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Stoltenberg, il ricatto del Sultano e il PKK

Di fronte al veto turco, che è stato a tutti gli effetti un ricatto, il memorandum firmato da Svezia e Finlandia con il ministro degli esteri turco sotto la benedizione di Stoltenberg, oltre a essere moralmente molto discutibile, rischia di rivelarsi un errore tattico e strategico enorme.

Oltre a smettere di supportare YPG (che riesce a combattere ISIS solo grazie alle armi e all’addestramento che USA, Francia, Svezia e pochi altri paesi forniscono), il memorandum prevede di togliere l’embargo nei confronti della Turchia, estradare decine di esuli curdi, non fornire loro asilo in futuro e coordinare azioni di intelligence oltre a scambi di informazioni.

Comprensibilmente Svezia e Finlandia vogliono entrare prima possibile nella Nato, perché la minaccia russa è reale (soprattutto per i finnici). Ma cedere ai ricatti di un dittatore non porta mai bene.

L’attuale segretario generale dell’alleanza atlantica, che si è sempre distinto per una politica molto accondiscendente nei confronti dei capricci di Erdoğan, ha rilasciato dichiarazioni molto discutibili, a differenza di quelle più neutre di Svezia e Finlandia.

Stoltenberg ha affermato che: “Nessun alleato della Nato ha sofferto più della Turchia a causa del terrorismo” e “Il Pkk è un’organizzazione terroristica, lo è per l’Unione Europea e lo è quindi anche per Svezia e Finlandia. (…) Bisogna fare di più contro il terrorismo, la determinazione nella lotta al terrorismo è assolutamente legittima.”

Ora, se è vero che il PKK è nelle liste delle organizzazioni terroristiche di USA e UE (perché anche nel passato hanno ceduto al ricatto della Turchia) e dell’Iran, ci sono state ben due sentenze delle più importanti istituzioni giuridiche europee, il tribunale dell’Unione Europea e la Corte di Giustizia, che, nel 2008 e nel 2018, hanno stabilito che il PKK non è da ritenersi una organizzazione terroristica ma una parte di un conflitto (ovviamente in entrambe le occasioni la Turchia non la prese bene).

Facciamo chiarezza: indubbiamente il PKK nel passato (paradossalmente quando non era considerata un’organizzazione terroristica) ha fatto del terrorismo. Ma non in uno stato democratico, bensì in un regime dittatoriale (ricordiamo che la Turchia ha il maggior numero di prigionieri politici e di giornalisti detenuti in proporzione alla popolazione, detiene illegalmente – secondo la Corte Europea – molti politici di opposizione, alcuni dei quali morti in carcere e arresta gli avvocati dei prigionieri politici).

Il PKK nasce nel 1978 a Istanbul come partito legale su iniziativa di un gruppo di studenti e intellettuali di origine curda. Avrebbe infatti dovuto presentarsi alle elezioni. Ma il colpo di stato militare del 1980 lo mise fuori legge. Non solo, proibì anche l’uso della lingua curda, l’uso di nomi curdi oltre a cose totalmente ridicole come l’uso delle consonanti X, W e Y, non presenti nella lingua turca.

In ogni caso il PKK non optó subito per la lotta armata ma lo fece solo sei anni dopo la fondazione.

Negli anni 80 il PKK aveva un’impostazione nazionalista, come i partiti curdi in Iraq (PUK e PDK, attualmente al potere nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, ma all’epoca duramente perseguitati dal regime di Saddam Hussein, che commise un vero e proprio genocidio, attuato soprattutto dal cugino di Saddam, “Alì il chimico”, che sperimentò l’uso di diverse combinazioni di gas letali in molte cittadine abitate da curdi.

Da metà anni 80, per una decina d’anni, il PKK fu feroce (rimase coinvolto anche in una guerra interna con i curdi iracheni) e commise sicuramente azioni di terrorismo.

Ma con la svolta libertaria di Öcalan e gran parte della dirigenza, il PKK seppe imparare dai suoi errori. La componente più violenta, nazionalista e autoritaria uscì dal partito formando il TAK, responsabile di azioni anche contro i civili (che il regime turco attribuisce però sempre al PKK).

Seguendo i principi del Confederalismo Democratico, attuato in Rojava (Federazione della Siria del Nord), curdi, arabi e assiri e persino turcomanni convivono e collaborano alla società, minacciata continuamente dalle incursioni di Daesh, delle milizie jihadiste filo turche e dai bombardamenti turchi. Anche dal punto di vista religioso musulmani, cristiani, yazidi ed ebrei praticano liberamente il proprio culto. Le SDF hanno pagato un prezzo altissimo (11 mila morti, la stragrande maggioranza kurdi) nella lotta contro Isis.

Lo stesso PKK ha salvato la comunità Yazida di Sinjar (in Iraq) quando nel 2014 i Peshmerga curdo-iracheni fuggirono dalla regione abbandonando gli Yazidi (che sono sempre stati perseguitati da tutti) alla mercé dell’orda del Califfato Nero. Molti uomini furono uccisi e torturati, mentre le donne giovani (e molte bambine e bambini) diventarono schiave sessuali. L’HPG entrò nel Sinjar, e dopo furiosi combattimenti liberò i superstiti, mentre l’aviazione turca non smetteva di bombardarli.

Tutto questo non conta, per Stoltenberg.

Forte del suo successo, Erdogan lo rivendicherà come il suo nuovo trionfo nei confronti dell’Occidente.

Il Rojava, a questo punto, farà la fine che avrebbe fatto l’Ucraina se non fosse stata aiutata.

Non dimentichiamo che i piani di Erdoğan sono molto simili a quelli di Putin (anche in questo caso incredibilmente espliciti, come l’uno fa riferimento a Ucraina, Moldavia, Baltici e Finlandia, l’altro a Grecia, Siria e Iraq), con l’aggravante che lui è già dentro la Nato. Cedere ai suoi ricatti pone l’Europa in sudditanza, com’è già successo con la questione migranti, e com’era successo con Putin per il gas. È un errore strategico e tattico che significherà il ritorno massiccio di Isis. Un paio di mesi fa Isis, sostenuto da un bombardamento turco (e probabilmente anche dall’intelligence del MIT) ha attaccato la prigione di Hasaka (Rojava) dove sono detenuti i prigionieri ISIS che UE, Russia e USA non vogliono (colpevolmente) riprendersi. L’attacco è stato respinto dopo molti giorni di combattimenti, ed è costato la vita a curdi e arabi di SDF.

Infine, sappiamo benissimo che il regime turco è legato (pur con un rapporto ambiguo, come con ISIS) a Putin. Uno stretto legame con le intelligence svedese e finlandese rischia di essere molto pericoloso per gli scandinavi. Per ultimo, non dimentichiamo che la Turchia continua a minacciare la Grecia (ultimamente ha sospeso ma sono stati varie volte sull’orlo di un conflitto per la questione dello sfruttamento delle ZEE). Insomma, cedere al ricatto del Sultano porterà il ritorno di Isis in grande stile (le SDF non potranno più contrastarlo), aumenterà l’instabilità sul fronte del Mediterraneo e non solo. E Erdoğan aumenterà i consensi vendendo il suo ricatto come una grande vittoria.

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