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Un problema per la parità di genere (forse)

Genere

È parte del senso comune (o almeno lo è stata fino a pochi anni fa) l’idea che uomini e donne siano “fatti diversamente” non solo relativamente ad una serie di attributi fisici, ma anche per certi aspetti del carattere, del modo di comportarsi e di pensare. Lo stesso non si può dire per il mondo accademico; soprattutto nelle scienze sociali questa concezione è rifiutata da molti, considerata una visione semplicistica e superata della realtà. Le cose stanno effettivamente così? Dovremmo abbandonare l’idea che il genere possa in qualche modo condizionare quello che siamo?

Fatti diversamente

Vi sono chiaramente delle ragioni storiche e politiche per l’ostilità all’idea dell’esistenza di differenze psicologiche tra uomini e donne. Nel corso degli anni ‘70, con l’espansione del movimento femminista, è emersa l’esigenza di negare, anche con il sostegno della scienza, l’esistenza di differenze di genere che potessero giustificare disuguaglianze a livello sociale. L’obiettivo era quello di eradicare tutti gli stereotipi dannosi per le donne, responsabili nel relegarle ad un ruolo subordinato all’interno della società ostacolando il processo verso l’emancipazione.

Questo risultato fu in un primo momento ottenuto; una serie di lavori scientifici (in primis il libro “The psychology of sex differences”, pubblicato nel 1974) contribuirono  all’instaurarsi di un consenso circa la trascurabilità delle differenze psicologiche tra uomo e donna: ammesso che queste esistano, sono sicuramente irrilevanti.

Pertanto la comparsa nei due decenni successivi di alcuni studi volti a mostrare come in realtà, relativamente a certi aspetti, esistono delle differenze consistenti,  venne accolta negativamente1; il lavoro di quegli psicologi fu ritenuto un mero tentativo di opporsi all’uguaglianza di genere difendendo lo status quo, oltre che scientificamente inadeguato perché contraddittorio e carico di bias.

Va detto che questo atteggiamento di rifiuto non fu caratteristico del femminismo in toto. Basti ricordare la psicologa femminista Carol Gilligan2 e la sua tesi relativa all’esistenza di una differenza tra uomini e donne nelle intuizioni morali e quindi nel modo di rapportarsi ai dilemmi etici; tesi che in un certo modo fa propri anche degli stereotipi presenti nel senso comune, con l’idea del genere femminile più empatico e orientato alla cura.

Del resto, l’idea che a priori l’esistenza di differenze di genere sia dannosa per le donne appare ingiustificata: affermare che donne e uomini sono diversi non significa affermare che le une siano peggiori degli altri. E di fatto non sembra questo ciò che emerge dalle ricerche compiute in psicologia. Per quanto riguarda le capacità cognitive, alcune differenze vanno a favore degli uomini (intelligenza visuo-spaziale), altre in favore delle donne (abilità verbali). Le differenze comportamentali, poi, sembrerebbero ancora più favorevoli: gli uomini sarebbero più violenti delle donne, mentre le donne più empatiche e pro-sociali3. È anche vero però, che considerazioni di questo tipo potrebbero comunque portare a stereotipi negativi, per cui l’empatia, un valore di per sé positivo, renderebbe ad esempio le donne meno adatte a ruoli di leadership.

La psicologia evoluzionistica e le differenze di genere “innate”

Ad ogni modo, coloro che sono restii ad accogliere l’idea di una differenza tra generi, anche quando posti di fronte all’evidenza riescono a trovare una via di fuga.

Queste differenze, dicono, sono semplicemente il risultato dell’educazione e del condizionamento culturale a cui ci troviamo sottoposti sin dalla nascita; maschi e femmine si comportano in modo diverso e hanno desideri diversi perché così viene loro insegnato, perché viene costantemente ricordato loro che ci sono cose da maschio e cose da femmina e così via.

Non stupisce che a chi la pensa così le tesi avanzate nel campo della psicologia evoluzionistica risultino particolarmente indigeste. La psicologia evoluzionistica è una disciplina che si è sviluppata a partire dagli anni ‘80 con l’obiettivo di spiegare alcuni meccanismi psicologici (e di conseguenza dei comportamenti che da essi dipendono) sulla base della loro funzione evolutiva e del loro carattere adattivo.

