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Guerra in Ucraina e opinione pubblica: serve ancora il dibattito democratico?

In tempo di guerra e di pandemia, troppa democrazia stroppia, o il dibattito pubblico e il pluralismo delle idee servono ancora a qualcosa?

Si parla continuamente della necessità del dibattito per un sano processo democratico; dell’importanza della partecipazione e del confronto; della rilevanza assunta dalle molte prospettive portate nei media e nelle piazze da intellettuali, analisti, osservatori, politici e altre personalità pubbliche. Ma il dibattito pubblico (che sia di qualità o meno, poi, è un altro paio di maniche) è incrementato in maniera decisiva con l’avvento dell’era digitale e lo vediamo amplificarsi soprattutto in circostanze storico-sociali di grande impatto (terrorismo, Covid-19, guerra russo-ucraina): se, da un lato, il supposto potere dell’opinione di esautorare la realtà empirica è convinzione di molti (abbiamo già citato la post-verità), dall’altro è più che mai fondamentale la discussione intorno a un tema, a un evento, a un fatto ecc., utile a delinearne le caratteristiche, comprenderlo meglio, assumere delle posizioni etiche o politiche e raggiungere dei compromessi sul da farsi.

Dopo due anni di pandemia (ancora in corso) e con lo scoppio della guerra russo-ucraina, si sono levate alcune voci scettiche intorno alla funzione del dibattito pubblico e democratico, quasi sottintendendo che esso abbia ormai esaurito la sua utilità o che, almeno in questo frangente storico, si stia rivelando dannoso, controproducente, d’ostacolo a qualche tipo di azione politica scientificamente fondata. Allora ho pensato fosse cosa buona e giusta provare a rispondere alla domanda “Serve ancora il dibattito democratico? E, se sì, a cosa?”

Complessità ed ignavia

Una chiave di lettura per comprendere il mondo in maniera seria e scientifica è quella delle teorie della complessità: dai sistemi fisici all’ecologia, dai processi cognitivi alla società, il mondo è fatto di sistemi, molti dei quali definiti complessi (se n’è parlato qui). Si tratta però di un tipo di complessità tecnico, matematico, diverso da quello dell’uso comune del termine. Quando diciamo che qualcosa è complesso, spesso intendiamo dire che è difficile da dirimere o da comprendere. Ma “complesso” non vuol dire necessariamente “complicato” (anche se spesso lo è), men che meno incomprensibile: “complesso”, nel migliore dei casi, vuol dire multisfaccettato, nel peggiore vuol dire governato da leggi che non possono risolversi con uno scambio di riflessioni logiche e basta, ma con serie analisi scientifiche.

Fortunatamente non tutto è complesso e non tutto è complicato. Alcune cose sono facili (cioè di immediata comprensione, che è diverso da “semplici”, cioè che hanno pochi layer di complessità). E nel caso della guerra russo-ucraina ci troviamo di fronte a moltissime situazioni complesse ed anche complicate da discettare, perché richiedono pareri e analisi settoriali, non chiacchiere da bar; ma ci sono anche alcune situazioni più facili da capire poiché più semplici strutturalmente.

Quanto sta accadendo in Ucraina è complesso da due soli punti di vista:

  • il retrostante, ossia i presupposti del fatto, ciò che precede gli eventi e che li fonda, le radici della vicenda, i fatti storici che hanno portato a questo;
  • l’intorno, ossia le motivazioni che ruotano attorno a questo drammatico episodio.

Ma, per una volta, c’è anche qualcosa di facile: il durante, il presente, il fatto in sé. Aldilà delle specifiche contingenze storiche e della difficoltà contingente di analizzare passo dopo passo l’accaduto, qui siamo di fronte a un conflitto ben preciso: ci sono un invasore e un invaso, un aggressore e un aggredito. Come qualcuno starà pensando, è ovvio che questa sia una triviale semplificazione che, ricorrendo a un binarismo spicciolo, vuole fare uno storytelling comodo della situazione. Ma il fatto che altri attori geopolitici ed economici siano in gioco e possano cambiare le sorti del conflitto è un’informazione rilevante solo per condurre analisi e capire meglio, non per scegliere da che parte stare.

