per produrre il nuovo, sia esso un’unità, un compromesso, una sintesi o un’alternativa.

La narrazione è dunque la scelta ponderata di raccontare uno specifico conflitto tra un protagonista e un antagonista (amico-nemico), coinvolgendo solo il pezzo di mondo utile alla storia e lasciando sullo sfondo o addirittura omettendo tutto il resto. Se gli economisti cercano di evitare il più possibile questo inconveniente, i sociologi ci sguazzano invece troppo spesso. Talmente tanto che ormai una cosa è certa: viviamo di narrazioni.

Lo storytelling che produciamo intorno a eventi, processi, comportamenti e fenomeni soddisfa tutti questi requisiti, come ogni altra narrazione umana, ed è letteralmente una distorsione o una manipolazione della realtà, necessaria a comprendere meglio quel pezzo di mondo, esattamente come le euristiche nella cognizione soggettiva. Una narrazione non è necessariamente falsa, ma è sicuramente limitata e parziale, poiché tende a trascurare la complessità delle correlazioni di un fenomeno con l’intorno: se raccontare vuol dire selezionare solo ciò che è utile alla storia, tutto il resto viene tagliato fuori come qualcosa di accessorio o di contorno.

La decisione di inserire nella narrazione solo gli elementi che servono o supportano una certa tesi, escludendo particolari che potrebbero consentire una lettura più attenta e accurata, è una fallacia logica diffusa in molta letteratura pseudoscientifica e nota come cherry picking, derivante spesso da automatismi cognitivi come il selection bias e il confirmation bias. Ciò diventa un problema nel momento in cui il racconto che ci facciamo del mondo favorisce una visione ideologica o faziosa e diverge dai dati empirici che possediamo su di esso. In tal caso non solo siamo di fronte a una dissonanza cognitiva più o meno forte, ma rischiamo di alienarci dalla realtà, convincendoci più delle nostre opinioni che delle evidenze.

Da lì a ritenere che opinioni personali più o meno fondate valgano quanto le evidenze scientifiche o i fatti accertati il passo è breve: il fenomeno per cui la verità è considerata secondaria prende il nome di post-verità (o post-truth). La post-verità è il dominio dell’arbitrio sull’evidenza ed è un fenomeno spiccato negli ultimi anni a causa della crescente diffusione di fake news e opinionismo a mezzo social, che hanno accentuato come la percezione di un problema dipenda da quanto se ne parli e da come venga raccontato. Una delle più diffuse fallacie logiche del discorso pubblico è il celebre appeal to emotion, l’appello alle convinzioni personali fatto con la retorica alla “pancia” e non con dati e analisi concrete: non è un caso, allora, se nel contesto della post-verità una notizia è accettata come vera dal pubblico non per la sua effettiva veridicità, ma sulla base di emozioni e sensazioni.

Nella storia esistono moltissime narrative: sono narrazioni il complottismo, il negazionismo, le pseudoscienze, il revisionismo, le fake news e certo storicismo. Ma anche le scienze sociali (in particolare antropologia culturale e sociologia) propongono spesso narrazioni – alla meglio imprecise, alla peggio completamente schizofreniche – della realtà esterna. Alcune delle più famose e complesse sono, ad esempio, religioni rivelate e mitologie (fondate sulla dicotomia tra bene e male, quindi conflitto amico-nemico), la propaganda e la demagogia, il materialismo storico (l’idea marxiana per cui la dialettica della storia sarebbe un incedere teleologico e deterministico verso il progresso per mezzo di continue lotte di classe), la dottrina nazifascista (che invece inquadra i fenomeni storico-sociali come lotte interrazziali), l’anticapitalismo (la società contro il mercato), il libertarismo (l’individuo contro lo Stato coercitivo) e l’interpretazione femminista radicale del patriarcato (la donna contro l’organizzazione sociale istituzionalizzata in cui gli uomini detengono potere economico e politico, l’autorità morale e il privilegio sociale e culturale).

Tali visioni del mondo, in sociologia, rientrano nel più grande panorama delle prospettive del conflitto, teorie che tentano di rileggere la storia e la società come mosse e dominate da conflitti. I teorici del conflitto assumono che la società si trovi in uno stato costante di cambiamento, in cui il conflitto è una caratteristica permanente e grazie al quale ogni momento storico viene superato “hegelianamente” per giungere alla fase successiva.

