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Approfondimenti Esteri

Cosa resta delle primavere arabe?

Primavere arabe

Il 17 dicembre 2010 nella cittadina tunisina di Sidi Bouzid un giovane disoccupato di nome Mohamed Bouazizi si diede fuoco di fronte al palazzo del governatorato locale in segno di protesta contro le difficili condizioni socio-economiche in cui il paese versava da anni. All’epoca nessuno poteva immaginare che quello sarebbe stato l’evento scatenante delle Primavere Arabe: manifestazioni, proteste e rivolte che si estesero a macchia d’olio dal Marocco al Golfo.

Bouazizi, fruttivendolo rimasto senza lavoro, iniziò a vendere abusivamente merci di sorta fino a quando la polizia accertò l’irregolarità della sua attività e procedette al sequestro di larga parte dei beni. Eliminata l’ultima fonte di reddito Bouazizi fu spinto al gesto estremo. Il plateale suicidio radunò il popolo tunisino nelle piazze contro il regime autoritario guidato da Ben Ali, al potere dal 1987 a seguito della deposizione di Habib Bourguiba, “padre della patria”.

L’evento diede simbolicamente inizio alla rivoluzione dei gelsomini, conclusasi nel 2011 con la destituzione di Ben Ali e il relativo esilio in Arabia Saudita. Fu l’inizio di una serie di sommosse che si estesero ad Egitto e Libia per poi diffondersi in altri paesi arabi come Algeria, Marocco, Giordania, Yemen e Siria. Le primavere arabe furono un fenomeno epocale, portarono molti giovani ad esigere maggiore democrazia ed una più solida tutela dei diritti fondamentali, oltre che migliori condizioni economiche.

Nella vicina Algeria la difficile situazione politica portò in piazza i manifestanti contro una gestione del potere basata sulla corruzione e sul malgoverno. Le accese proteste presero vita nelle città periferiche per concludersi nella capitale, dove la situazione rientrò in breve tempo nella norma, complice anche il ricordo delle violenze perpetrate sulla popolazione civile dagli islamisti durante gli scontri con l’esercito regolare negli anni ’90. Solo nel 2019 l’allontanamento definitivo dell’anziano e malato leader A. Bouteflika, avvenuto a seguito delle proteste popolari contrarie alla sua ricandidatura, condusse verso il difficoltoso processo elettorale. Le consultazioni, gravate da un ampio tasso di astensionismo e da disordini diffusi, deporranno in favore di Abdelmadjiid Tebboune, attuale capo di stato del paese, .

Nello stesso periodo larga parte del mondo arabo fu interessato da manifestazioni storicamente rilevanti. Mentre in paesi come Kuwait, Bahrein, Giordania e Marocco queste tesero sempre a rimanere pacifiche in altri Stati si auto-alimentarono fino a diventare sommosse, rivolte e vere e proprie rivoluzioni che portarono a sviluppi diversificati e inattesi.

Quasi sempre gruppi islamisti radicati sul territorio utilizzarono le proteste contro il regime vigente come trampolino politico per raggiungere le istituzioni. Nel 2012 i movimenti jihadisti sembravano essere in inarrestabile ascesa, tanto da essere ritenuti anche in Occidente attori degni di nota all’interno degli embrionali processi democratici del mondo arabo. L’attenzione reclamata ne evidenziò tuttavia le falle e la natura prevalentemente settaria, che finì in più d’una occasione per spingere i governi occidentali ad appoggiare o quantomeno tollerare le autocrazie che questi gruppi erano nati per contrastare. Furono infine soppressi dalle stesse nell’ottica di una congiunta lotta al fondamentalismo e al terrorismo.


Egitto

Durante la prima metà del 2011 in Egitto migliaia di manifestanti si riunirono nelle piazze per protestare contro il governo. Piazza Tahrir, nella capitale, presto assurse a simbolo anti-regime. Forti dell’esperienza conclusasi positivamente nella vicina Tunisia le proteste dal Cairo si diffusero rapidamente in tutto il Paese. Il ruolo di blogger e attivisti sui social-network si rivelò fondamentale e contemporaneamente alla primavera egiziana montò quella libica.

