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Yemen: conflitto di cui noi occidentali non abbiamo chiaro nulla

In questo articolo il focus centrale è lo Yemen, una terra molto lontana, con vista sull’Oceano Indiano, a stretto contatto con il Corno d’Africa. Uno stato così oscuro quanto fragile, alle prese con una guerra civile che dal 2014 sta distruggendo il suo territorio, sta logorando la popolazione e sta facendo molte vittime anche tra i bambini.

Di recente, nei salotti televisivi, coloro a sfavore dell’invio di armi in Ucraina utilizzano il conflitto yemenita per dire “Perché non armiamo anche gli yemeniti?” da notissimi avvelenatori di pozzi di professione, che provano, cercando di toccare la pancia più che il cervello delle persone, a creare in queste idee estremamente vaghe e sbagliate di cosa accade ai confini della penisola arabica. Ecco, una frase come questa denota che non si conosce la vera realtà del conflitto, che vado adesso a spiegare.

Una storia affascinante.

Come al solito, nel corso della storia e della geopolitica mondiale, in luoghi dove vi sono ricchezze minerarie importanti, ci sono altrettanti tentativi di influenzare le politiche locali. A volte, questi tentativi conducono a guerre fratricide. Lo Yemen, terra ricchissima di petrolio e altre ricchezze minerarie, ne è un esempio.

“Il paese dell’incenso, montuoso e inaccessibile, avvolto in una spessa coltre di nuvole e nebbia, una regione che produce incenso dagli alberi, popolata da gente pacifica, pastori nomadi di mucche, pecore e cammelli”, così veniva descritto da un viaggiatore greco del II sec a.C., ma ovviamente molto è cambiato da allora.

Dopo un periodo di dominazione ottomana, arriva l’indipendenza dello Yemen grazie all’opera dell’Imam Yahya e nel 1904 inizia una nuova era, quella del “Regno mutawakkilita” dello Yemen del Nord, che sarà poi spodestato nel 1962 da una sollevazione popolare con a capo ʿAbd Allāh al-Sallāl. Nel sud del paese la questione prima dell’unificazione fu ancora più spinosa.

Da ex colonia britannica, lo Yemen del Sud si divideva etnicamente in due parti: quella attorno alla capitale Aden e la regione di Hadramawt, da sempre indipendente dallo Yemen, ma unificata allo stesso durante la colonizzazione britannica che era partita da Aden e si era prolungata nelle aree circostanti (1839). Questi territori dipendevano dunque dall’India Britannica e ottennero l’indipendenza molto tardi. Attorno al 1967 si parlerà di Repubblica popolare dello Yemen del Sud, dove venne imposto l’unico regime comunista che il mondo arabo abbia mai conosciuto. La vera unificazione del territorio yemenita arriverà nel 1990, dopo vari negoziati partiti già nel 1972. Ma è un paese che resterà profondamente diviso all’interno, specie in termini religiosi, siccome popolato sia da sunniti che da sciiti.

La prima guerra civile in Yemen

La prima decisione dello Yemen unito fu quella di appoggiare Saddam Hussein, noto “leader” iracheno, durante la prima guerra del golfo. Dopo soli 4 anni il Sud tentò la secessione, che fallì vista la minore capacità militare e logistica rispetto allo stato del Nord con capitale Sanaa. La Repubblica popolare dello Yemen, accettata solo dall’Arabia Saudita, non aveva l’appoggio internazionale, al contrario del nemico nordista.

Dal 1994 lo stato yemenita è unificato e tramite elezioni popolari ha eletto come presidente ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāliḥ. Ma questa terra è tutto tranne che in pace con se stessa. C’è sete di vendetta, di libertà, ma anche di dominio in nome della fede.

Arriva l’attualità: l’arrivo degli Outhi e i nuovi orizzonti della guerra civile

Nel 1992 si crea un nuovo gruppo ribelle, di fede sciita (circa il 30% della popolazione yemenita) che prende il nome di Ansar Allah (partigiani di Allah). Questo movimento politico, anarchico nonchè militare, aveva come roccaforte la città di Saada, nel nord-ovest del paese dell’incenso.

Questi combattenti prendono il nome ufficiale Outhi dal loro fondatore spirituale Badr Eddine Outhi e da suo figlio Hussein, capo politico, ucciso nel 2004. L’origine religiosa di questo movimento riconduce all’ala sciita degli Zayditi, vicini ai sunniti, ma accusati di avere degli strettissimi legami con  il gruppo dei Duodecimani, che rappresenta la maggioranza in Iran, Iraq e Libano. Proprio a partire dall’anno dell’uccisione di Hussein, gli Outhi combattono 6 guerre contro lo stato centrale, fino al 2010.

Il vento della primavera araba (movimento popolare che inizia nel 2011), con epicentro in Tunisia, si propaga anche in Yemen, dove il popolo chiede ad Ali Abdallah Saleh, che da 33 anni comanda il paese, di lasciare prima l’incarico, poi lo stato. La popolazione verrà ascoltata. Il 27 febbraio 2012, Saleh consegna ufficialmente il potere al suo successore, Abd Rabbo Mansour Hadi. Il cambio di potere a Sanaa offre il momento perfetto per una nuova avanzata Outhi, i quali riprendono con maggiore forza e decisione le azioni di rivolta nel 2014. Ha inizio la seconda guerra civile.