Secondo questa prospettiva, maschi e femmine differirebbero per certe tendenze psicologiche e comportamentali in quanto ciò che è adattivo per gli uni non sempre lo è per le altre, e per questa ragione la selezione naturale avrebbe favorito l’emergere di tratti diversi. Se questo fosse vero, significherebbe che nelle differenze di genere è presente una componente innata.

Affermare questo non significa negare il ruolo della cultura: è indiscutibile che i concetti di maschile e femminile siano socialmente costruiti, che le persone siano spinte ad aderire ai rispettivi ruoli di genere dal contesto culturale e dalle aspettative sociali, ma è anche plausibile che ci sia dell’altro. Tanto meno l’idea che ci siano degli aspetti innati implica che sia possibile, sulla base di essi, dare una definizione anche solo minima di maschile e femminile tale che chi non la rispetta non possa dirsi propriamente maschio o femmina. Non esistono essenze dell’uomo e della donna; si parla sempre e solo di una tendenza in media.

L’investimento genitoriale

Ma per quale ragione l’evoluzione avrebbe seguito strade differenti nei due sessi? Uno dei concetti fondamentali della psicologia evoluzionistica in relazione alle differenze di genere è quello di investimento parentale, cioè il costo in termini di risorse quali energia e tempo legato al produrre e crescere un figlio. Tale costo ha una conseguenza importante: siccome le risorse non sono infinite, maggiore è il costo di un figlio, minore è il  numero totale di figli che un individuo può avere.

Caratteristiche dovute alla biologia come la gravidanza e l’allattamento fanno sì che in molte specie l’investimento parentale da parte della madre sia maggiore di quello del padre, e quindi il numero di figli che potenzialmente possono avere i maschi è decisamente maggiore di quello che possono avere le femmine. Questo spiegherebbe perché potrebbero essere selezionate strategie riproduttive diverse: tenendo in mente che un tratto viene selezionato quando riesce ad aumentare la sua frequenza nella popolazione e che un modo in cui può farlo è facendo crescere la probabilità di avere una discendenza numerosa, possiamo concludere che verrebbero selezionate quelle strategie che aumentano le probabilità di avere molti nipoti e pronipoti.

Semplificando molto, quello che suggeriscono gli psicologi evoluzionistici è che, se lo scopo è quello di avere molti discendenti, per i maschi sia conveniente puntare sulla quantità, cercando di massimizzare il numero di figli, mentre per le femmine,essendo costrette a giocare con più parsimonia le proprie carte, converrebbe puntare sulla qualità,  in modo da aumentare le probabilità che i propri figli abbiano buoni geni e possano a loro volta riprodursi e dare dei nipoti.

Chiaramente con questo non si intende dire che effettivamente lo scopo con cui gli animali si accoppiano e scelgono con chi accoppiarsi sia quello di massimizzare il numero di discendenti; gli animali (noi compresi) si accoppiano perché provano piacere nel farlo e scelgono di accoppiarsi con coloro da cui sono più attratti. Quello che suggeriscono è che la ragione per cui il sesso ci piace e per cui troviamo attraenti queste o quelle caratteristiche è che certe preferenze hanno permesso a coloro che per primi le hanno avute di avere una discendenza numerosa.

Le diversità delle strategie si manifesta ad esempio in una libido maggiore e indiscriminata  per i maschi unita ad un’aggressività più marcata, necessaria per prevalere sui maschi rivali nella competizione innescata dalla selettività delle femmine alla ricerca del partner migliore.

le ragioni dietro all’asimmetria nell’investimento genitoriale comunque non sarebbero soltanto biologiche: sono state proposti almeno 2 motivi che renderebbero vantaggioso per i maschi scegliere di investire meno tempo ed energie nell’accudimento della prole rispetto a quanto fatto dalle femmine.

Il primo ha a che fare con l’incertezza della paternità. Mater semper certa est, pater numquam, e  dedicare molte risorse a crescere un figlio di un altro sarebbe dal punto di vista dell’evoluzione incredibilmente poco adattivo.

Il secondo riguarda invece il costo di opportunità dell’accoppiamento. scegliere di dedicarsi ai propri figli piuttosto che alla ricerca di nuovi partner sarebbe più costoso per i maschi, che per le ragioni già citate riuscirebbero ad avere in media molti più nuovi figli in quel tempo rispetto alle femmine.

Tutto ciò si esprimerebbe in una differenza nella tendenza alla cura parentale, differenza che sembra in effetti esistere in molte specie. 

