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Politica estera

Turchia, se la linea italiana la detta Rete Disarmo

Abbiamo tutto il diritto di contestare le politiche di Erdogan.

Ma ora che il ministro Di Maio apre la istruttoria “sui contratti in essere sugli armamenti turchi” facendosi dettare la linea dalla Rete Disarmo, forse è il momento di dire qualcosa su queste armi, la Turchia e i Curdi, perché di luoghi comuni sui social media se ne leggono tanti.

Primo, non è vero che l’esercito turco ucciderà i curdi con le armi italiane, anzi, con “razzi siluri e missili” venduti dall’Italia, come si legge su Facebook, perché al momento di autorizzazioni per razzi siluri e missili ne abbiamo date, tenetevi forte, ben 4.

Guido Crosetto ha spiegato che per la restante parte si tratta di componentistica, equipaggiamenti, software ed apparecchiature. Qualcuno avverta Di Maio e il popolo dei social che non stiamo contribuendo a far scoppiare la Quarta Guerra mondiale.

Secondo, prima di aprire la sua istruttoria, il ministro avrebbe potuto, come si dice abitualmente in questi casi, andare a battere i pugni sul tavolo a Bruxelles, visto che, ohibò, è proprio la Ue che sulla scorta delle decisioni prese dagli Usa ha inserito il PKK curdo nella black list del terrorismo.

Poi, siccome i Paesi occidentali hanno deciso ormai da tempo di non fare più la guerra o meglio di farla per procura, americani ed europei hanno distinto tra i terroristi del PKK e i curdi del Democratic Union Party (PYD) e delle Women’s Protection Units (YPG) che hanno combattuto i jihadisti a Kobane e a Raqqa e quindi sono diventati nostri alleati. (O meglio lo erano? Ora cercano l’appoggio di Putin e Assad in funzione antiturca).

Non è così dal punto di vista turco,  contestabilissimo, ci mancherebbe.

Secondo Ankara, PKK, PYD e YPG continuano ad essere tutti nella black list del terrorismo. Il tema se mai è capire dove vuole andare a parare il presidente turco Erdogan con le operazioni militari, pardon, la “invasione”, degli ultimi giorni.

Perché di operazioni per salvaguardare la propria sicurezza nazionale la Turchia ne aveva già fatte altre in passato ma nessuno era sceso in piazza a manifestare se le memoria non ci inganna.

Vorrà pur dire qualcosa la prudenza con cui si è mosso il segretario generale della NATO Stoltenberg, anche perché, considerando l’articolo V del Trattato del Nord Atlantico, cosa faremmo se i Curdi alleati con un repentino capovolgimento di fronti di Putin e quindi di Assad rintuzzassero i turchi, e Ankara, vista la malaparata, chiedesse agli Alleati di intervenire?

Terzo. Non c’è dubbio che bisogna essere grati ai Curdi (e agli americani prima che Trump annunciasse il ritiro) perché almeno qualcuno sul terreno si è preoccupato di combattere lo Stato Islamico.

Ma i Curdi hanno fatto tutto questo così, per simpatia verso gli europei, o perché hanno anche loro un legittimo obiettivo politico, cioè unire i diversi “cantoni” del Kurdistan per soddisfare il loro desiderio di autodeterminazione?

Cosa faremmo se alle frontiere qualcuno creasse delle enclave con check point e bandiere sugli edifici pubblici, come è accaduto nella parte settentrionale della Siria quando si sono ritirate le forze di Assad?

Agli inizi degli anni Duemila, ad a esempio, gli IEDs, gli ordigni artigianali, piazzati dal PKK in Turchia occidentale hanno fatto morti e feriti anche tra i civili.

Sarebbe interessante capire cosa pensano la Rete Disarmo e il ministro Di Maio degli attentati, delle mine antiuomo e dei missili lanciati contro i villaggi turchi al confine con la Siria. Sono armi anche queste o no? E da dove arrivano?

