Finestra sull'Europa Politica estera

Il prontuario del Conte dimezzato

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Chi aveva letto lo sconclusionato appello di Conte alla Süddeutsche Zeitung, sapeva già che il Consiglio Europeo sul piano di ricostruzione post-pandemico si sarebbe risolto in una fumata nera. Che l’Avvocato d’Italia riuscisse a stregare la Dottoressa Merkel aizzando i vieti e consunti fantasmi della propaganda sovranista evocati dai negromanti della televisione italiana, era illusione tanto utopistica quanto l’obbligazione perpetua a tasso zero vagheggiata dal faceto Sottosegretario Castelli. Se d’ora innanzi il governo di Roma intende invece condurre il negoziato in maniera realistica, occorre sgomberare il campo da almeno due grandi autoinganni. Sempre che l’intenzione sia davvero quella di giungere a un accordo e non si sia già deciso di trascinare l’Italia fuori dall’Europa per prostituirla al Partito Comunista Cinese.

I due grandi autoinganni della politica italiana

Per cominciare bisogna dismettere le pose vittimistiche nei confronti del blocco tedesco-olandese.

Rinfacciare alla Germania l’eccessivo surplus commerciale come contrappeso alle inadempienze italiane in materia di finanza pubblica è intanto giuridicamente sbagliato, in quanto il parametro cui si fa riferimento è una raccomandazione piuttosto che una regola vincolante. In secondo luogo è economicamente superficiale, visto che la Germania ha riorientato il proprio avanzo delle partite correnti sui mercati extra-Euro (€ 141 Md. su 228 Md. nel 2018) al fine di azzerarne l’effetto perturbativo nel contesto dell’Unione Monetaria. Infine è politicamente sleale e perfino suicida, poichè le attuali proporzioni del fenomeno sono da ricondurre anche alla politica dell’Euro debole perseguita dalla BCE nell’interesse primario dell’Italia e dei Paesi del Sud in aperta contrapposizione alla filosofia economica teutonica.

Quanto all’Olanda e al suo sistema tributario, vorremmo far presente due semplici fatti. Innanzitutto che il Ministero dell’Economia e delle Finanze redige, in accordo con l’Unione Europea, una lista degli Stati da considerarsi a fiscalità privilegiata e tra questi non figurano i Paesi Bassi. In secondo luogo il fisco neerlandese è di per sé semplicemente un fisco amico del contribuente come si auspicherebbe fosse quello italiano. È vero che l’Olanda – quale terra prediletta dalle multinazionali per l’insediamento di quartier generali paneuropei – è in parte anche utilizzata come Paese veicolo per l’allocazione di redditi aziendali in paradisi fiscali, mediante complessi schemi sui cui dettagli vorremmo sorvolare; ma si tratta di un fenomeno finanziariamente marginale, anche perché già limitato da specifici regolamenti internazionali. Alla prova dei fatti, il gettito tributario dirottato dall’Italia all’Olanda, secondo gli industriosi attivisti di Tax Justice, ammonterebbe a solamente € 1,4 Md. l’anno a fronte di una spesa pubblica italiana di  quasi € 900 Md.!

Il secondo equivoco da rimuovere è la pericolosa presunzione italiana di trovarsi in una posizione di forza contrattuale. (A questo proposito avevo già formulato il mio pensiero sulle vanagloriose pretese italiane)

Posto che nessuno sano di mente a Berlino o a L’Aia auspica una rottura dell’Unione, esiste pure un limite al prezzo che il blocco del Nord è disposto a pagare per garantire l’integrità della Comunità. La Germania, L’Olanda e l’Austria sono entrate nella crisi con sistemi economici ben più in salute rispetto agli standard continentali ed è probabile che ne escano con una posizione relativa ulteriormente rafforzata. Ciò che è esistenzialmente essenziale a questo gruppo di Paesi, da sempre votati al commercio internazionale, è mantenere accesso ai mercati di sbocco globali delle loro imprese. Se in tale contesto è particolarmente critica la cooperazione con la Francia, in virtù del discreto livello di potere politico e diplomatico transcontinentale di cui ancora dispone Parigi, è difficile vedere nell’Italia, nonostante il suo ruolo di rilievo nelle filiere produttive mitteleuropee, un partner assolutamente insostituibile. Lo stesso vale per gli altri Paesi del Sud, dei quali peraltro non è dato sapere in base a quale lambiccata congettura si presume seguirebbero l’Italia, ove l’Italia abbandonasse l’Unione.