Ora, è importante precisare che gli psicologi evoluzionisti ritengono che questo discorso assuma dei tratti molto più sfumati quando si parla degli esseri umani. Il dimorfismo maschio-femmina non ha uguale intensità in tutte le specie animali, talvolta non c’è proprio o addirittura è invertito (le caratteristiche che tipicamente sono femminili sono presentate dai maschi, e viceversa). Quello che dicono degli esseri umani è che il dimorfismo c’è (altrimenti non avrebbero attirato tante critiche), ma è poco pronunciato.

Vi sono specie in cui il maschio è completamente disinteressato della propria prole; è chiaro che gli esseri umani non fanno parte di queste. Crescere un “cucciolo” di umano è estremamente costoso e richiede l’aiuto di entrambi i genitori; pertanto i padri fanno effettivamente i padri. Allo stesso tempo, sembra in media comunque non impegnino quanto la madre.

Anche la differenza nelle strategie sessuali non è così marcata; ad esempio non solo le donne, ma anche gli uomini dimostrano di avere un certo livello di selettività nella scelta del partner. D’altra parte, però, viene sostenuto che sia riscontrabile una differenza nelle preferenze rivolte al sesso occasionale.

Ancora, la differenza nelle dimensioni fisiche (sistematicamente associata alle altre differenze) è ridotta, ma c’è.

Punti a favore della psicologia evoluzionistica

Ma perché dovremmo ricorrere a spiegazioni di questo tipo invece che limitarci a cercare nella cultura la ragione dell’esistenza di queste differenze?

Tre almeno sarebbero i motivi per farlo:

  1. Si è detto che le differenze non riguardano soltanto gli esseri umani, ma anche (e spesso in misura maggiore) una buona parte del resto del regno animale.  È ovviamente più facile da digerire l’idea che vi siano delle cause biologiche per il dimorfismo nelle altre specie, ma se pensiamo di non essere speciali per quanto riguarda l’evoluzione di tratti fisici o anche psicologici (emozioni basilari come paura, disgusto, rabbia..) perché dovremmo pensarlo in questo caso?
  1. Un importante marcatore della culturalità di un qualche aspetto è la sua specificità; culturale è ciò che individua e differenzia. Non sembra però che il dimorfismo sia appannaggio di una particolare area culturale, ma piuttosto che sia largamente diffuso tra le popolazioni più disparate. 
  1. Ci sono casi in cui la cultura esercita una spinta in direzione contraria al dimorfismo, ma questa non è sufficiente ad eliminarlo; non dovremmo perciò dire che le differenze di genere esistono a causa della cultura, ma che le differenze esistono nonostante la cultura.

Due esempi permetteranno di chiarire che cosa si intende con l’ultima affermazione. Il primo ha a che fare con le differenze di genere nel gioco infantile. La docente di scuola primaria Vivian Paley nel suo libro Boys and Girls: Superheroes in the Doll Corner racconta dei tentativi fallimentari di liberarsi dei ruoli di genere nelle sue classi. Nonostante i suoi sforzi, sostenuti dall’educazione progressista impartita dai genitori, non è stato possibile fare sì che le femmine abbandonassero le bambole per dedicarsi ai violenti giochi dei maschi, incentrati su guerra e combattimenti, né tanto meno il contrario. Non è questo il risultato che ci si aspetterebbe se davvero fosse unicamente la cultura a dare forma ai ruoli di genere.

Il secondo esempio riguarda invece la scelta della carriera accademica; è noto che tra i laureati nelle facoltà STEM (acronimo che sta per Science, Technology, Engineering and Mathematics) vi sia una sproporzione di genere: la percentuale di donne sul totale è decisamente inferiore al 50% quasi in tutto il mondo. Tipicamente per dare conto di questo dato vengono addotte ragioni culturali: le donne non sarebbero incoraggiate a studiare queste discipline in quanto ritenute più o meno esplicitamente maschili.

Sorprende allora il risultato di uno studio condotto da Stoet e Geary, pubblicato sulla rivista Psychological Science4, che mostra come la presenza femminile tenda a ridursi al crescere dell’uguaglianza di genere; minore il gap di genere, minore il numero di donne che scelgono di laurearsi in facoltà STEM. I due psicologi, nel tentativo di interpretare i dati, hanno messo in luce come i paesi in cui vi è un maggiore empowerment femminile tendono ad essere anche quelli più ricchi e con un livello di welfare più alto; questo fa sì che la scelta sia meno condizionata dalla necessità di emanciparsi economicamente (le facoltà STEM generalmente promettono una fonte di guadagno più sicura) e che le donne siano quindi più libere e incoraggiate a perseguire una carriera in linea con i loro interessi.

