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Transnistria: ritratto di uno stato che non c’è

Tiraspol, Transnistria

Incastrata tra Moldavia e Ucraina esiste una regione che è de facto indipendente, ma che non è riconosciuta da nessun paese in sede ONU, che si è dichiarato tale nell’ottobre del 1990: si parla ovviamente della Transnistria, conosciuta anche con il nome di Repubblica moldava indipendente di Pridnestrovje (Transnistria infatti significa “oltre il fiume Nistru/Dnestr”). Prima di parlare specificatamente della storia di questa repubblica è necessario fare un passo indietro negli anni’80 del XX secolo quando l’Unione Sovietica iniziava quel processo che l’ha gradualmente portata alla frantumazione. L’allora presidente Michail Gorbaciov aveva concesso più autonomia alle repubbliche sovietiche e alcuni fra i politici moldavi ipotizzarono un’unione con la Romania; unione che era invece stata respinta dalla parte orientale della Repubblica abitata in prevalenza da russi.

Così nell’ottobre del 1990 nasce la Transnistria che ha come obiettivo quello di continuare a fare parte dell’Unione Sovietica che nel frattempo, però, stava iniziando a frantumarsi e ad entrare in crisi: il suo collasso inziò nel 1991; il 24 agosto dello stesso anno la Moldavia si dichiarò ufficialmente indipendente; il 26 dicembre l’URSS cessò di esistere.

Nel marzo del 1992 iniziò la guerra moldavo-transnistriana che si risolse a luglio dello stesso anno con un cessate il fuoco che congelò la situazione e che portò alla presenza di circa 2.000 soldati russi in veste di “forze di pace” nell’area. La Transnistria restò così de iure parte della Moldavia e de facto indipendente, senza però ottenere un riconoscimento ufficiale in sede ONU. La Transnistria ha una sua bandiera, emette passaporti, ha una sua moneta, ha un suo inno nazionale, un suo parlamento e una sua capitale: Tiraspol. Per molto tempo questo “stato non-stato” ha suscitato curiosità in un Occidente che lo ha visto come ciò che di fatto è: una capsula sovietica fuori dal tempo. Del resto è molto facile trovare simboli sovietici e di richiamo all’URSS nelle cittadine transnistriane. L’economia dello Stato è basata essenzialmente sul contrabbando di droga e di armi con il supporto della mafia russa. Sempre in Transnistria è presente il deposito militare di Cobasna: un arsenale contenente 22.000 tonnellate di armi per lo più obsolete e fuori uso. Questo sarebbe essenzialmente il compito delle forze russe presenti sul territorio: presidiare il deposito assieme alle forze armate transnistriane. Le autorità locali hanno anche cercato di incoraggiare il turismo sfruttando la fortezza di Bender.

Dal punto di vista dei diritti umani la situazione è sempre stata controversa. Nel 2005 sono state chiuse alcune scuole che insegnavano la lingua moldava e in generale negli anni sono state registrate tensioni tra i gruppi etnici: la composizione etnica al momento risulta essere la seguente con un 33% di russi, un 30% di moldavi e un 28% di ucraini. Una delle soluzioni proposte dalla Moldavia per cercare di risolvere la questione proponendo uno scenario definito “5+2” ossia con Moldavia, Russia, Transnistria come parti principali e UE, USA e OCSE come osservatori; sempre nel 2005 il presidente ucraino Juščenko ha proposto la creazione di due stati indipendenti, ipotesi che però è stata rifiutata.

Più volte la Transnistria ha chiesto di unirsi alla Federazione Russa, soprattutto dopo l’annnessione della Crimea nel 2014. La soluzione è per il momento respinta dalla stessa federazione che comunque la sostiene da un punto di vista militare: da un punto di vista diplomatico invece la Transnistria intrattiene rapporti con altre due repubbliche separatiste dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud, appartenenti alla Georgia, e con l’Artkash o Nagorno-Karabah (la contesa regione tra Armenia e Azerbaijian). Tuttavia, a far conoscere al mondo la Transnistria ci ha pensato la Sheriff: fondata nel 1993 da due ex agenti del KGB Viktor Gushan e Il’ja Kazmaly, attualmente diretta dal figlio di Igor Smirnov che della Transnistria è stato presidente dal 1990 al 2011, è una holding che opera in un regime economico di tipo monopolistico ed è coinvolta in vari settori della vita transnistriana: possiede infatti una catena di alberghi, alcuni supermercati, è coinvolta nel settore energetico, in quello politico (dato che controlla anche il parlamento transnistriano dove si stima abbia eletto 29 deputati su 33), ma a dare risalto alla holding è il mondo sportivo: la squadra di calcio dello Sheriff Tiraspol è il modo migliore per far parlare di se nel mondo. Salita nel 1998 nella Super Liga moldava ha vinto 19 delle ultime 21 edizioni data anche l’enorme disponibilità finanziaria rispetto alle squadre rivali e al basso livello del campionato nazionale; negli anni ha partecipato molte volte alle coppe europee, sia alla fase a gironi di Europa League che soprattutto alla fase a gironi di Champions League nella stagione 2021-2022. La squadra fece bella figura e chiuse il girone con 7 punti guadagnandosi la possibilità di disputare anche l’Europa League: ha ottenuto come risultato di prestigio la vittoria al Santiago Bernabeu contro il Real Madrid in settembre. Tuttavia allo Sheriff non interessa investire per far crescere il campionato moldavo o per aiutare la squadra nazionale, del resto i suoi tifosi sostengono l’indipendenza della Transnistria. A prova di questo è bene ricordare che la squadra ha utilizzato calciatori provenienti da qualsiasi angolo del pianeta (addirittura da vere e proprie periferie calcistiche come Malawi, Lussemburgo,Trinidad e Tobago, Guinea-Bissau) mentre la presenza in rosa di giocatori moldavi ammonta appena a 4 di cui uno nativo di Tiraspol. Persino l’allenatore della squadra è spesso straniero e fino a giugno di quest’anno era l’ucraino Yuri Vernydub, arruolatosi poi nell’esercito ucraino dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022 al termine della partita di Europa League contro i portoghesi del Braga.