E ancora. Sia Amnesty International che Human Rights Watch negli ultimi anni hanno denunciato episodi di abusi e violenze nel Nord della Siria contro la popolazione siriana, araba e turcomanna. Una situazione che rischia di radicalizzare parti della popolazione locale spingendola verso Isis.

Per cui va bene dare la nostra solidarietà alle combattenti curde che si sacrificano per evitare che le donne in Medio Oriente finiscano nella prigione del burqa, ma attenzione che il mare di foto, immagini televisive, post sui social media, che vediamo in questi giorni non alterino la percezione che si ha in Occidente sul conflitto.

Si può affermare, e come dare torto a chi lo fa, che durante l’era Erdogan la Turchia si sia allontanata dalla Europa e dalla NATO, islamizzandosi.

Possiamo indignarci legittimamente per le purghe contro l’esercito, la magistratura, i professori universitari e i dipendenti pubblici scatenate dopo il fallito colpo di stato in Turchia del 2016.

Ma a parte il fatto che se l’Europa è così indignata potrebbe anche evitare di pagare miliardi al Sultano per tenere sigillata la rotta balcanica dei migranti, qui il rischio è che si alimenti un pregiudizio antiturco a senso unico, che va oltre Erdogan.

Vanno anche prese molto, molto seriamente le accuse contro Erdogan di aver finanziato e armato i gruppi islamisti in Siria.

Ma anche in questo caso – sempre che non si decida di cacciare la Turchia dalla NATO  (cambiando con l’occasione il già citato Trattato del Nord Atlantico che non prevede nulla del genere, o perché no, chiudendo proprio la NATO) – forse sarebbe più opportuno lavorare per il dopo Erdogan.

Perché, almeno così sembra, la Turchia continuerà ad esistere anche dopo Erdogan.

E se nel Paese reggeranno un minimo di strutture della forza fedeli al padre della patria Ataturk, ed un minimo di opposizione politica interna, il problema a quel punto anche per i turchi continuerà ad essere lo stesso che abbiamo noi europei. E cioè fermare ogni risorgenza dello Stato islamico e trovare una soluzione diplomatica al bagno di sangue di questi anni in Siria.

Non si può non notare infine che tra chi manifesta, legittimamente, per i Curdi ci sono spesso quel genere di osservatori delle cose internazionali che si entusiasmava per le Primavere arabe sponsorizzate da Barack Obama.

Le quali primavere non solo hanno aperto le porte al disastro siriano e sono fallite ovunque siano state applicate, dalla Siria alla Libia (che per l’Italia forse conta qualcosina in più rispetto al confine turco-siriano), ma persino nella ‘laica’ Tunisia.

Tunisia che doveva essere il faro della democrazia del mondo arabo ed oggi invece si ritrova con un presidente islamico conservatore che tuona contro la occintossicazione del suo Paese. Manco fosse Khomeini!

1 comment

Aldo Mariconda - Venezia 16/10/2019 at 10:46

L’articolo fa un quadro completo, profondo e condivisibile della situazione. Appare sempre più carente o azssente l’Europa, come istituzione, con la divisione delle competenze e dei criteri decisuinali tra le questioni economiche (parlamento e Commissione, e decisiuni a maggioranza) e il resto, dalla politica estera, difesa, immigrazione ecc., ecc ., decise all’unanimità, impossibile oggi per 28 Paesi, divisi in gruppi con interessi diversi, dal famoso asse franco/tedesco, il gruppo anseatico Olanda compresa, i mediterranei, tra in quali l’Italia che di fatto è isolata, sola in Europa. E gli Stati Uniti con Trump non sono più il gendarme del mondo. Credo sarebbe opportuna un’Europa a 2 velocità, come sostiene Sergio Fabbrini, con un nucleo ristretto che marci vs. una maggiore integrazione, e definisca anche politiche comuni quanto ad estero, difesa, immigrazione che oggi i singoli stati non possono portare avanti efficacemente, con i colossi costituiti da USA, Cina, Russia sopratutto.

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