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Giornalismo Speaker's Corner

Il buon giornalismo non serve ad informare

“Le bon sens est la chose du monde la mieux partagée”

Sembra quasi strano doverlo specificare ma, nell’epoca di Internet, non c’è più bisogno di banditori che urlino ai quattro venti le novità del giorno, perché la rete è già di per sé la più grande cassa di risonanza del mondo.

Così, mentre i giornali italiani raschiano quotidianamente il fondo del barile della decenza intellettuale, al loro posto sono i social network ad essersi -quasi- impadroniti del monopolio informativo lasciandoci annegare nel bias di conferma. Le breaking news vengono affidate a Twitter; le dirette istituzionali passano sempre più per Facebook e Youtube; Instagram e Tiktok accolgono molti più divulgatori che tutte le televisioni italiane messe insieme e Reddit, per quanto non particolarmente celebre nel Bel Paese, rimane un pozzo senza fondo di informazioni, dibattiti, voci di corridoio e gossip del web. Il problema non sono le informazioni, di quelle ce ne sono fin troppe.

Nell’infodemia che attanaglia l’Italia, le persone iniziano a (dis)informarsi sempre di più su Facebook mentre continuano a non avere la minima idea di come usare correttamente un motore di ricerca. E, come se tutto ciò non bastasse, i principali giornali online e non, al posto di rivestire il ruolo di fonte autorevole del quale paiono essersi investiti, sono parte integrante del problema. Uno degli ultimissimi esempi riguarda la scomparsa di Diego Armando Maradona e la traduzione letterale dallo spagnolo all’italiano della causa di morte del celebre calciatore svolta da svariati giornali nostrani (per la serie “non ci degniamo nemmeno di usare Google traduttore”).

Se internet è davvero una grande piazza pubblica piena di rumori e confusione, allora i giornalisti sono dei banditori che cercano soltanto di urlare più forte della folla e di attirare più attenzione possibile su se stessi. Null’altro. Il giornalismo italiano ha totalmente abdicato l’onestà intellettuale e il pensiero critico in favore della più banale ma redditizia ricerca del consenso e del “click”. Questa è un’enorme generalizzazione, sia chiaro. Esistono ovviamente delle importanti eccezioni, come nel caso de “Il Post”, “Domani”, ma anche tutto quel microcosmo di giornali “minori” che si impegnano quotidianamente ad informare intelligentemente e, soprattutto, a far ragionare i propri lettori. Tuttavia generalizzazioni di questo tipo, per quanto fastidiose, servono a far ben comprendere il clima che avvolge l’informazione italiana.

Mentre, giusto per fare un esempio, nel mondo anglofono i giornalisti possono permettersi di interrompere una conferenza stampa di un presidente e sbugiardarlo in diretta nazionale, in Italia ci si mostra continuamente asserviti e schierati con la bandiera per la quale si è scelto di parteggiare.

Il buon giornalismo non serve, e non deve servire ad informare, a vomitare parole e notizie in quel caos che regna sovrano nel nostro mondo. Il buon giornalismo, a modestissimo e personalissimo avviso di chi scrive, dovrebbe cercare di mettere ordine nella complessità, analizzare criticamente la realtà, spingere il lettore a fare altrettanto e a chiedere continuamente che ciò venga fatto. In tal senso questo è un appello e un reminder a chi professionalmente lavora nel mondo dei media, ma anche a tutti noi altri che ne usufruiamo quotidianamente. Bisogna iniziare ad esigere la razionalità, i dati, l’onestà intellettuale e la professionalità, altrimenti la situazione non cambierà mai e continueremo in eterno a lamentarci dei vari Travaglio, Scanzi, Tosa che, ingombranti e scadenti, infangano e infangheranno l’importanza e la competenza di quelli che al giornalismo pensano come una cosa seria.

Questo articolo inizia con una frase particolarmente significativa, che potremmo tradurre: “il buon senso è la cosa meglio distribuita al mondo”. Queste sono le parole con cui Cartesio iniziava il suo discorso sul metodo e, sostanzialmente, esprimono quell’idea per cui la razionalità è una caratteristica universale degli esseri umani; tutti ne siamo forniti e tutti se messi nelle giuste condizioni possiamo sfruttarla nel migliore dei modi. Sta a noi, in pratica, sforzarci di non essere ideologici, impulsivi, approssimativi. E alla luce dei fatti Cartesio, forse, ci direbbe ancora una volta che non si tratta di essere “più” o “meno” ragionevoli ma, piuttosto, di quali percorsi facciamo intraprendere alla nostra mente. E allora dobbiamo impegnarci a cambiare qualcosa perché, mio caro René, mi spiace dirti che qui la situazione è così grave che i percorsi del pensiero paiono gestiti da Trenitalia.

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