La guerra

Nello stesso anno, i ribelli, sfruttando l’alleanza con le truppe fedeli all’ex presidente Saleh, prendono la fortezza di Sadaa. Il primo passo verso una serie di conquiste inarrestabili. Viene occupato successivamente il porto di Houdeia e nell’anno successivo arriva la capitolazione della capitale Sanaa, con il nuovo presidente Hadi, costretto a fuggire nel sud, ad Aden, ergendola a capitale provvisoria. Ma è solo una mossa che allontana di un mese l’ennesima disfatta.

Nel marzo 2015 anche Aden cade sotto i colpi di Abdel Malek al-Houthi, nuovo leader del movimento politico-militare. Probabilmente un aiuto decisivo alla causa ribelle è stato fornito (e forse continua tutt’ora) dall’Iran, il quale ha assicurato una costante fornitura di petrolio e la costruzioni di nuove centrali elettriche, oltre al sostegno diplomatico definendo la loro “una rivoluzione popolare” interna allo Yemen.

La risposta governativa arriverà da una coalizione internazionale formata da 9 stati, tra cui Stati Uniti e la vicina Arabia Suadita. Nel 2017 si spezzerà anche l’alleanza tra Outhi e fedeli di Saleh, che sarà accusato di tradimento e verrà ucciso nello stesso anno, mentre Hadi si rifugerà dagli alleati sauditi a Ryad.

Ad oggi la divisione dello stato yememita viene così offerta dalle agenzie internazionali: 1) Outhi/Ansar Allah, che controllano tutto il nord-ovest, grazie anche all’aiuto indiretto iraniano; 2) Consiglio di Transizione del Sud, nato nel 2017 dall’iniziativa del governatore di Aden Aydarous al Zubaidi, che mira a controllare la parte sud dello Yemen; 3) West Coast forces: capitanate dal nipote di Saleh, Tareq, che agisce con lo scopo di liberare dalla costa del Mar Rosso gli Outhi, come successo con il governatorato di Taiz. Inoltre in questa terra non mancano infiltrazioni di Al Qaida e dello Stato Islamico, concentrato a Qayfa.

I numeri di questa guerra

Dal 2015 al 2021 secondo Save the Children sono stati uccisi circa 20 000 civili, mentre 4 milioni di bambini e 2,4 di donne, sarebbero gli sfollati. Ma se tutto ciò non bastasse a definire un quadro in se inquietante, un ultimo dato ci aiuta a definire ancora maggiormente la situazione: circa il 65% della popolazione ha bisogno di aiuto umanitario, 20 milioni di persone.

Ma la guerra ha portato anche malattie difficilmente curabili in contesti come questi, quali colera e difterite, che oltre all’epidemia Covid ha messo a rischio tutta la popolazione yemenita. A marzo 2022, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha segnalato 211.783 casi confermati di COVID-19 nello Yemen e 2.139 decessi, le vaccinazioni sono sotto al milione di persone, il quadro non è rincuorante.

C’è bisogno di prendere una parte in questo conflitto?

Gli Outhi, che sono una minoranza del paese, non sarebbero dei buoni vicini per i sauditi in caso di controllo totale dello Yemen. Infatti questi ribelli hanno come motto “morte all’America”, “morte agli Ebrei” e cullano l’idea di controllare tutto lo Yemen imponendo un califfato Zaydita, che si ritiene antenato del profeta Muhammad.

Dunque quando si parla nei salotti televisivi, di “armare gli yemeniti”, ipotesi avanzata da sedicenti politologi in contrapposizione all’invio di armi da parte dell’Italia per aiutare l’Ucraina nel liberarsi dall’esercito russo, le risposte sono plurime.

Una di queste è senz’altro “Quali yemeniti dovremmo armare?”, oppure “Già li stanno armando”. Come al solito, tutto quello che accade fuori dall’Italia, viene trattato con una noncuranza e un piattume dalla nostra informazione al punto tale da descrivere quadri completamente sconnessi dalla realtà. Ci sono due fronti in Yemen che stanno combattendo, e sono yemeniti. Non ci sono invasori o invasioni impunite, ma alleati, che come al solito avranno motivi secondari, ma alleati rimangono.

Prego gentilmente il signor Di Battista, che nel salotto di la 7 propone generalmente di armare “gli yemeniti”, di essere più puntuale e informarci a quale delle due fazioni sarebbe diretto il suo ipotetico aiuto sotto forma di armamenti. Le dinamiche della guerra sono sempre difficili e oscure, specie quando le realtà sono complesse e assolutamente diverse dalla nostra come nel caso dello Yemen. Ecco perché sono disgustato nel vedere spiattellate in televisione davanti ad un pubblico informazioni errate che portano l’ascoltatore a credere in racconti più che mai fantasiosi, lasciandosi trasportare da cuori di panna.

Fonti principali:
https://www.agi.it/estero/yemen_houthi_chi_sono_cosa_vogliono-3200183/news/2017-12-05/
https://www.savethechildren.it/blog-notizie/guerra-yemen-origini-ed-evoluzioni-di-un-conflitto-che-dura-da-anni
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/yemen-sette-anni-di-conflitto-attori-strategie-implicazioni-33121

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