Le narrazioni, insomma, ci servono a comprendere l’intreccio degli eventi e identificare con chiarezza i ruoli giocati in un processo storico, socioeconomico, politico o culturale per poi distinguere “amico” e “nemico”, “eroe” e “cattivo”, “protagonista” e “antagonista”. Non è un caso se questa “spartizione dei ruoli” è un concetto presente, ancora una volta, nella sceneggiatura e nella narratologia: il kratos, nella teoria drammaturgica e narrativa, è infatti la gerarchia di potere tra i personaggi, necessaria per stabilire i ruoli e i rapporti verticali e orizzontali tra gli elementi narrativi. Come vedete, tutto comincia a tornare: narrazione, distinzione amico-nemico, conflitto, post-verità, selezione mirata dei fatti e complessità. Ma qual è il punto?

Molto semplice: adoriamo moralizzare tutto, anche l’aria. Scalpitiamo all’idea di fare di ogni cosa una questione di giustizia ed etica e, se di “rapporti di forza” parlano abbondantemente anche molte ideologie politiche, alla base di ogni narrativa c’è l’idea che il bene debba trionfare sul male e che gli eventi considerati negativi si possano imputare sempre, necessariamente alle azioni di qualche personaggio o elemento negativo e maligno. Insomma, identificare il nemico contro cui condurre una battaglia politica, che è poi l’esito di ogni grande narrazione sociale. Anzi, mi verrebbe quasi da dire che la narrazione stessa viene imbastita per giustificare storicamente una battaglia. Ma, va detto, se quasi sempre ciò degenera in distopie o tragedie, in alcuni casi giova comunque allo sviluppo sociale (come nel caso delle battaglie per i diritti e le libertà).

Il problema è che non sempre, in un modo complesso come quello reale, c’è qualcuno da additare. Né si può ricorrere sempre all’invenzione di un nemico astratto, intangibile e invisibile (sia esso la razza, il capitalismo, il patriarcato). Voglio essere molto chiaro: non nego l’esistenza dell’ordinamento socioeconomico che potremmo definire capitalismo o del sistema socioculturale che potremmo definire patriarcato. Nego che sia veramente utile questo genere di semplificazioni, poiché si tende a entrare così tanto nell’ottica di quella narrazione da perdere, col passare del tempo, il contatto con la realtà e dimenticarsi che il patriarcato, il capitalismo, l’ebreo, il nero o qualunque altro grande nemico rinviano a fenomeni o processi molto complessi, disomogenei, diversificati e non riducibili a una parolina. Non dimentichiamo che quelle cose non sono oggetti reali, non hanno una consistenza ontologica propria, ma sono solo concettualizzazioni astratte e linguistiche.

Potrei dire che mi parrebbe più cauto parlare di “immigrazione clandestina” (al posto di “neri”), “economia di mercato” (al posto di “capitalismo”), “mentalità/cultura post-patriarcale” (al posto di “patriarcato”, che indica un modello sociale ben preciso nella storia e che non corrisponde propriamente alla società del ventunesimo secolo), ma anche questo non coglierebbe la complessità sociale.

Le società moderne sono caratterizzate, osservava sempre il sociologo Niklas Luhmann, da una tendenza strutturale all’incremento della complessità. E un sistema complesso, nelle teorie della complessità e nella teoria generale dei sistemi, è definito come un sistema (cioè un insieme di elementi in relazione tra di loro) dinamico (in continuo mutamento), non-lineare (descrivibile cioè da un sistema di equazioni non-lineari), adattivo (resiliente e ricettivo rispetto ai mutamenti esterni), caotico (governato dalle leggi della teoria del caos), impredicibile/indeterminabile e autopoietico (le unità compositive del sistema producono autonomamente le membrane e le strutture per il suo sostentamento).

Sono sistemi complessi i sistemi fisici, i sistemi ecologici, i sistemi biologici, i sistemi cognitivi (AI, strutture nervose, cibernetica, neural network) e, appunto, i sistemi sociali. E una caratteristica fondamentale dei sistemi complessi sono le proprietà emergenti, higher order properties, ossia comportamenti che vengono esibiti olisticamente e globalmente dal sistema e che, pur essendo espressi dall’interazione caotica tra i suoi elementi, non sono riducibili alle loro proprietà locali: la coscienza è il comportamento emergente dell’attività neurobiologica del cervello, ma un singolo neurone non è cosciente.