Non è una tifoseria, nessuno esulta per la guerra o per una parte, ma dal solo punto di vista etico, questo è tutto ciò che serve sapere: Putin è un invasore, un aggressore, e in quanto tale un criminale responsabile di un atto illegittimo, liberticida, disumano e, francamente, anche un po’ ottocentesco. Per quanto io voglia comprendere a fondo l’avvenimento e scavare nella complessità del retrostante e dell’intorno, per posizionarsi moralmente su questo fatto e dire di essere pro-Ucraina e contro Putin è sufficiente il fatto in sé, il durante, che è semplice.

Questioni di principio

Essere a favore del dibattito democratico è vista da alcuni come una posizione ingenua e idealista in tempi di crisi e di emergenza. Non troppo tempo fa, d’altronde, Mario Monti parlava pubblicamente della necessità, da parte dello Stato, di gestire e governare in maniera top-down l’attività dei media secondo modalità meno democratiche, somministrando selettivamente l’informazione come si fa in tempo di guerra, un ammiccamento non troppo velato a un certo decisionismo politico. E invece no: essere a favore del dibattito democratico vuol dire assumere la posizione per cui il dibattito democratico è la migliore soluzione disponibile. Non la migliore in assoluto – cavolo quanti problemi ha la democrazia! – ma sicuramente meglio di qualunque altra ad oggi teorizzata.

Il dibattito democratico è poi importantissimo anche solo per rimanere saldi su un insieme di valori e di principi, senza i quali rischiamo di degenerare non dissimilmente dalla Russia di Putin. Come abbiamo già ampiamente assistito per quanto riguarda la Covid-19, infatti, anche su questa vicenda l’esistenza di un dibattito pubblico comporta che si dia voce a chi la pensa diversamente e a chi fa sinceramente inferenze logiche assurde, in nome del pluralismo delle idee e della stessa libertà d’espressione.

In tal senso, il dibattito pubblico in una società liberal-democratica è probabilmente la migliore approssimazione dell’ipotetico punto di ottimo tra tutte le soluzioni possibili. Ovviamente non raggiunge quasi mai in maniera pienamente soddisfacente gli obiettivi che si pone, perché i processi di confronto e compromesso interni all’opinione pubblica sono imperfetti, limitati dalle nostre euristiche, dalle nostre facoltà logiche, dai nostri bias cognitivi, dalle nostre convinzioni e informazioni sul mondo, dalla nostra capacità di bilanciare passioni e razionalità. Ma anche perché comporta inevitabilmente, come ogni altra azione, delle esternalità negative e positive e dei rallentamenti nei processi politici. Ma, vi chiedo, qual è il trade off di avere una dittatura o uno Stato monopartitico che decide e agisce velocemente e con efficienza, ma senza lasciare la libertà ai cittadini? Preferisco la lentezza della democrazia all’assenza di libertà, per ragioni perfettamente razionali prima che morali.

Pur con tutte le sue inefficienze e i suoi problemi, il dibattito pubblico resta la soluzione migliore non solo dal punto di vista del risultato che ottiene eventualmente, ma anche dal punto di vista etico e a garanzia di un corretto funzionamento delle istituzioni sociali e culturali.

Cedere a un becero maccartismo contemporaneo, chiudendo la bocca a chi consideriamo arbitrariamente una voce pericolosa o sovversiva, vuol dire ostracizzare socialmente alcune idee (anche logicamente sbagliate che siano) e legittimare l’arbitrarietà dello Stato o, peggio, delle masse nei confronti di altre masse. Se vietiamo o limitiamo per legge la partecipazione democratica dell’opinione pubblica e non accettiamo le esternalità negative sopra citate, cioè la pluralità e la discordanza delle voci che partecipano al dibattito (come si è ultimamente proposto anche per i no-vax),

  1. non siamo diversi dalla Russia, che manipola e controlla i media;
  2. creiamo un precedente pericoloso.

