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Aborto negli USA: cosa succede?

La Corte Suprema americana si è pronunciata venerdì sul caso Roe vs. Wade, che riguarda l’aborto. Cosa dice questa sentenza? Quali sono le implicazioni in tema di aborto negli USA? E cosa ci si può aspettare andando avanti?

La sentenza non rende giuridicamente illegale l’aborto, ma trasforma quello che finora era un diritto garantito dalla Costituzione in una questione politica. L’effetto immediato o prossimo sarà però quello di limitare fortemente, e in certi casi impedire totalmente, l’accesso all’aborto in diversi Stati del Paese.

Per capirne davvero gli effetti e le possibili evoluzioni occorre approfondire l’aspetto legale, quindi il campo di azione e le motivazioni della sentenza, e l’aspetto politico, quindi le intenzioni e le posizioni degli attori politici più di rilievo. Costoro possono ora legiferare con uno spazio di azione che va dall’abolizione totale dell’aborto all’assenza di restrizioni.

La situazione pre-sentenza: Roe vs. Wade

Fino a ieri, la sentenza della Corte Suprema del 1973 sul caso Roe v. Wade (riaffermata dalla sentenza del 1992 Planned Parenthood v. Casey) garantiva la possibilità di abortire fino alla cosiddetta “viability, ovvero la capacità del feto di sopravvivere fuori dal grembo materno, che all’epoca avveniva alla 28esima settimana di gravidanza, mentre ora può avvenire anche alla 23esima, grazie ai progressi tecnici. La Corte Suprema, in quelle occasioni, sancì l’aborto fino a tale limite come diritto costituzionale. Dunque, non era concesso ai legislatori imporre limiti inferiori a quello delle 23-28 settimane, mentre era possibile concedere termini più blandi.

La sentenza Roe v. Wade afferma che l’aborto, nei limiti espressi sopra, sia un diritto costituzionale da ritrovarsi nel 9° emendamento sotto forma di diritto non enumerato, o nel 14° emendamento.

In un’intervista per Vox, il professore dell’università di New York Kenji Yoshino spiega il significato di questi diritti non enumerati: la Costituzione, nel suo 9° emendamento, precisa che i diritti protetti da essa non siano solo quelli esplicitati, i quali sono esemplificativi, ma che essi si estendono ad altri non esplicitamente affermati nel documento. Dunque, la Costituzione garantisce alcuni diritti senza descriverli – tra questi ci sono ad esempio il diritto a sposarsi, il diritto a votare, e il diritto a viaggiare liberamente da Stato a Stato all’interno del Paese.

Il 14° emendamento, invece, sancisce il diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà, violabili solo con giusto processo.

Cambiamenti recenti e clima politico

Gli ultimi anni hanno portato cambiamenti rilevanti. In particolare, la composizione della Corte Suprema è cambiata. Le nomine per la Corte Suprema, che negli Stati Uniti sono a vita, sono compito del Presidente degli Stati Uniti, mentre la conferma del nominato spetta al Senato. Dal 2017 al 2021, durante la presidenza Trump e con un Senato a maggioranza repubblicana, tre dei nove giudici della Corte Suprema hanno lasciato il loro incarico. Questi cambiamenti hanno cambiato la composizione ideologica della corte suprema, ora a maggioranza conservatrice. Oltretutto, nella Corte Suprema i giudici cattolici rappresentano una maggioranza, nonostante la composizione demografica del paese sia nettamente diversa.

Ci si ritrova quindi in una nuova epoca. Un’epoca che vede i progressisti sempre più preoccupati. A tal proposito, i recenti sondaggi di Pew Research mostrano come i cittadini di orientamento democratico abbiano un’opinione sempre più sfavorevole della Corte Suprema, e di come questa venga percepita sempre più polarizzata e politicamente schierata. La preoccupazione è esemplificata bene dalle dichiarazioni della giudice della Corte Suprema stessa Sonia Sotomayor, di orientamento democratico. La giudice Sotomayor ha infatti affermato che la crescente polarizzazione politica che si manifesta nelle nomine dei nuovi giudici della Corte Suprema rischia di minare l’indipendenza dell’istituzione stessa.

Questi recenti cambiamenti hanno fatto sì che le istanze anti-abortiste trovassero terreno fertile per tentare di ribaltare la sentenza Roe v. Wade. Infatti, siccome a sancire il diritto costituzionale all’aborto era stata una sentenza della Corte Suprema, solo un’altra sentenza della Corte Suprema avrebbe potuto ribaltarla. Quindi, l’obiettivo del fronte anti-abortista consisteva nel portare nuovamente la questione di fronte alla Corte.