Dal 1981 il potere in Egitto fu gestito da Hosni Mubarak che instaurò un regime autoritario monopartitico tramite il Partito Nazionale Democratico. Un po’ come per Gheddafi nella vicina Libia Mubarak fu a lungo tollerato dalle potenze occidentali, che vedevano nell’autoritarismo egiziano un argine contro l’islamismo dei Fratelli Mussulmani, organizzazione all’epoca fortemente radicata nel paese. Gli western partners rimarcarono poi a più riprese il riconoscimento dello Stato di Israele operato dall’Egitto già nel 1979 tramite gli accordi di Camp David. Il tavolo fu avanguardia nel processo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche oggi condiviso dalla quasi totalità del mondo arabo e fonte di stabilità nella regione.

In difficoltà e nella speranza di arginare la rivoluzione Mubarak annunciò la destituzione del premier in favore di Omar Suleyman, suo vice, ma stavolta né gli Stati Uniti né il resto dell’Occidente si mossero per sostenerlo. L’11 febbraio 2011 Mubarak si dimise, rifugianodosi a Sharm El-Sheikh e sancendo la nascita di un periodo di transizione per l’Egitto. Il 17 febbraio fu annunciata dai manifestanti la “giornata della collera“, una chiamata internazionale alla rivolta, pensata per spodestare gli autoritarismi nel nord-Africa.

Nel 2012, la vittoria dell’iper-conservatore Mohamed Morsi alle elezioni e il ritorno dei Fratelli Mussulmani segnarono un deciso, quanto fugace, cambio di rotta. Morsi si disse subito intenzionato a ricostruire l’Egitto facendo riferimento alla Sharia e scatenando il malcontento di una parte del paese, specialmente la minoranza copta che costituisce il 10% degli egiziani. Alle critiche seguì una profonda riforma che attribuì forti poteri in campo giudiziario al Capo dello Stato. La sempre più difficile situazione economica unita a diffusi processi di islamizzazione e radicalizzazione portarono migliaia di persone nuovamente in Piazza Tahrir. Il 3 luglio 2013 con un colpo di Stato il generale Abdel-Fattah al-Sisi, attuale capo di governo, destituì Morsi e prese il potere.

La fratellanza venne nuovamente messa al bando. Morsi morì al Cairo nel giugno del 2019. L’Egitto tornò fondamentamentalmente al punto di partenza, ricadendo in un nuovo autoritarismo a seguito della fallimentare avventura democratica.


Libia

In Libia il potere politico era detenuto da Muhammar Gheddafi dal culmine della rivoluzione verde del 1969, a seguito della cacciata di Re Idris. Nel paese nordafricano la possibilità di riunirsi in associazioni politiche o sindacali era espressamente preclusa ed il parlamento era considerato un fardello inutile, incapace di fornire rappresentanza politica e privato della capacità legislativa. Nonostante questo il regime libico era considerato dai governi occidentali ed arabi un partner strategico nonché un sicuro argine contro l’avanzata del terrorismo nella regione, anche grazie alla sua posizione geografica. Complice la situazione economica più favorevole rispetto a quella dei vicini Stati della Tunisia e dell’Egitto non si credeva inizialmente possibile che l’deologia delle primavere facesse breccia in Libia, ma le proteste scaturirono comunque, fomentate dall’insofferenza per le restrizioni alla libertà personale che il regime aveva applicato per anni.

Nel febbraio 2011 la prima città ad essere oggetto di sommosse fu Bengasi. Le manifestazioni iniziarono domandando ufficialmente il rilascio di Fetih Tarbel, avvocato e attivista dei diritti umani, a sua volta interessato a ricostruire il massacro del carcere di Abu Selim, dove circa 1.300 persone vennero giustiziate nel 1996. L’intervento della polizia a Bengasi provocó 38 feriti (anche gravi) e non fece che fomentare la rabbia delle piazze, destinata a montare velocemente anche in altre città come Beida e Derna.

Uno degli aspetti che veicolò un coinvolgimento sempre più ampio della cittadinanza fu il ruolo attivo assunto dai blogger, che diffusero in rete le foto ed i video delle violenze perpetrate durante la repressione. Nel giro di poco tempo, grazie anche ai numerosi casi di diserzione tra le forze di polizia, i manifestanti si organizzarono in vere e proprie fazioni, assumendo il controllo su singoli quartieri prima e intere città della Cirenaica in seguito. Il 17 febbraio 2011 fu richiamata dai manifestanti la “giornata della collera“, recependo l’esempio egiziano.

Gheddafi reagì duramente alle minacce, impiegando l’aviazione per reprimere le proteste del suo popolo, mossa che condusse il conflitto a varcare il punto di non ritorno. Tra il 22 e il 24 febbraio caddero Fezzan e diverse città della Tripolitania. La stessa capitale, Tripoli, divenne ben presto teatro di ingenti scontri. Il 24 febbraio un gruppo di ex membri del governo e delle forze armate fondò il Consiglio Nazionale di Transizione con l’obiettivo di gettare le basi per una Libia post-Gheddafi.

