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Violenza sulle donne: la prevenzione attraverso l’educazione sessuale (ed affettiva)

Il recente femminicidio di Giulia Cecchettin ha rappresentato la goccia che ha fatto traboccare un vaso già piuttosto pieno per quest’anno: la violenza sulle donne. Si ricorda ad esempio lo stupro di Palermo o l’omicidio di Sofia Castelli, anche lei accoltellata, tra i più eclatanti, ma ve ne sono centinaia di altri, la maggior parte dei quali rimangono nascosti agli occhi dei media. L’opinione pubblica in questi giorni si sta attivando come probabilmente mai prima d’ora per affermare che la violenza di genere è un comportamento socialmente inaccettabile, chiedendo a gran voce soluzioni per sradicarla, soprattutto i più giovani. Il punto è: dove e come agire? Come prevenire e salvare tante vite?

In primis, è bene ricordare che la violenza non è solo fisica ma anche psicologica, molto più difficile da individuare: spesso e volentieri, infatti, si manifesta con vari comportamenti apparentemente innocui, attribuibili ad altre situazioni emotive “scusabili” (come un comune scatto di rabbia momentaneo) che hanno un effetto oppressivo se coniugati e protratti nel tempo. Ad esempio, uno dei più diffusi è lo screditare le scelte di vita altrui: un disaccordo su una scelta è cosa buona e giusta, ma se ripetuto in modo particolarmente denigratorio e ogni giorno genera un tipo di pressione non indifferente sulla vittima, così come il colpevolizzarla per tutto quello che succede o il ricatto emotivo.
L’arma psicologica più subdola e pericolosa è il banale silenzio: una situazione protratta nel tempo, per svariati mesi, in cui semplicemente un partner non rivolge la parola all’altro, togliendo il saluto e magari anche il guardarsi in faccia. La vittima arriva a provare sensi di colpa sempre più grandi, sentendosi sbagliata ma capisce non per cosa, e il continuo tormento nel capire perché ha ferito così tanto la persona che ama distrugge completamente il benessere e la personalità, prima in casa, poi anche fuori, quando potrebbe svagarsi con gli amici, fino ad annullarsi completamente perché ogni cosa che fa o pensa potrebbe essere quella sbagliata. È anche difficile comprendere il profondo disagio di chi subisce questo tipo di comportamento, chiamato “trattamento del silenzio” in letteratura, in quanto può essere scambiato con un banale sentirsi offesi, e in seguito ad una confidenza la risposta potrebbe essere “ah, ce l’ha ancora con te dopo tanto tempo? Vabbè gli passerà”. No, si tratta di un metodo di manipolazione psicologica molto efficace, che mira ad imporre potere sulla vittima, costringendola a fare o non fare determinate scelte, in base ai gusti del manipolatore, che sfrutta ed esaspera appunto i sensi di colpa.

Sono esempi sporadici, le modalità per annullare le libertà di una persona in modo coercitivo sono innumerevoli, non basterebbero dieci articoli per elencarli. Serve, infatti, un percorso largamente condiviso, e la scuola rappresenta lo strumento più ovvio a tal fine; sto parlando, insomma, della necessità della nota “educazione all’affettività“. Un percorso rivolto agli adolescenti, che miri a fornire gli strumenti essenziali sia per individuare le situazioni in cui vi sono abusi, come reagire e come comunicare con altri soggetti per risolverle e/o uscirne, sia per accettare i rifiuti e gestire ed elaborare il dolore come parte integrante della propria vita. In breve, serve per creare degli “anticorpi” contro la violenza, una mentalità largamente diffusa che la ripudi ed isoli chi la compie. Elly Schlein, Valditara, Roccella… pressoché la totalità della politica italiana è d’accordo su questo aspetto.

In pochissimi, tuttavia, riescono ad affermare che l’educazione affettiva è una parte di una disciplina ben più ampia: l’educazione sessuale, come riportato da lavori scientifici e nelle linee guida dell’Unione Europea in merito. Nessun politico si è permesso, nè prima nè ora, di utilizzare questo termine: in Italia, infatti, tutto ciò che è inerente al sesso è visto come un tabù per adulti, qualcosa che esiste ma che non si deve sapere esista, da cui è meglio tenere lontani i giovani, che hanno ancora tanto da imparare nella vita. La componente sessuale rappresenta un pilastro importantissimo della vita di un individuo, in particolar modo all’interno di una coppia, e al contempo è un aspetto estremamente soggettivo: ognuno ha i propri gusti, i propri desideri, il proprio modo di sentirsi soddisfatto, ed è importante saper comunicare e sapersi analizzare per valorizzare questo aspetto. Molto spesso infatti, le problematiche di coppia sono proprio un surrogato dell’insoddisfazione a livello sessuale tra i due partner, che è il problema alla base, e non viene mai risolto perché ci si concentra sui sintomi o perché non si è in grado di parlarne; un numero considerevole di studi evidenzia, non a caso, che l’insoddisfazione sessuale o la mancanza di comunicazione a riguardo rappresenta una delle principali cause di deterioramento e infedeltà di una coppia. La comunicazione in merito è un aspetto molto delicato: il confine tra stare magnificamente bene e sentirsi profondamente a disagio è molto sottile, proprio per il fatto che ciascuno di noi è diverso; anzi, il modo in cui piace farlo potrebbe dire molto sul carattere e sulla personalità di un individuo, tanto da rappresentare un ulteriore modo di conoscersi, molto profondo. Come si può pretendere che una coppia sia sana e stabile quando non è in grado di parlare della propria vita sessuale, o di comprenderne l’importanza? In che modo mantenere le discussioni inerenti al sesso come tabù aiuterebbe a migliorare la comprensione e il rispetto reciproci tra uomo e donna?

Fortunatamente, un discreto numero di giovani della generazione Z avverte questa mancanza, tanto che alcuni si stanno adoperando per cercare di fare divulgazione attraverso i social, anche con l’aiuto di medici ed esperti, lasciando spazio al pubblico di partecipare, raccontando in anonimato esperienze, desideri o opinioni anche molto personali. Il risultato di questi esperimenti non è la creazione di pervertiti che non pensano ad altro, bensì di una community che è molto più consapevole della serietà circa la propria vita sessuale e che ha sviluppato una sensibilità notevole circa il rispetto delle diversità e il ripudio della violenza. L’educazione sessuale non è infatti guardare video porno o studiare il kamasutra, bensì vuol dire insegnare a rispettare l’individualità nella sua forma più irrazionale, a non giudicare i gusti altrui anche se li reputiamo strani, a saper dare importanza e a comunicare con gli altri questioni relative alla sessualità… Insomma, capire che non esiste un modo giusto o sbagliato per fare sesso a livello universale, l’unica regola che deve essere rispettata è il consenso. Insegnare su larga scala questa mentalità, in completa opposizione con la cultura attuale del tabù, è il primo passo per far sì che le future generazioni pongano come valore fondamentale della propria vita l’accettazione e il rispetto delle differenze o, in altre parole, capire che il desiderio non implica in alcun modo il potere.

Come riporta questo articolo dell’Harvard Medical School, l’educazione sessuale aiuta non solo a prevenire la violenza di genere, ma anche molte altre problematiche come i suicidi o la mancanza di autostima, prevalenti soprattutto nel genere maschile e altresì correlati con comportamenti oppressivi sulla partner. Insomma, se c’è un cambiamento culturale di cui questo Paese necessita è proprio questo, ed è importante che soprattutto i giovani sfruttino quest’occasione per chiedere a gran voce dei passi avanti in merito, in modo serio.

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