In questo senso, una legge introdotta in Mississippi si prefiggeva proprio quell’obiettivo. Il governo statale ha introdotto una legge che impediva l’aborto, salvo certe eccezioni, oltre la quindicesima settimana di gravidanza, in palese contraddizione con la sentenza Roe v. Wade. A questa si è risposto per vie legali, andando quindi a chiedere l’intervento delle corti, in un caso noto come Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization. Dopo una serie di passaggi, si è chiesto l’intervento della Corte Suprema, la quale ha accettato di esprimersi sul caso.

Cosa dice la sentenza? Le prime reazioni

La sentenza della Corte Suprema di venerdì ribalta con 6 voti a 3 le sentenze Roe v. Wade e Planned Parenthood v. Casey. Quindi, stabilisce che l’aborto non è più un diritto garantito dalla Costituzione. Inoltre, afferma che la decisione sulla legalità dell’aborto spetta ai cittadini e ai loro rappresentanti politici.

Molta dell’attenzione relativa alla sentenza è caduta sulla composizione ideologica e religiosa della Corte Suprema. Infatti, l’idea secondo cui la sentenza sia da attribuirsi all’ideologia conservatrice e religiosa è piuttosto diffusa, come testimonia la reazione del Presidente degli Stati Uniti Joseph Biden, che l’ha definita il “risultato di un’ideologia estrema“.

Eppure, esiste un’interpretazione più clemente nei confronti della Corte Suprema: si tratta di una questione di diritto costituzionale complessa e dibattuta. A testimonianza di ciò, vari costituzionalisti di rilievo, di orientamento democratico, e favorevoli all’aborto legale negli anni hanno assunto pubblicamente posizioni in contrasto con la sentenza Roe v. Wade, per varie ragioni. Uno di questi è il professore di diritto costituzionale di Yale, Akhil Reed Amar. In generale, e al di là della questione puramente legale, un’idea che ha una certa trazione tra coloro favorevoli all’aborto legale è che la via costituzionale sia la via sbagliata, mentre la via politica è preferibile.

Finora, la maggioranza dei commenti più ragionati hanno riguardato la bozza dell’opinione del giudice Alito, la quale è stata data alla stampa un paio di mesi fa attraverso una fuga di notizie senza precedenti nella Corte Suprema. Per i ragionamenti più articolati sulle altre opinioni, ci vorrà un po’ più di tempo. Mi limito a portare l’attenzione su alcune reazioni a caldo. L‘opinione di supporto alla sentenza da parte del giudice Thomas ha già scatenato una reazione da parte progressista siccome si teme che altri diritti possano essere messi in discussione, come ad esempio i matrimoni tra coppie dello stesso sesso. In aggiunta, è degna di nota l’opinione della minoranza della Corte Suprema, la quale è in veemente disaccordo. Infatti, i tre giudici dissenzienti sostengono che questa sentenza restringa i diritti delle donne, mettendo in discussione il loro status di cittadine libere e uguali. In particolare, lamentano il fatto che la sentenza della Corte Suprema non conceda il diritto all’aborto nemmeno dopo poche settimane, consentendo ai legislatori di negarlo sin dal momento del concepimento.

Il già menzionato professore Akhil Reed Amar riassume in un’intervista e in un saggio pubblicato sul Wall Street Journal i punti fondamentali delle 98 pagine della bozza del giudice Alito, nella quale il suo stesso lavoro è citato. In breve, Alito considera la sentenza Roe v. Wade “egregiously wrong” (oltraggiosamente sbagliata). E quando i precedenti sono sbagliati, è compito della Corte Suprema sovvertirli per ritornare all’interpretazione corretta della Costituzione. Reed Amar spiega ai lettori che la Corte Suprema ribalta proprie sentenze frequentemente, in media circa due sentenze passate vengono ribaltate ogni anno.

Dopodiché, prosegue asserendo che la sentenza Roe v. Wade si basa su una interpretazione fallace del 14° emendamento, siccome esso riconosce un diritto alla vita, libertà e proprietà, che non può essere tolto senza un giusto processo. Reed Amar sostiene che nel caso specifico di Roe v. Wade, il giusto processo ci fu.

Per quel che riguarda il richiamo di Roe v. Wade al 9° emendamento, ovvero il riferimento ai diritti non enumerati, il giudice Alito afferma nella sua opinione che per essere considerato un diritto non enumerato, esso dovrebbe essere “deeply rooted in the Nation’s history and tradition” (profondamente radicato nella storia e nella tradizione della Nazione). Dopodiché, il giudice procede nell’argomentare minuziosamente che l’aborto non ricada in questa definizione di diritto non enumerato, dopo aver ripercorso secoli di storia. Reed Amar ricorda che ai tempi della sentenza Roe v. Wade, nessuno Stato aveva leggi così permissive in tema di aborto, per rimarcare che una posizione del genere non era molto diffusa.

