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Giornalismo Politica estera

USA, Afghanistan e talebani

Obama

Il discorso di Biden sull’Afghanistan può essere condiviso o meno, ma nei contenuti può aver lasciato sinceramente attonito solo chi in questi anni della politica internazionale ha seguito poco.

L’intenzione americana in Medio Oriente è chiara da almeno 10 anni. L’era del disimpegno, già inaugurata con Obama, è stata poi suffragata da entrambi i suoi successori. È questo l’unico, vero, inequivocabile, punto di continuità delle ultime 3 amministrazioni, perché ad oggi non esiste argomento più unificante tra gli americani del ritiro dagli scenari di guerra (nonostante sulle modalità di questo specifico ritiro si siano espresse forti critiche). I tempi di Kennedy, dove gli USA si fregiavano di una responsabilità nella tutela del mondo libero, sono ormai lontani.

Oggi il Presidente si rivolge anzitutto ai suoi cittadini, non al mondo, consapevole di un elettorato fortemente orientato verso le non indifferenti questioni di politica interna: una middle class insoddisfatta dal nuovo mercato del lavoro, l’assenza de facto di previdenza sociale, la regolamentazione del commercio di armi da fuoco, l’inclusione delle minoranze, i poteri degli organi di polizia, le sfide dettate dai Big Tech e la necessità inderogabile di una riforma strutturale della sanità (il prezzo dell’insulina è quadruplicato negli ultimi anni, un diabetico arriva tranquillamente a spendere 400 dollari al mese e con uno stipendio medio fatica a trovare un’assicurazione disposta a coprire le spese). In questo contesto investire risorse per una guerra appare futile e controproducente.

Al netto della tanto abbaiata quanto vetusta narrazione di un Occidente colonizzatore, affamato di materie prime (non a caso cavallo di battaglia del populismo anti-americano targato 5 Stelle), tempi più recenti confermano gli USA esportatori netti sia di petrolio che di gas naturale, tra i primi al mondo per altro, prima ancora dei sauditi. I Paesi del Golfo soffrono una piena crisi di sovrapproduzione, non sanno più che fare per calmierare l’offerta di greggio di modo da evitare il pericoloso decremento del prezzo al barile. Di questa larghissima offerta di combustibili fossili v’è il global warming a conferma: sono vent’anni che si ripete che il petrolio sta finendo e sono vent’anni che si scovano più giacimenti di quanti gli arabi avessero mai sperato di trovare. I conflitti attuali non ricalcano certo il Desert Storm.

Gli interessi economici americani in Medio Oriente sono molto più contenuti di quanto saremmo istintivamente portati a credere e la dura realtà è che le attenzioni USA si concentrano ormai quasi interamente nel Pacifico. Per questo dal 2014 gli americani hanno pubblicamente dichiarato di volersi ritirare dall’Afghanistan, per questo nel 2019 si sono ritirati dalla Siria, per questo si sono praticamente ritirati dall’Iraq e per questo dopo aver ridotto ad un manipolo di specialisti la presenza in Libia hanno, a inizio 2021, invocato una risoluzione ONU affinché Russia e Turchia facciano lo stesso. Manca la volontà di impegnarsi in conflitti che vengono percepiti come lontani ed infruttuosi.

Tutto questo senza contare che di petrolio in Afghanistan non ve n’è una goccia.

Le ragioni dell’occupazione americana

Le ragioni della presenza americana sono da ricondurre all’11 settembre. La missione ISAF guidata dalle NATO fu per altro approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con la risoluzione 1386 del 2001, che dimostra quanto fazioso sia continuare a vendere l’intero conflitto come un’unilaterale iniziativa americana sorda ai richiami del diritto internazionale. Al Qaeda si trova oggi ridimensionata ed in contrasto con la causa storicamente nazionalista dei Talebani. Bin Laden è morto 10 anni fa. Sono circa 7 anni che gli USA non trovano più motivi a breve termine per giustificare una presenza in Afghanistan e di questo non hanno mai stato fatto segreto, già durante l’amministrazione Obama. I talebani possono essere elemento di stabilità nell’area, è questa la ratio che traspare dalle politiche USA, nemmeno troppo velatamente. Gli accordi di Doha, sottoscritti tra l’amministrazione Trump e le principali fazioni talebane nel 2020, lo confermano.