E un precedente pericoloso fa due cose: alza la soglia di tolleranza nei confronti di azioni coercitive come la censura e innesca una china pericolosa e imprevedibile che potrebbe – come no – portare a degenerazioni autoritarie e a prone accettazioni di ulteriori divieti e limiti alla libertà di pensiero e d’espressione. Non so voi, ma io preferisco anche solo evitare a priori la possibilità che ciò accada, prevenendo derive di quel tipo e rimanendo in un sistema strutturato più o meno democraticamente che dà voce anche a chi non ci piace o consideriamo d’intralcio.

Fuori dal coro

Diretta conseguenza dell’eventuale china a cui daremmo possibilità sono forse tra le peggiori delle esternalità negative che possiamo aspettarci, quelle che mi piace chiamare sacche di radicalizzazione. Come accade sempre, soprattutto nell’era dei social, quando un gruppo viene allontanato, stigmatizzato o isolato per le idee e non per azioni pericolose o violente, non solo il giustizialismo vince sul garantismo, ma tendiamo ad avere un effetto inverso a quello desiderato.

Nella convinzione che mettere a tacere, rendere invisibili e non ascoltare più le voci dissonanti, in realtà non si fa altro che impedire a quelle voci di accedere ai luoghi del dibattito ed esprimere le proprie idee in ambienti regolati dalle stesse norme di convivenza (si tratti di un social network, di un salotto televisivo o di una piazza), cacciandole e relegandole ad altri ambienti, meno controllati e più chiusi. Ciò comporta inevitabilmente la nascita di echo-chamber estremiste, di bolle ideologiche e di comportamenti eversivi che, perdendo il contatto con la realtà e gli altri punti di vista, radunano idee eversive e radicalizzano sacche di pensiero precedentemente mescolate e impercettibili nel rumore collettivo. Questo, nel medio-lungo termine, può portare alla formazione di gruppi radicalizzati con idee dissonanti rispetto alla sensibilità comune, idee che però possono diffondersi con propaganda, comunicazione e tanta bella retorica.

È esattamente ciò che è accaduto da noi con i ban social a CasaPound, Forza Nuova e ByoBlu o ancora oltreoceano con il ban di Trump: tutti i neofascisti, i trumpiani e i seguaci di Messora si sono spostati su altri canali di comunicazione, altri social o altri tipi di attività, emancipandosi dalle regole a cui sottostavano e amplificando reciprocamente le loro idee. Il concetto è sempre lo stesso: non è che se non guardi la realtà, la realtà smette di esistere; c’è ancora, semplicemente ti sei convinto di aver arginato il problema. Convincersi che cacciare dal discorso pubblico certe voci o reprimerle a mezzo social o politico voglia dire risolvere il problema ed eliminare effettivamente quelle voci è stupido come credere che mettere tutta la polvere sotto il tappeto equivalga ad aver pulito la camera: quella polvere è ancora lì, semplicemente non la vedi più. Ma adesso è tutta ammassata là sotto e lo sporco contaminerà lo sporco. Insomma, fuori dal coro e dentro un branco.

Allora, seguendo la massima perfettamente liberale del “non fare niente che non vorresti fosse fatto a te”, dobbiamo perseguire non semplicemente il dibattito pubblico e il confronto democratico, ma un dibattito e un confronto di qualità. Stabilire cosa sia la qualità di un’opinione è questione di ben altra complessità, che tocca da diverse prospettive disciplinari (scienze sociali, epistemologia e scienze cognitive) molti temi estremamente complessi e dibattuti, sulla maggior parte dei quali non c’è accordo neanche tra gli accademici e gli esperti. Tutto ciò che sappiamo con certezza è che cedere alla seduzione di una governance efficiente ma autoritaria o a provvedimenti illiberali come il controllo dei mezzi d’informazione e il filtraggio di alcune voci o alcune opinioni ci abbassa allo stesso livello di quelle democrature e dittature che stiamo cercando di combattere culturalmente, economicamente e, a quanto pare, anche militarmente da decenni e decenni, vanificando ogni sforzo di risultare non tanto migliori, ma veramente liberi.