Una delle questioni più divisive è proprio questa: che criterio si usa per stabilire qual è un diritto non enumerato e quale non lo è? Il giudice Alito utilizza il criterio espresso sopra, il quale si basa su una sentenza del 1997 della Corte Suprema, relativa al caso Washington v. Glucksberg, riguardante il suicidio assistito. Questo criterio però non è l’unico possibile, come spiega il sopra citato professor Yoshino. Infatti, sostiene il professore, la Corte Suprema stessa nel 2015 col caso Obergefell v. Hodges legalizzava i matrimoni tra persone dello stesso sesso asserendo che per quanto la storia sia rilevante, essa non può fungere da unico metro per stabilire quali sono i diritti dei cittadini di oggi.

Inoltre, il professore conclude la sua spiegazione con una riflessione personale rilevante: la Costituzione degli Stati Uniti ha subito pochi emendamenti nel corso della sua storia, data la difficoltà di introdurli. Questo implica che un approccio che riconosce come diritti solo quelli scritti e quelli fortemente legati alla tradizione e alla storia legale del Paese rischia di penalizzare i gruppi che storicamente hanno visto i loro diritti negati (donne, minoranze etniche, eccetera).

Infine, è rilevante l’editoriale pubblicato su Politico dal costituzionalista Aziz Huq, professore all’università di Chicago, il quale esprime forti dubbi sulla solidità delle tesi del giudice Alito. Come prima cosa, Huq considera deboli e pretestuose le argomentazioni poiché gli stessi giudici conservatori non utilizzano lo stesso metro di giudizio in nessun altro caso. Infatti, il giudice Alito sostiene che la parola “libertà” nel 14° emendamento sia interpretata in maniera troppo astratta. Huq, però, ritiene che interpretazioni di questo tipo siano all’ordine del giorno, e siano il fondamento di varie opinioni di giudici di orientamento repubblicano. Tra le altre, Huq rinfaccia al giudice Alito di essere egli stesso l’autore di un’opinione su un caso passato, FAA v. Cooper, che si basava su una libertà interpretativa analoga.

In aggiunta, il professor Huq evidenzia come l’opinione del giudice Alito sia riprovevole da un punto di vista etico. Infatti, il giudice Alito presta grande attenzione a distinguere la questione dell’aborto da altre questioni di diritti fondamentali non enumerati, come il matrimonio o il diritto a non subire sterilizzazioni contro la propria volontà. Nel difendere questa posizione, Alito sostiene che l’aborto rappresenta una “questione critica dal punto di vista morale“. L’implicazione di ciò, sostiene Huq, è quella di negare che altri diritti non enumerati siano moralmente critici, contrariamente a ciò che suggerisce il buonsenso.

Conseguenze della sentenza: l’aborto negli USA è a rischio?

Che conseguenze ha l’abrogazione della sentenza Roe v. Wade? Le conseguenze attuali variano da Stato a Stato. In alcuni di questi, le leggi sono già chiare, mentre in altri la situazione è in evoluzione con direzioni più o meno prevedibili. Ma grazie al lavoro di monitoraggio del New York Times, possiamo già avere un’idea su cosa ci si può aspettare andando avanti.

La prima cosa che appare evidente è che le leggi attuali o previste nei vari stati rispecchiano la forte polarizzazione politica del Paese, che si manifesta anzitutto su base geografica. Le scelte sulla restrizione o sul mantenimento e sull’espansione della possibilità di abortire sono fortemente correlate ai risultati delle elezioni. In quasi tutti gli Stati a forte maggioranza repubblicana ci si aspetta che la possibilità di abortire sia ristretta, mentre l’opposto avverrà negli Stati che tipicamente votano democratico.

Alcuni stati hanno già una legislazione che rende Roe v. Wade sostanzialmente irrilevante perché specificano un limite alla possibilità di abortire che supera le 23-28 settimane. Più in generale, sono 20 Stati più D.C. i luoghi in cui ci si aspetta leggi in linea o più permissive rispetto a Roe v. Wade. Gli esempi più estremi sono i 6 stati più D.C. che attualmente non impongono alcun limite di gestazione.

Dall’altra parte, invece, 20 Stati hanno già in vigore o introdurranno a breve leggi che restringono le possibilità di abortire. Tra questi, 15 avranno un divieto totale di aborto, in certi casi con eccezioni che riguardano ad esempio casi di stupro, incesto o problematiche mediche. In alcuni di questi, entrano in vigore leggi particolarmente stringenti, come ad esempio in Alabama, dove non è concesso l’aborto neppure in caso di stupro.