Non si tratta chiaramente di una prova definitiva, in quanto non è detto che a questa maggiore libertà corrisponda una presa meno stretta di stereotipi e modelli culturali, ma è sicuramente un fatto significativo che nei paesi in cui (almeno a parole) si cerca di incoraggiare le donne a essere se stesse e realizzarsi si fatichi a scollarsi dagli stereotipi.

Un approccio da evitare

Non è intenzione di chi scrive cercare di difendere la psicologia evoluzionistica da tutte le  critiche che ha attirato su di sé. Molte delle affermazioni particolari fatte da chi si occupa di questa disciplina sono infatti difficili da dimostrare, se non plausibilmente false5.

Il problema riguarda quelle critiche rivolte non all’inconsistenza della teoria con i dati o alla debolezza degli argomenti, ma alla legittimità del programma di ricerca dal punto di vista etico-politico. Quando cioè si cerca di screditare le idee della psicologia evoluzionistica non perché false, ma perché pericolose per la società.

E le critiche di questo tipo, purtroppo, sono state numerose, in particolare per le tesi relative alle differenze di genere; queste sono state rifiutate da molti perché percepite come una minaccia per le battaglie femministe ed il raggiungimento della parità di genere.

Rispetto a questo atteggiamento possono sorgere degli interrogativi:

  1. Davvero queste idee sono così pericolose?

Certo, non è difficile immaginare come potrebbero essere distorte e strumentalizzate da qualcuno con finalità negative (ad esempio, giustificare comportamenti violenti da parte degli uomini), ma non sembrano essere in linea di principio una ragione per arrestare il progresso nelle questioni di genere: di certo dall’immagine tratteggiata dagli psicologi evoluzionistici non segue che le donne dovrebbero essere pagate meno degli uomini, o che debba esserci una bassa rappresentanza femminile nelle cariche di potere. Per quanto riguarda i ruoli di genere, affermare che non ci sia una totale arbitrarietà nella loro costituzione non significa attribuire ad essi un particolare valore o considerare sbagliato chiunque non vi si riconosca.

  1. Dovremmo nascondere la verità quando questa è dolorosa?

È evidente che esistono casi in cui considerazioni di natura etica possono essere rilevanti nel decidere se proseguire o meno la ricerca scientifica in una certa direzione. Si tratta però prevalentemente di casi in cui la scienza fa qualcosa, come ad esempio sviluppare una tecnologia che può essere utilizzata nella produzione di armi di distruzione di massa.  Diverso è il caso in questione, in cui la scienza cerca di dire qualcosa su come è fatto il modo; e se ciò che viene detto è vero, resterà tale anche se non vogliamo accettarlo.

Per quanto le ipotesi degli psicologi evoluzionistici possano essere controverse, l’idea generale che l’evoluzione abbia determinato una qualche forma di dimorfismo negli esseri umani non è di certo implausibile. Fortunatamente, però, questo non sembra essere una notizia così negativa per tutti coloro che sperano nel raggiungimento della parità di genere.

Note

1. Eagly (1995)

2. Gilligan

3. ivi, p. 147

4. Stoet and Geary (2018)

5. Buller (2006)

Bibliografia

Buller, David J. Adapting minds: Evolutionary psychology and the persistent quest for human nature. MIT, 2006.

Eagly, Alice H. “The Science and Politics of Comparing Women and Men.” American Psychologist 50, no. 3 (1995): 145–58. https://doi.org/10.1037/0003-066x.50.3.145.

Gilligan, Carol. In a different voice: Psychological theory and women’s development. Cambridge, Mass: Harvard University Press, 1982.

Stewart-Williams, Steve, and Michael Shermer. The ape that understood the universe: How the mind and culture evolve. Cambridge: Cambridge University Press, 2021.

Stoet, Gijsbert, and David C. Geary. “The Gender-Equality Paradox in Science, Technology, Engineering, and Mathematics Education.” Psychological Science 29, no. 4 (2018): 581–93. https://doi.org/10.1177/0956797617741719.

Immagine: chandlervid85

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