Nei sistemi sociali, i comportamenti emergenti sviluppano strutture culturali, norme sociali, etiche, istituzioni socioculturali, prassi, costumi e sistemi di credenze, che si consolidano nel tempo secondo una trasmissione intergenerazionale e spontanea nota come path dependence. I lunghi processi socioculturali e socioeconomici che viviamo come civiltà, sostanzialmente continui e non sezionabili in processi discreti, sono molto più di una narrazione: non è possibile separare o filtrare da un processo complesso una parte utile per uno specifico storytelling, perché quella parte è indissolubilmente determinata e dipendente dal resto del sistema.

Quindi, abbiamo capito che le narrative intorno al mondo esistono per ridurre la complessità tendenziale dei sistemi sociali. Ma sono tendenzialmente scorrette perché ignorano la complessità di un sistema (e quindi mentono, perché in realtà stanno raccontando una fantasia o una verità parziale), adottano una prospettiva metodologica di carattere collettivista o classista e sono infalsificabili o impossibili da testare, perché è da folli credere di poter isolare solo alcuni processi dal loro contesto sistemico. Crediamo che una narrazione riduca la complessità di un fenomeno, quando in realtà semplifica solo il modo in cui noi modellizziamo quel fenomeno: il fatto che noi produciamo una lettura semplicistica della realtà non incide sulla realtà stessa, che è indipendente da noi; se semplifichiamo le spiegazioni del mondo, pertanto, ci stiamo semplicemente allontanando dalla sua vera comprensione, perché, mentre noi lo riduciamo a delle storie, il mondo resta complesso a prescindere da come ce lo raccontiamo.

Non tutte le narrazioni sono però sbagliate: ci raccontiamo il mondo ogni volta che spieghiamo qualche fenomeno, processo o evento, è un fatto semplicemente inevitabile. Molte narrazioni sono approssimazioni piuttosto accurate della realtà e possono essere accolte, non potremmo farne a meno: dal primo momento in cui abbiamo detto o pensato qualcosa sul mondo, la nostra vita cognitiva ha funzionato così. Questa economia cognitiva è dovuta anche alla scarsità di informazioni e alla limitata circolazione della conoscenza, che ci impedisce strutturalmente di avere una visione completa della realtà. Una narrazione, dunque, va rigettata solo nella misura in cui diverge molto dalla realtà, abbastanza da dissonare con la realtà stessa e non essere più né affidabile, né credibile, né epistemologicamente fondata. Ma che c’entra la morale?

Arrivati qui possiamo dirlo con maggior semplicità: dobbiamo cambiare paradigma e passare dalla ricerca delle colpe alla ricerca delle cause. Prima di colpevolizzare qualcuno o qualcosa in particolare, pretendendo di aver capito fenomeni multisfaccettati con analisi sommarie e schierate e con facili etichette, bisogna abbracciare la complessità di un processo, valutando le eventuali interrelazioni con altri processi. Solo così sarà possibile pervenire alle cause di un evento o di un fenomeno. E solo dalle cause, semmai, si potranno comprendere le colpe e proporre soluzioni per ridurre la complessità e incrementare la stabilità del sistema.

Le narrazioni sul mondo, sulla società e sulla storia sono solo comode semplificazioni che, nel migliore dei casi, alimentano la pigrizia cognitiva e non portano a nulla; ma nel peggiore dei casi, scatenano guerre e disastri. Lo storytelling ha infatti il difetto di essere estremamente efficace e far leva sul nostro desiderio di ridurre l’indeterminazione del mondo in ogni campo. Questo funziona in piccolo, quando vuoi negare la realtà e raccontarti una confortante bugia, e in grande, quando vuoi invadere un paese e scatenare un conflitto internazionale.

Passare frettolosamente alle colpe, all’attacco, lasciandosi trascinare dagli istinti e dagli appetiti, non gioca a favore di alcuna battaglia giusta. Raccontarci il mondo per quello che è, cioè un sistema complesso che richiede analiticità e astrazione per essere compreso, è un lavoro faticoso, impopolare, pragmatico e scomodo, ma è ciò che serve per produrre soluzioni efficaci ai problemi più difficili che esistano: quelli complessi.

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