Gli altri 5, invece, dovrebbero introdurre un limite di gestazione posto a 6 settimane in 3 casi (Ohio, South Carolina, Georgia), e a 15 settimane in 2 (Florida e Arizona). Si tratta quindi di una misura più restrittiva rispetto a Roe v. Wade, ma che consente almeno per un certo periodo la possibilità di abortire per tutte le donne che lo desiderano.

Per quel che riguarda i 10 Stati rimanenti, la situazione è incerta, e dipenderà da come cambieranno i rapporti di forza tra i legislatori. In questi, la situazione attuale manterrebbe la possibilità di abortire attorno alla soglia di gestazione specificata in Roe v. Wade, ma c’è stata qualche espressione di interesse per una riduzione di tali limiti. In questi 10 Stati, ogni caso ha le sue peculiarità e andrebbe analizzato a sé.

Azioni politiche a livello federale

Esiste anche la possibilità di un intervento a livello federale, che introdurrebbe leggi valide in tutta la Nazione. La politica può dunque intervenire in due modi diversi, oltre all’intervento statale: tramite azioni del Congresso, o per ordine esecutivo del Presidente degli Stati Uniti.

La Casa Bianca sta valutando la possibilità di introdurre un ordine esecutivo del Presidente. Le idee che si stanno vagliando sono due: la prima è di dichiarare un’emergenza sanitaria nazionale, tramite la quale il Dipartimento di Giustizia potrebbe intervenire per bloccare i vari tentativi degli Stati di rendere illegale il viaggio per abortire in altri Stati; la seconda è quella di subordinare i divieti di aborto nei vari Stati all’approvazione di farmaci che consentono di abortire da parte dell’FDA. In entrambi i casi, le misure sarebbero piuttosto blande.

Oltre a rendere legale l’aborto entro ogni limite ritenuto opportuno, il Congresso stesso potrebbe introdurre leggi che impediscano ai singoli Stati di rendere illegale per i loro residenti l’aborto in altri Stati. Alcuni commentatori sostengono infatti che esista una possibilità concreta che alcuni Stati particolarmente contrari all’aborto introducano leggi di questo tipo, seppur la loro costituzionalità sia dubbia.

Finora, il Congresso federale ha tentato di passare una legge che mantiene la possibilità di abortire secondo i criteri stabiliti da Roe v. Wade. La legge non è passata in Senato, a causa del voto contrario di tutti i senatori Repubblicani, e del senatore Democratico Joe Manchin della West Virginia.

Questo non toglie che ci saranno nuovi tentativi, ma occorre osservare le singole posizioni, in particolare dei senatori, per capire cosa ci si può aspettare, sempre tenendo a mente che la situazione è piuttosto incerta.

Per quel che riguarda i Democratici, l’opinione condivisa è che il limite di 23-28 settimane debba essere quantomeno il minimo accettabile per una proposta che garantisca la possibilità di abortire. Il portavoce del partito al Senato, Chuck Schumer, ha dichiarato che non sono disposti a scendere a compromessi su una questione di così vitale importanza. Non accetteranno nulla di più restrittivo rispetto a quanto concesso dalla sentenza Roe v. Wade, che è stata la legge degli ultimi 50 anni.

La situazione è più complessa sul fronte repubblicano. Tra i Repubblicani, due senatrici, Lisa Murkowski dell’Alaska e Susan Collins del Maine, sono esplicitamente a favore dell’aborto legale attorno ai termini di Roe v. Wade. La stessa Murkowski ha commentato la sentenza della Corte Suprema dichiarando che si impegnerà in prima persona nel legiferare affinché si consenta alle donne di tutto il Paese di poter scegliere se abortire.

Per la gran parte dei Repubblicani, però, la risposta più comune sembra essere il silenzio o l’affermare che spetta agli Stati legiferare. Ma le opinioni non sono unanimamente contrarie in tutto e per tutto all’aborto. Ad esempio, il senatore Lindsey Graham della South Carolina ha tentato di introdurre ripetutamente dal 2013 una proposta di legge che pone il limite per abortire alla 20esima settimana (in un chiaro tentativo di portare la questione di fronte alla Corte Suprema). La proposta trova molti senatori Repubblicani concordi. Per quanto il limite di 20 settimane sia più restrittivo rispetto a Roe v. Wade (sotto il cui limite i Democratici non vogliono scendere), si tratta comunque di un limite alto per gli standard europei. Detto ciò, questa proposta precede la sentenza della Corte Costituzionale, e non è detto che verrà riproposta ora che i Repubblicani hanno ottenuto questa vittoria.

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1 comment

Dario+Greggio 28/06/2022 at 21:18

gli umani sono merda, e si sa. In particolare, fa molto sorridere che 9 maschi decidano di una questione prettamente femminile 😉 😀

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