Di Transnistria si è tornato a parlare non solo per questioni calcistiche ma per l’invasione russa dell’Ucraina il 24 febbraio: come già scritto sopra le autorità transnistriane (che ricordiamolo non sono riconosciute da nessuno) hanno già espresso più volte in passato l’idea di unirsi alla Russia e in questo senso viene dato come possibile obiettivo quello di creare un corridoio di terra che raggiungesse questa striscia. Il 23 aprile il generale russo Rustam Minnenkayev ha affermato che secondo lui la seconda fase dell’operazione militare speciale avrebbe dovuto portare a termine tre obiettivi: il primo la creazione di un collegamento di terra tra il Donbass e la Crimea, successivamente spingersi fino ad Odessa e chiudere così l’accesso al mare al paese e infine da Odessa creare un corridoio terrestre che portasse appunto fino in Transnistria dove secondo il generale esiste prova di una “minoranza russofona oppressa”; sarebbe bene ricordare al generale che a subire oppressioni in loco è la componente moldavo-rumena che vive lì, non quella russa.

Ad ogni modo queste frasi sono state accolte dal governo di Chișinău(che ha immediatamente convocato l’ambasciatore russo) con comprensibile preoccupazione dato che uno degli argomenti utilizzati da Putin per giustificare l’invasione dell’Ucraina era stata proprio quella dell’oppressione ai danni dei russofoni. Tuttavia, proprio tre giorni dopo queste dichiarazioni alcune esplosioni sospette hanno coinvolto la Transnistria, con attacchi alle stazioni radio e contro la sede dei servizi segreti locali il 25 e il 26 aprile, mentre tra il 5 e il 7 maggio altri attacchi sospetti hanno coinvolto le cittadine di Rîbnița e Dubăsari (località con una maggioranza ucraina della popolazione). Per i transnistriani gli attacchi provenivano da sabotatori ucraini quindi questo lo si poteva intendere come pretesto per usare le truppe stanziate in loco per attaccare alle spalle Odessa, mentre per il governo moldavo poteva trattarsi di una false flag russa utilizzando questi attacchi come casus belli per iniziare un’invasione della Moldavia. Il viceministro degli interni Sergiu Diaconu ha affermato che solo le forze russe, transnistriane e del Gabon utilizzano quel tipo di armi (ironicamente disse “escludo che ci sia dietro il Gabon” in un’intervista rilasciata al New York Times).

Sebbene nel corso dei mesi non si sono più registrati episodi sospetti di questo genere, la situazione nella regione resta comunque tesa: a fine maggio la presidente della moldavia Maia Sandu (di posizioni filo-occidentali) ha chiesto maggiore cooperazione con USA e Gran Bretagna in ambito di intelligence e militare con il ministro degli esteri britannico Truss che ha affermato che la Moldavia deve essere equipaggiata secondo gli “standard NATO” per contrastare al meglio un’eventuale invasione russa. Proprio sull’eventuale invasione russa gli analisti militari concordano che pur considerandola un’ipotesi ancora remota non sia del tutto da escludere, a sostegno di questa tesi le parole del generale russo e le minacce costanti del famigerato duo Zakharova-Lavrov che ha costantemente minacciato la Moldavia qualora proseguisse la sua strada verso l’europeismo. Mentre a sostegno della tesi che l’invasione russa sia da escludere c’è chi afferma che la Russia ha molti strumenti di soft power per convincere l’ex repubblica sovietica: a cominciare dal fatto che il 64% delle quote di Moldovgaz (la società moldava che opera nel settore energetico) appartenga a Gazprom,che malgrado il calo di consensi i partiti filo-russi di Moldavia sono ancora in grado di influenzare il dibattito politico del paese. Ad ogni modo è altamente probabile che il destino di Moldavia e Transnistria sia legato ad Odessa: più Odessa regge meno possibilità ci sono di un’invasione russa. In ogni caso è un settore che va attentamente monitorato, a noi non resta che attendere l’evolversi degli eventi.

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1 comment

Betty 13/09/2022 at 12:43

Il nuovo Barbero!
Bel sito, molto interessante

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