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The Morning Show, un occhio critico sul Me Too

The morning show

The Morning show, la serie prodotta e distributita da Apple TV+ è l’ennesimo contenuto inutilmente femminista sullo schermo.

O forse no.

La storia è quella delle persone che lavorano per il “Morning show” da cui la serie prende il nome, un seguitissimo e apprezzatissimo show mattutino con le notizie principali da annunciare all’America.

Alex Levy (Jennifer Aniston) è la star co-conduttrice del programma che, da 15 anni, lavora a fianco di  Mitch Kessler (Steve Carell), da tutti considerato simpatico, intelligente e volto della nazione. La vita al Morning Show viene travolta dalle accuse, da parte di una inchiesta del Times, di molestie sessuali nei confronti del conduttore, che porteranno al licenziamento di Mitch da parte del Network e alla sua sostituzione non prevista con Bradley Jackson (Reese Witherspoon) una giornalista non di città, che crede negli ideali e soprattutto nella missione più pura del giornalismo: raccontare la verità alle persone.

Le vicende ruotano attorno al tema delle violenze sessuali, sulla scia del movimento Me Too che ha travolto Hollywood e le sue verità nascoste. Le vicende della serie TV hanno tra l’altro dei richiami allo scandalo reale che ha visto come protagonista Matt Lauer, licenziato nel 2017 dalla NBC News a seguito di violenze sessuali consumate sul luogo di lavoro, verso delle sue sottoposte, durante la sua co-conduzione dello show di news mattutino “Today”.

The Morning show è stato accolto molto, molto male dalla critica professionista nel 2019, totalizzando uno score su Rotten Tomatoes di appena 61% (a differenza del pubblico che lo acclama al 92%). Alcuni hanno ipotizzato che le critiche ricevute celino in realtà delle gelosie verso la neonata ma già popolare Apple TV+ e verso la sua creatura dal cast stellare e da un plot ambizioso.  

Venerdì 17 settembre uscirà la prima puntata della seconda serie. Io, in colpevole ritardo, ho da poco finito la prima serie e mi trovo completamente in disaccordo con le critiche verso questa serie TV, che vi consiglio caldamente per le serate dell’autunno ormai alle porte.

Innanzi tutto complimenti a Jennifer Aniston. Appena l’attrice compare nello schermo di una serie TV il parallelismo con Rachel Green di Friends scatta in automatico. Beh, scordatevelo. Sorprende la bravura della Aniston nell’interpretare un personaggio complesso, contraddittorio, dalle personalità multiple, che fino alla fine farà chiedere agli spettatori: “ Ma Alex Levy sta con i buoni o con i cattivi?”. Oltre alla bravura della Aniston, The Morning show mi ha sorpreso per diversi elementi che delineano una intelligenza che non è facile trovare in una serie TV.

Non è per niente scontato trovarsi di fronte alla narrazione di un argomento spinoso come quello del Me too, trattato con profonda onestà intellettuale, dimenticando faziosità e schieramenti aprioristici e dipingendo un quadro con un’infinità di sfumature di grigi. Questa impostazione non presuntuosa, aiuta a riflettere sui punti nevralgici del problema che sta alla base del movimento ma anche sulle diverse conseguenze ambigue e non sempre positive, che ne sono derivate. Credo il tema del Me Too sia stato trattato in modo profondo e sincero molto più da questa serie TV piuttosto che da fior fior di articoli e di testate internazionali.

Di seguito le riflessioni che ritengo particolarmente significative per chi vuole comprendere l’argomento delle culture lavorative impregnate da violenze sessuali, e non solo.

I molestatori non sono, ancora ad oggi, consapevoli del loro status di molestatore.

Gli uomini che sul posto di lavoro commettono molestie sessuali, sia che esse siano effettivamente consumate o che si limitino a battute, proposte inopportune o frasi infelici, non sono consapevoli della gravità delle loro azioni. Molti si auto-giustificano, e motivano il comportamento loro e dei colleghi, come “cultura da spogliatoio” o “battute innocenti per ridere”, sicuri di avere una condotta che rientri nella più che accettata normalità. Emblematica è la scena del film in cui Mitch Kessler (il molestatore) parla con un regista, anch’esso finito all’interno di uno scandalo sessuale. Il regista non è affatto pentito dei suoi comportamenti e accusa le vittime di aver ingigantito l’accaduto. Mitch si rende conto dell’effettiva colpevolezza dell’amico e la sua reazione è quella di prendere le distanze da lui, sostenendo che il proprio comportamento non sia grave come quello del regista. L’ex conduttore televisivo spiega che secondo lui il movimento Me Too si possa dividere in due ondate: la prima che ha effettivamente denunciato i colpevoli e la seconda che, mossa dalla voglia di vendetta femminile, vuole additare uomini normali (come lui) che si sono comportati in modo assolutamente accettabile. “Io non sono come te” dice Mitch, senza capire che, seppur con caratteri diversi, lui e il regista hanno commesso le stesse deplorevoli azioni.

Quindi, ancora una volta, complimenti al The Morning Show per aver passato chiaramente il messaggio: cari uomini, non trovate attenuanti, se il vostro atteggiamento è questo siete dei predatori sessuali. Punto.