Libertà e democrazia

Sopprimere o silenziare le idee sgradevoli oggi, con mezzi mediatici o politici, è solo un tipo diverso di cancel culture, comodo per evitare distrazioni da quelli che crediamo essere gli obiettivi concreti. Se, per dirla con Frédéric Bastiat, il costo occulto di “concedere” processi democratici all’opinione pubblica è quello di scontrarsi con molte idee diverse, alcune delle quali fastidiose e capaci persino di penetrare la politica, credo che sia un sacrificio sopportabile in virtù di un sistema, quello liberademocratico occidentale, che cerca di conciliare costantemente le esigenze di libertà individuale con le esigenze di efficienza delle funzioni statuali e dei processi socio-istituzionali.

Studiando la prima liberademocrazia della storia nel suo La democrazia in America (1840), Alexis de Tocqueville già nella prima metà dell’Ottocento, in quella fase di transizione dall’Ancien Régime alle società democratiche, metteva in guardia l’Europa dall’instaurazione di democrazie illiberali perché vedeva nelle società moderne dell’epoca un certo dispotismo non tirannico. Secondo il giurista, fra i prezzi dell’uguaglianza vi sarebbero il declino del concetto di onore, una diffusa mediocrità e un eccessivo individualismo, mentre il principale limite della democrazia sarebbe proprio la dittatura della maggioranza, ossia la subordinazione di tutte le minoranze – comprese le élite illuminate – al volere del gruppo dei più numerosi. L’idea è che, in una società democratica in cui la maggioranza vince nettamente sulla minoranza e non ci sono compromessi, i pochi devono sottostare al volere dei molti, la maggioranza detta legge sulla minoranza in maniera illiberale, portando a un autoritarismo democratico. Se al posto di maggioranza usiamo la parola “tirannide”, ecco che improvvisamente la democrazia parziale (come viene chiamata alternativamente) diventa tirannide della maggioranza.

Ma, in modo incredibilmente lungimirante, Tocqueville osservò anche che in una democrazia del genere i molti tenderebbero a dominare l’opinione pubblica, polarizzando la società verso il celeberrimo pensiero unico. Alcuni decenni dopo, Herbert Marcuse avrebbe parlato di “società a una dimensione” (One-Dimensional Man: Studies in the Ideology of Advanced Industrial Society), in cui l’uniformità ha talmente tanto permeato la mente al punto da auto censurare le opinioni impopolari. Se questo non è qualcosa di subdolamente totalitario e totalizzante, non so davvero cosa lo sia: come scrivera il poeta Paul Valéry, d’altronde, “Se pensi come la maggioranza, il tuo pensiero diventa superfluo“.

Per nostra fortuna, Tocqueville capì che ciò che rendeva quella americana una democrazia differente era implicito nel nome: democrazia liberale, un ordinamento democratico in cui la libertà di parola e d’associazione controbilanciano lo strapotere di una maggioranza vincente, ribilanciando gli assetti sociali generali. L’associazionismo volontario è il sale di una sana democrazia e consente di dar voce agli sconfitti, che magari domani diventeranno la maggioranza. Senza questa intermediazione, non sarebbe possibile alcuna alternanza politica o alcun ricambio di idee e visioni del mondo, una costante che va tutelata per non perderci nell’oblio dell’autoritarismo informativo.

La tirannia della maggioranza non è dunque una tirannia materiale, ma una tirannia più subdola che si esercita sul pensiero: la democrazia ha per sua natura dei perenni esclusi, cioè coloro che hanno posizioni estreme lontane sia dalla maggioranza, sia dalle minoranze. Allora, paradossalmente, per tutelare la democrazia serve qualcosa che sia al contempo molto democratico e poco democratico: la possibilità di una distribuzione abbastanza ampia di opinioni e idee differenti, tale da poter contrastare bottom-up quelle degeneri e autoritarie, scongiurando ogni minaccia alla democrazia stessa e lottando perche la democrazia non sia la dittatura della maggioranza, ma la tutela della libertà della minoranza.

1 comment

Dario+Greggio 24/03/2022 at 19:56

Finché la gente è scema, e desidera restare scema (v. Grande fratello ecc.) la democrazia rappresenterà un GRAVE errore.

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