L’8 marzo, mentre il fronte rivoluzionario si espandeva a macchia d’olio, il dittatore libico respinse l’ipotesi di abbandonare il paese in cambio della grazia. Il 17 marzo l’ONU, su iniziativa anglo-francese, istituì una no-fly zone sul paese approvata con la risoluzione numero 1973 che fu imposta due giorni dopo tramite l’intervento NATO, decisivo per le sorti del conflitto. I ribelli conquisteranno altre città fino a giungere a Tripoli nell’agosto del 2011 per poi proseguire ad ottobre alla conquista di Sirte, città natale di Gheddafi, nella quale il dittatore verrà assassinato. Il 21 ottobre 2011, circa 8 mesi dopo gli eventi di Bengasi, si pose fine ad un regime che durava da 42 anni.

A contendersi la posizione di governo legittimo furono due soggetti politici: uno riconosciuto dalla Camera dei Rappresentanti con sede a Tobruk ed uno dal Nuovo Congresso Nazionale Generale con sede a Tripoli.

L’ONU, incaricata di formare un nuovo governo, nominò nel 2016 Fayez Al-Sarraj capo del Consiglio Presidenziale Libico. Il nuovo governo, sostenuto da Turchia, Qatar, Unione Europea e altri attori internazionali, entrò presto in contrasto con il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica appoggiato da Francia, Egitto, Russia ed Emirati. Nel 2014 la nascita nelle zone meridionali del paese di gruppi jihadisti legati allo Stato Islamico, che il neonato governo libico non ebbe la forza per contrastare, complicarono la situazione sul campo. Diretta conseguenza fu dover appaltare ad Haftar l’opera di contrasto ai gruppi terroristici, nonché la sua legittimazione come garante de facto della stabilità interna del paese. Nel 2019 questo condusse ad un’azione militare che da Tobruk ebbe come obbiettivo prendere il controllo di Tripoli. L’aggressione, conclusasi senza stravolgimenti, ufficializzò la prosecuzione del conflitto diretto tra le parti, tutt’oggi apparentemente lontano dalla conclusione.


Yemen

Nello Stato più povero della penisola arabica le già gravose questioni politiche, economiche e sociali si interlacciarono alla spinta rivoluzionaria delle primavere arabe giunta dall’estero.

L’odierna Repubblica dello Yemen restó storicamente divisa fino al 1990 in Yemen (con capitale a San’a’) e Repubblica Popolare dello Yemen, informalmente nota come Yemen del Sud e avente come capitale Aden. Questa rappresentó l’unico regime comunista di tutto il mondo arabo, instauratosi a seguito della vittoria delle forze indipendentiste d’ispirazione marxista sulla Corona britannica nel 1967.

Dopo la riunificazione le tensioni tra le due anime politiche e culturali del paese non si appianarono mai definitivamente e nel 2011 le primavere arabe accesero la miccia di ciò che sarebbe divenuto il complicato conflitto odierno.

Il ricovero in Arabia Saudita del premier ‘Ali ‘Abd Allah Saleh nel 2011 consentì al federmaresciallo ʿAbd Rabbih Manṣūr Hādī, vicepresidente, di assumere il potere. Con l’attuazione del piano di Ryad Hadi venne legittimato come capo di governo per i successivi 2 anni, indisse elezioni in cui fu l’unico candidato per l’anno successivo e venne eletto primo Presidente dello Yemen con il 65% di affluenza. Hadi ebbe il non facile compito di conferire stabilità ad una nazione povera e politicamente instabile, fronteggiando le forze leali a Saleh.

Nel 2014 gli Houti, milizie sciite zaydite sostenute da Hezbollah e dall’Iran, attaccarono la capitale Sana’a prendendone il controllo. L’Arabia Saudita avviò una coalizione in sostegno al presidente Hadi con ampio coinvolgimento internazionale. La guerra civile che ne scaturì causò più di 200.000 morti ed un altissimo numero di sfollati. Ad oggi il conflitto è ancora in corso e il 65% della popolazione yemenita è bisognosa di assistenza. Nell’aprile 2022 Hadi si è detto disponibile a traferire i suoi poteri esecutivi ad un organo collegiale di garanzia per porre fine alla guerra civile.

