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Le dimissioni di Peter Boghossian sono un duro colpo per la filosofia

È l’otto settembre 2021 quando il filosofo Peter Boghossian si dimette dalla Portland State University. Sceglie di farlo pubblicamente, attraverso una lettera aperta. Sceglie di farlo raccontando la propria esperienza e denunciando sui social un ambiente malsano, di odio e intimidazioni. Colpevole di aver denunciato le mancanze e i difetti oggettivi di un certo ambito accademico, quello dei gender studies e dei grievance studies, Boghossian è stato travolto da un fiume di “giustizia sociale” e politicamente corretto.

I dubbi che sorgono sono molti e le domande di difficile soluzione; tra le tante ne spicca una: cosa spinge un professore di filosofia della scienza ad arrivare addirittura alle dimissioni? Di seguito un estratto dalla lettera di Boghossian può aiutare a inquadrare meglio il problema.

“But brick by brick, the university has made this kind of intellectual exploration impossible. It has transformed a bastion of free inquiry into a Social Justice factory whose only inputs were race, gender, and victimhood and whose only outputs were grievance and division.

Students at Portland State are not being taught to think. Rather, they are being trained to mimic the moral certainty of ideologues. Faculty and administrators have abdicated the university’s truth-seeking mission and instead drive intolerance of divergent beliefs and opinions. This has created a culture of offense where students are now afraid to speak openly and honestly.

I noticed signs of the illiberalism that has now fully swallowed the academy quite early during my time at Portland State. I witnessed students refusing to engage with different points of view.  Questions from faculty at diversity trainings that challenged approved narratives were instantly dismissed. Those who asked for evidence to justify new institutional policies were accused of microaggressions. And professors were accused of bigotry for assigning canonical texts written by philosophers who happened to have been European and male.”

Un passo indietro. Chi è Peter Boghossian?

Poco conosciuto ai più in Italia, Boghossian è invece molto famoso in America. Assieme a Helen Pluckrose, scrittrice, e James A. Lindsay, matematico, il filosofo statunitense è giunto al grande pubblico grazie al cosiddetto Grievance studies affair”. Per grievance sudies (letteralmente studi di risentimento o lamentela) si intendono quegli studi riguardanti temi come il gender, il femminismo, la forma fisica, la sessualità et cetera. L’intento del trio era quello di dimostrare che numerosi studi e riviste trattanti i suddetti temi erano (e sono) caratterizzate da una grave mancanza di metodo e rigorosità e, quindi, fondati essenzialmente su fuffa ideologica.

Il piano attuato fu teoricamente semplice quanto complesso ma geniale nella messa in atto. Venti articoli totalmente folli ma ben infiocchettati, dalle premesse ridicole alle conclusioni aberranti, vennero scritti e mandati alle maggiori riviste delle settore. Al momento del coming out sulle vere intenzioni degli autori, solo sei articoli erano stati rifiutati, sette erano ancora in peer review, tre accettati ma non ancora pubblicati e ben quattro erano già pubblici. Alcuni esempi aiutano a comprendere quanto grave sia la situazione. Dei venti articoli, tre sono indubbiamente i più famosi. In primis il paper nel quale si sosteneva (tra le altre cose) che il pene fosse un costrutto sociale parzialmente causa del cambiamento climatico. Oppure un altro articolo nel quale veniva denunciata un’emergenza stupri di cani nei parchi per cani e veniva suggerito di combattere la cultura dello stupro umana educando gli uomini nello stesso modo in cui educhiamo i cani. Infine, come ultimo esempio, il loro capolavoro: un articolo nel quale è stato riscritto un capitolo intero del Mein Kampf di Hitler usando interamente il vocabolario femminista.

È chiaro quanto Boghossian, Pluckrose e Lindsay possano essere antipatici e addirittura odiati da una certa parte politicamente e ideologicamente schierata. Tuttavia se la questione fosse meramente politica i problemi sarebbero molto diversi. Inoltre il grievance studies affair non è il punto di arrivo ma solo quello di partenza.

Le dimissioni di un filosofo-professore

“I never once believed —  nor do I now —  that the purpose of instruction was to lead my students to a particular conclusion. Rather, I sought to create the conditions for rigorous thought; to help them gain the tools to hunt and furrow for their own conclusions. This is why I became a teacher and why I love teaching.”

La lettera descrive un ambiente sociale e di lavoro che è divenuto con gli anni terribilmente ostile e progressivamente invivibile. Dalle accuse di discriminazione sessuale da parte di anonimi che hanno portato a una vera e propria inchiesta nel 2017 (risoltasi con un nulla di fatto) alle voci di corridoio secondo le quali Boghossian fosse violento con moglie e figli; fino ad arrivare alle svastiche disegnate nei bagni con su scritto “Peter Boghossian is a secret nazi”.

Oltre che essere umanamente deplorevole, il grande -gigantesco- problema si lascia osservare senza troppa difficoltà dagli occhi di chi, come chi vi scrive, pensa alla scienza, alla filosofia e ancor di più all’insegnamento come a cose serie e degne del più alto rispetto intellettuale.

Quale dovrebbe essere la causa, l’onta sufficiente a giustificare una macchina dell’odio così perversa? Il fatto che Boghossian invitasse a lezione scettici del cambiamento climatico o terrapiattisti per farli esporre la loro visione del mondo e insegnare ai propri studenti a confrontarsi realmente con opinioni opposte alle proprie? O, forse, il peccato originale è stato quello di chiedere di argomentare e/o dimostrare affermazioni del tipo “l’appropriazione culturale è sbagliata“, dato che senza prove è una semplice frase come molte altre. Chissà, tuttavia un nervo scoperto è stato toccato alla base, quando Boghossian ha svolto il suo lavoro da filosofo della scienza e ha mostrato nero su bianco quanto l’ideologia avveleni questi pozzi di conoscenza; quanto i temi imbracciati e difesi a spada tratta dai social justice warriors siano trattati con superficialità intellettuale dai loro stessi promotori.

Detriti

I danni provocati da eventi come questo sono profondi e rischiano di passare inosservati. La professione dell’insegnamento viene svilita in nome di un ideale di giustizia opinabile e fallato; la filosofia e la scienza svuotate e indossate come orpelli a piacimento di un élite di soldatini armati di retorica spicciola e argomenti risicati.

Il danno ovviamente investe anche tutta quella fetta di studiosi che ai temi sociali, razziali, sessuali (et cetera) lavora con serietà. E il danno si misura nella poca attendibilità delle riviste sulle quali vengono pubblicati i loro articoli.

Danni che lasciano intorno solo detriti di conoscenza mai maturata, mai sfruttata. Detriti in nome di un’ideologia che, cieca, si è convinta di avere le domane e di avere le risposte, di aver capito il Bene e di star combattendo il Male con una scienza bieca asservita a una morale di parte, quando non addirittura malsana

La scienza che non si pone domande non è più scienza. La morale del “giusto” che si ritrae dal confronto con lo “sbagliato” non è più morale.

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