Di tutta l’erba un fascio

La serie TV fornisce anche degli esempi di ipocrisia che si possono venire a creare all’interno di una cultura che cavalca lo scandalo senza capirne davvero il significato. Succede infatti che le Risorse Umane del network televisivo del programma convochino in un colloquio una giovane assistente e un meterologo molto popolare del Morning Show. I due hanno una relazione (forse l’unica relazione sana che troverete dentro la serie) e le risorse umane, allertate dalla forte differenza di età tra i due e dallo squilibrio gerarchico che gli amanti hanno nelle rispettive posizioni lavorative, conducono un colloquio del tutto fuorviante, per indagare la natura del rapporto nato fra i dipendenti. Le domande del responsabile delle risorse umane sono faziose, forzate, evidentemente studiate per mettere in difficoltà i dipendenti e cercare problemi laddove non ce ne sono.

Occhio quindi ai giudizi facili, sui quali è semplice cadere. Ogni caso ha una sua natura a se stante e ogni situazione una propria storia e una propria complessità. Troppo spesso, quando la denuncia sociale acquisisce un tono mediatico e diventa virale, rischia di diventare controproducente verso la stessa battaglia per cui è stata concepita. Strumenti come i social network, che per definizione danno voce a tutte le opinioni, superficiali o ragionate che siano, non possono sostituire i tribunali, i processi legali, dove esistono accuse e difese e non necessariamente le prime sono sempre corrette. I social non hanno la capacità di discernere la realtà, le persone dovrebbero imparare a farlo, o almeno a non cadere in banalizzazioni logiche.

Occhio alle strumentalizzazioni

È corretto che una donna che subisce un approccio e non lo rifiuta, contrattando anzi dei vantaggi sulla propria carriera, successivamente metta in discussione la sua consensualità, e di conseguenza inizi a parlare di abuso?

Prima di gridare allo scandalo soffermatevi a riflettere.

Una donna in malafede potrebbe utilizzare questi escamotage per mettere in discussione rapporti o situazioni che si sono verificati senza la minima violenza.

È un’arma enorme quella che possono utilizzare le finte-vittime degli scandali, un’arma capace di distruggere carriere e vite private. Di fronte a un vantaggio economico tangibile (una promozione, un salto di carriera, un aumento) è legittimo che la persona denunci il proprio “aggressore”? L’aver accettato di ottenere agevolazioni economiche o carrieristiche, quindi il verificarsi di un comportamento che fattualmente dimostra la consensualità e l’accordo della “vittima”, è un elemento che non può essere ignorato. Che peso dargli? Lascio a voi la riflessione. Ma il punto di attenzione c’è, e non è banale: sono tutte vittime quelle che si dichiarano vittime? È possibile escludere completamente una strumentalizzazione della violenza subita, a seguito dell’enorme tsunami che ha causato il Me Too? Io credo di no.

Nulla cambierà se alla denuncia dei singoli non seguirà una presa di posizione dell’ambiente di lavoro.

La serie TV sviluppa un climax notevole, che secondo il mio modesto parere, la eleva a un livello tecnico non banale da raggiungere. La gradazione ascendente si articola puntata dopo puntata, passando tra situazioni via via sempre più intense e culmina in quello che (finalmente) qualcuno ha il coraggio di obiettare: il ruolo degli “altri”.

Dove gli “altri” non sono solo gli organismi responsabili del controllo sulla buona condotta nell’ambiente di lavoro, bensì i colleghi. Quelle persone che, giorno dopo giorno, passano minimo 8 ore al dì (che sommate alla pausa pranzo, ai caffè, agli spostamenti vari non possono che crescere) al nostro fianco, gomito a gomito. Se ci riflettete non passate lo stesso tempo giornaliero con nessun altro. Se un giorno ha 24 ore e 8 se ne dormono, altre 8 se ne lavorano, minimo 1 se ne va per gli spostamenti (per i fortunati), un paio se ne vanno per i pasti, di cui uno almeno quasi tutti lo consumano al lavoro, rimangono circa 6 ore (6!) per fare TUTTO il resto: dallo sport, alla spesa alimentare, all’igiene quotidiana,…. e infine al vivere con i vostri cari. Quindi i vostri colleghi di lavoro spesso vi osservano, vi “vivono” e passano con voi molto più tempo dei vostri partner, dei vostri figli, e dei vostri gatti.

Quindi, onestamente, se un luogo di lavoro ha una situazione non sana, è davvero difficile credere che nessuno se ne sia mai accordo. Pensateci. Davvero non avete mai avuto nessun dubbio? Nessuno nessuno? Io sono sicura che, se siete sinceri con voi stessi, ammetterete l’esistenza di una moltitudine di segnali, alcuni palesi altri meno, che possono essere captati anche dai non diretti interessati, quando sul lavoro l’ambiente si fa problematico, invivibile e violento. E per questo motivo io darei un premio al The Morning Show. Che urla questa grande verità nell’ultima puntata della prima stagione.

Il mondo non sarà distrutto dai malvagi, ma da coloro che restano a guardarli senza fare niente” o, se preferite “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.

E allora, il messaggio veramente innovativo e dirompente di questa serie TV si svela: evitate di scandalizzarvi di fronte ai titoli dei giornali e, piuttosto, abbiate il coraggio di parlare quando la violenza si consuma sulla scrivania a fianco della vostra. Il mondo non cambierà grazie a un post su Facebook ma quando saranno le Alex Levy a non rimanere più in silenzio, quando sarà il produttore esecutivo a non voltarsi più dall’altra parte, quando l’ultimo dei meterologi smetterà di far finta di nulla o quando, più egoisticamente ma ugualmente efficace, ci renderemo conto che è meglio parlare perché oggi ci è andata bene ma domani potremmo essere noi nei panni della vittima.

Penso che questa lezione il Me Too non arrivi a insegnarla, per dei limiti che ha, alcuni fisiologici altri meno. Ma, questa, è una lezione che può divampare nelle nostre anime, grazie anche a una serie TV.

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