Attualmente le principali forze coinvolte nel conflitto fanno capo a:

  • Consiglio Politico Supremo, supportato dagli Huthi e da Iran, Hezbollah e Corea del Nord
  • Governo di Hadi, supportato da una coalizione a trazione saudita composta da Emirati, Giordania, Kuwait, USA, Turchia, Francia, UK e UE
  • Al Qaida nella penisola arabica e ISIS

Siria

Inizialmente non interessata dalle manifestazioni anche la Siria fu ben presto sconvolta dai moti di piazza. La destituzione degli Assad, che mantenevano il potere dal 1970, fu la richiesta capace di catalizzare le forze di una molteplicità di fazioni, caratterizzate da interessi solo parzialmente convergenti.

L’articolata situazione che ne derivò sul campo, complice anche il coinvolgimento diretto ma discontinuo delle maggiori potenze mondiali, proiettò il paese in uno stato di instabilità aggravata da un aperto conflitto perpetuo. Ancor oggi il quadro resta estremamente fluido e la guerra perdura incessantemente da 11 anni.

I principali player in estrema sintesi sono:

  • il governo di Damasco presieduto da B. Al Assad e sostenuto da Iran, Russia, Cina e Corea del Nord
  • la Coalizione Nazionale Siriana, anti-governativa e sostenuta da Turchia, Qatar e Israele, oltre che discontinuativamente da UK, Francia, USA e Arabia Saudita
  • il Fronte Islamico, coalizione di 7 gruppi armati di ribelli inizialmente afferenti alla macro-area precostitutiva della Coalizione Nazionale Siriana in ottica anti-governativa, che oggi non riconoscono la stessa come interlocutore. Tutti e 7 i gruppi sono caratterizzati da un’ideologia salafita e supportati da Arabia Saudita, Qatar e Turchia
  • il Rojava, regione del Kurdistan siriano confinante con l’omologo iracheno e sostenuto limitatamente da Francia, USA, Arabia Saudita e diplomaticamente dalla Russia

Visto l’intricato nonché estremamente mutevole contesto questo tema sarà oggetto di una trattazione dedicata.


Cosa resta distanza di 10 anni?

In Tunisia, dove tutto ebbe inizio, venne instaurato un governo di unità nazionale puntellato dai partiti invisi al regime di Ben Ali e presieduto inizialmente da Mohamed Ghannouchi. Quest’ultimo, giudicato troppo vicino al vecchio regime, fu sostituito dal primo ministro Beji Caid Essebsi.

ll 24 luglio 2012 si aprirono i lavori per la formazione di una nuova assemblea costituente. Le prime libere elezioni si tennero il 3 settembre e consegnarono la vittoria ad Ehnnada, partito islamista moderato a cui si recriminò la vicinanza ai Fratelli Mussulmani. Il parlamento democraticamente eletto vide anche l’importante presenza di partiti laici come Congresso per la Repubblica e Forum Democratico per il Lavoro e le Libertà.

Il consolidamento del primo sistema multipartitico del mondo arabo non riuscì comunque a ridimensionare considerevolmente gli atavici problemi di corruzione e povertà del paese, che infatti non portarono gli strati più poveri della popolazione a sostenere convintamente il nuovo corso politico. La recente crisi del grano derivante dalla guerra russo-ucraina ha gettato benzina su una fiamma tiepida ma mai estintasi.

Possiamo affermare che la stagione delle primavere arabe non abbia portato in tutti i paesi gli effetti auspicati dalla rivoluzione dei gelsomini. La Tunisia è effettivamente riuscita a dotarsi di un sistema democratico perfettibile, ma solido e multipartitico. Per farlo ha dovuto affrontare molteplici difficoltà, che non tutte le nuove esperienze elettorali sarebbero in grado di sostenere. Siria, Libia e Yemen sono stati dilaniati da logoranti guerre civili ancora in corso mentre l’Egitto è tornato ad essere assoggettato ad un sistema autoritario capace di garantire stabilità e crescita economica. Giordania, Marocco e i paesi del Golfo non hanno risentito di particolari stravolgimenti anche se hanno intrapreso un progressivo e differenziato percorso di riforme.

Tra i giovani che hanno guidato le manifestazioni oggi prevalgono rassegnazione e insoddisfazione. Molti di loro sono emigrati in Europa. Le primavere restano sicuramente un passaggio epocale per il mondo arabo e non solo, che ha portato alla luce l’inesistenza di un postulato capace sempre di coniugare libertà e democrazia con stabilità e prosperità.

1 comment

Dario+Greggio 03/12/2022 at 13:06

merci di OGNI sorta
rifugianodosi

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