Oggi, oltre all’efficacia di un intervento militare, fortemente contestata dall’elettorato democratico insofferente a qualsiasi forma di conflitto armato, e alla mera utilità dello stesso, respinta da un elettorato repubblicano sempre più isolazionista, dal variegato fronte libertario si sottolinea anche l’inefficienza della macchina da guerra USA -e non a torto-.

Erano 2500 i soldati americani di stanza in Afghanistan nell’ultimo periodo. Per intenderci a Milano si contano 3000 vigili urbani effettivi. Dal 2014 non furono quasi più coinvolti in alcuna missione d’attacco, come confermato dal crollo del numero di morti, ma svolsero un’importante funzione di presidio nell’area. La loro presenza fungeva da deterrente per i talebani e da riferimento per le truppe afghane, in una società ancora largamente rurale, organizzata in clan e famiglie, dove non solo complessivamente non veniva percepito appieno il valore della democrazia, ma nemmeno il senso dello Stato. I costi per mantenere questo presidio di sicurezza erano irrisori se paragonati alle prime fasi del conflitto. La stessa Italia per i suoi novecento uomini ha speso 7 miliardi in 20 anni, ne spendiamo 213 ogni anno solo di pensioni (giusto per dare un’idea degli ordini di grandezza).

Valeva la pena lasciarceli per altri 20 anni

Non perché le sorti dell’Afghanistan sarebbero necessariamente cambiate, su questo Biden ha ragione, ma perché la popolazione aveva diritto ad un più ampio periodo di respiro. Ci sarebbe costato poco e avevamo la capacità per concederlo. Il che ce ne conferiva anche la responsabilità.

È ben spiegato nelle colonne di Daniele Raineri, dal titolo “Collasso Afghano“. Negli otto episodi (per ora) pubblicati dal primo luglio sul Foglio si richiamano i fatti di aprile e dicembre scorso. Di nuovo, nessuna sorpresa nonostante impazzi lo sbigottimento negli ultimi giorni sui social. Tutti si aspettavano il tracollo dell’Afghanistan, solo tutti si auspicavano sarebbe stato abbastanza lento da non finire in prima pagina: qualche anno, almeno uno prima che i talebani prendessero Kabul magari con la parvenza di un accordo di cui già si scorgevano le basi col governo afghano. Serviva solo un po’ di tempo, di modo da nascondere il nesso di causalità con il ritiro delle truppe occidentali e poter concedere all’opinione pubblica nostrana un appiglio per sentirsi apposto con la propria fragile coscienza, o se non altro per poter respingere con pretestuoso distacco l’ondata di profughi che nei prossimi anni intraprenderà la rotta balcanica. Avremmo potuto agevolmente riattaccare con il leitmotiv di un conflitto generato dalla storica instabilità di fondo della regione, ovviamente in ultima analisi da attribuire interamente alla passata esperienza coloniale. La retorica di un pregresso conflitto, da cui si è generata una ferita insanabile, avrebbe infatti scagionato le brave persone che la guerra non l’hanno mai voluta dagli orrori dei propri governi, guidati da interessi segreti e dal mercimonio delle lobby.

Invece no, stavolta ci siamo dentro tutti con questa ubriacatura pacifista-fatalista-innocentista, che è solo la faccia più decorosa di un’opportunistica omissione di soccorso. Non esiste motivo, se non la pressione egoistica di un’impaziente quanto disinformata platea occidentale, che giustifichi oggi il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Malgrado le attenzioni degli ultimi giorni la maggior parte dei cittadini occidentali è ancora convinta che il ritiro sia doveroso. Pensare che la guerra sia sempre sbagliata è una posizione molto comoda, consente di non perdere tempo ad analizzare le ragioni di ogni singolo conflitto. Fortunatamente non tutti la pensano a questo modo o staremmo ancora al sabato fascista.

Che la tragedia che si sta consumando in Afghanistan funga da monito a tutti noi, ai pacificatori oltranzisti del disimpegno, a quelli che vantano di non trovare differenza tra aggressione e peace-keeping, ai patrocinanti dell’indifferenza, ma soprattutto a coloro che pensano che la pace possa esistere senza libertà.

4Chiara Bastianelli, Saul Giordani e altri 2

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