Non è superfluo sottolineare qui come l’insistenza di tedeschi e olandesi sulla condizionalità di eventuali sussidi transnazionali sia motivata non da una qualche sadica forma di micragnosità contabile, bensì dalla consapevolezza che la pervicace ostinazione italiana a rappresentare un fattore di instabilità finanziaria sta comportando costi quasi inestimabili per l’Eurozona in termini di perturbazioni e perdita di credibilità della valuta. È altresì da tenere a mente che l’attaccamento del Blocco del Nord alla stabilità monetaria (Stabilitätskultur) non è semplicemente il retaggio di una distorta elaborazione del trauma dell’iperinflazione di Weimar – come caricaturalmente rappresentato dalla stampa italiana – bensì la chiave di volta di una cultura economica fondata sulla competitività e quindi allergica all’inflazione salariale e alla svalutazione di risparmi e capitali. Onde a Berlino gli appelli alla solidarietà intonati da Roma suoneranno sempre ipocriti e ignoranti ove non accompagnati da un sincero e circostanziato impegno al ritorno alla sostenibilità finanziaria.

L’unica via percorribile per il piano di ricostruzione di Conte

A giudizio di chi scrive dunque, indipendentemente dall’esatta forma che il piano di ricostruzione assumerà, Conte non potrà – e neppure dovrà – ottenere finanziamenti netti di importo dirompente, se non accettando concreti e stringenti vincoli di politica economica. È necessario pertanto che l’Italia, piuttosto che mostrarsi smaniosa di mettere mano a nuovi progetti di spesa, s’impegni a presentare un piano credibile e dettagliato di deregolamentazione e di defiscalizzazione dei redditi da lavoro e d’impresa che permetta al Paese di accompagnare al doveroso e definitivo risanamento delle casse pubbliche una drastica compressione dei costi unitari del lavoro. Infatti la crisi post-pandemica, spingendo la maggioranza degli operatori ad accorciare le catene del valore, potrebbe teoricamente permettere all’Italia di ampliare il suo ruolo di nazione fornitrice dell’industria mitteleuropea e tornare ad essere un fattore di sviluppo nel club, ove non sussistessero i folli costi di sistema riconducibili al fisco, alla burocrazia e in generale al malfunzionamento della macchina pubblica. È probabile che tale processo richieda anche una vera decentralizzazione della riscossione e della spesa, che permetta alle regioni maggiormente dinamiche e globalizzate di rientrare il più rapidamente possibile nel grande gioco.

Lo sforzo riformatore qui richiesto, sopportabilissimo in tempo di pace, sarà assolutamente improbo nell’attuale contesto di crescente pressione all’indebitamento e alla spesa sociale. Ma nessuno ha obbligato l’Italia ad attendere di essere sul ciglio del burrone per cambiare rotta. Viceversa, se Roma sceglierà di proseguire con l’inopinata politica del tassa-e-spendi, UE o non UE, Cina o non Cina, il Paese entrerà in una spirale depressiva in cui l’erosione della base imponibile costringerà il fisco ad atteggiamenti sempre più predatori, i quali distruggeranno una quota crescente di base imponibile, costringendo gli operatori economici alla chiusura o alla fuga.

Tuttavia, se in Europa la fiducia nel governo e nello stato italiano è sotto zero, le imprese, i professionisti e i lavoratori residenti od emigrati si sono guadagnati tali benemerenze che un’ultima apertura di credito al sistema-Paese che faccia leva sulla parte produttiva di esso, è ancora possibile. Perché, signor Conte, il petrolio dell’Italia non è affatto la cultura, qualunque cosa intendiate con tale parola; né lo sono il turismo o il patrimonio artistico delle città lordate nell’incuria dei vostri sindaci. Il petrolio dell’Italia sono proprio i vostri figliastri: quella generazione di vostri giovani connazionali che da quindici anni ogni mese salda le fatture dello Stato, ottenendo in cambio null’altro se non le vostre lacrime di coccodrillo.

Dario Bortoluzzi

Dario Bortoluzzi

Laureato alla Normale di Pisa, filosofo per formazione, ma fiscalista internazionale di professione. Vita raminga tra Italia, Germania, Inghilterra e Olanda. Segue con interesse e passione soprattutto la politica europea e i mercati finanziari.

2 comments

Federazione europea o disgregazione: il dopo Karlsruhe | Immoderati 17/05/2020 at 11:19

[…] formidabile Federazione Europea sognata dai padri fondatori. Oppure, ancora, se assecondare gli sconclusionati piagnistei antitedeschi di Conte, precipitando l’Unione nel baratro della […]

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Fuga di capitali: si avvicina la resa del Conte | Immoderati 28/05/2020 at 09:13

[…] suggeriscono ancora una volta al governo di Roma grande prudenza e grande coraggio. Prudenza nella negoziazione con i partner europei, che deve essere condotta senza pregiudizi irrealistici e con la piena […]

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