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Siria: la Russia in soccorso di Assad – parte 3

Dopo aver analizzato nella parte precedente il biennio 2013-2015 che ha visto la formazione dello stato islamico e la creazione di una coalizione militare volta a sconfiggerlo, in questa terza parte analizzerò invece l’intervento militare della Russia al fianco del regime siriano.

L’entrata in campo della Russia nella guerra civile siriana modifica ancora una volta le carte in tavola ribaltando un esito che sembrava già scritto.

Sebbene la Russia lo abbia presentato come un intervento per combattere lo Stato Islamico, in realtà le motivazioni che spingono Putin a entrare in campo sono di natura geopolitica, strategica e in parte ideologica:

  1. La Russia ha delle relazioni con la Siria che durano dai tempi della guerra fredda e il paese rappresenta l’unico alleato di ferro russo nel teatro medio-orientale;
  2. Le forze navali russe hanno in affitto una piccola base navale a Tartus dal 1971;
  3. Si può evitare che il paese guardi a Occidente;
  4. Putin a partire dal 2012 ha un atteggiamento molto più aggressivo in politica estera e vuole affermare che la Russia è ancora una superpotenza in grado di competere con gli altri attori internazionali soprattutto gli USA;
  5. Infine durante il discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite pronunciato il 24 settembre Putin conferma la sua intenzione, affermata per la prima volta nel 2007 alla conferenza sulla sicurezza di Monaco, di creare il cosiddetto mondo multipolare e la Siria deve per forza di cose rientrare nella sua orbita.

Su queste basi, Putin accoglie positivamente la richiesta del ministro degli esteri siriano di metà settembre d’ intervenire con l’uso della forza militare. Il 30 settembre 2015 l’esercito russo entra ufficialmente in campo, ma non è solo: infatti per la prima volta la comunità internazionale sente parlare del gruppo Wagner, la compagnia di mercenari che fa capo a Evgenij Prighozin, che il Cremlino utilizza nel mondo, in particolare in Africa e Medio-Oriente nei paesi alleati di Mosca.

I mercenari russi si dimostrano brutali e privi di scrupoli, come testimonia un video in cui un disertore dell’esercito regolare siriano viene prima torturato e poi brutalmente assassinato. Le truppe governative traggono immediatamente vantaggio dalla nuova realtà che si è creata sul campo come dimostrano le prime vittorie ottenute a Nord nei pressi della città costiera di Latakia (Laodicea) una delle roccaforti del regime e in alcune aree lungo il confine con la Turchia. Intanto, il 10 novembre i governativi riescono a riconquistare la base militare di Kuwayris che era stata conquistata dallo Stato Islamico.

Alla fine di novembre l’esercito siriano recupera altre posizioni nel Nord lungo il confine turco strappando alcuni distretti a gruppi di ribelli filo-turchi: proprio lungo il confine con la Turchia il 25 novembre si registra uno degli episodi più gravi dall’inizio dell’entrata in campo russa, ovvero l’abbattimento di un Sukhoi 24 da parte della contraerea turca dopo che quest’ultimo è entrato nello spazio aereo di Ankara causando sia la morte di uno dei due piloti sia una rottura delle relazioni Russia-Turchia.

Alla fine del 2015, l’esercito governativo con l’ausilio non solo russo ma anche di Hezbollah e di milizie sciite irachene, riesce a condurre una lunga offensiva su più fronti recuperando terreno in molte zone del paese. Nel 2016 l’esercito siriano avanza lungo la Strada del Castello, la tangenziale di Aleppo e sarà proprio attorno alla seconda città del paese che si intensificherà la battaglia, condotta in maniera feroce dal contingente russo-siriano e che vedrà questi ultimi protagonisti di gravi crimini di guerra.

Prima però di parlare più specificatamente della battaglia è necessario fare un passo indietro all’estate del 2012. Dopo la prima fase di combattimenti tra le forze governative e i gruppi di ribelli che all’epoca erano capeggiati dal Free Siryan Army (FSA) la città era così divisa: Aleppo Ovest era rimasta nelle mani del regime siriano mentre Aleppo Est con la zona della cittadella medioevale era stata conquistata dai gruppi di opposizione, che però non erano riusciti a raggiungere completamente il loro obiettivo. Si era così arrivati a un lungo stallo che aveva trasformato la città in un campo di battaglia con una guerra urbana combattuta casa per casa.

Conquistata la superiorità e aerea, a partire dal luglio 2016 Assad, con l’ausilio delle truppe russe e delle milizie sciite di Hezbollah, lancia l’offensiva militare per riconquistare definitivamente la città. Il 27 luglio 2016, avanzando lungo la Strada del Castello, le forze governative si ricongiungono a Ovest del quartiere curdo di Sheikh Maqsoud con le altre truppe che negli anni si erano impegnate nella difesa della città.

Prima di parlare più specificatamente delle fasi che caratterizzano la battaglia è utile soffermarsi sul gruppo contro cui le forze governative siriane e i suoi alleati si scontrano, così da capire quali sono i reali obiettivi russi. Il fronte che compone i ribelli è infatti un ampio insieme di gruppi, che racchiude i cosiddetti “ribelli moderati” ossia l’Esercito Siriano Libero che quelli più estremisti legati al Fronte Islamico, e le Forze Democratiche Siriane, reparti della società civile come i comitati locali o i caschi bianchi, organizzazione umanitaria che aiuta la popolazione civile. Nessuno di loro viene risparmiato.

Per quanto riguarda la battaglia, il contrattacco delle forze governative ha successo ma già il 31 luglio le forze ribelli riescono a rispondere facendo giungere da altre zone del paese (soprattutto Idlib) diversi uomini. Lanciano così la loro offensiva che riesce ad aprire un nuovo corridoio tra le forze governative nella parte occidentale della città, che però viene immediatamente richiuso dalle truppe di Assad. Viene così messa in sicurezza la tangenziale cittadina, la Strada del Castello.

Il 6 agosto dopo intensi bombardamenti il corridoio viene definitivamente chiuso dai governativi. Parallelamente agli attacchi su Aleppo, le forze curde supportate dall’aviazione statunitense strappano allo Stato Islamico la cittadina di Manbij a Nord-Est di Aleppo. Intanto la coalizione governativa riesce a chiudere i ribelli in una sacca e il 4 settembre viene dato ufficialmente inizio all’assedio dei quartieri orientali ancora in mano all’opposizione.

La situazione per gli aleppini è durissima e così si cerca, tramite mediazione ONU di creare corridoi umanitari in modo da poter dare assistenza ai civili e farli evacuare dalle zone dove la battaglia è più feroce. L’iniziativa però fallisce a causa del continuo bombardamento effettuato dall’aviazione russa che ostacola le iniziative rendendole praticamente impossibili, colpendo sia i convogli umanitari sia ospedali e abitazioni civili, una tattica che abbiamo tristemente conosciuto anche durante la battaglia di Mariupol a marzo 2022.

Il 12 settembre USA e Russia propongono una tregua che però viene interrotta dopo un accidentale bombardamento americano a Deir El-Zor. In questo modo il contingente russo-siriano riprende i bombardamenti avanzando più in profondità nei quartieri orientali recuperando sia l’aeroporto sia il principale ospedale cittadino. Stroncate da intensi combattimenti, senza più alcun tipo di rifornimenti le forze ribelli iniziano vistosamente a cedere terreno non riuscendo più a organizzare nessun efficace contrattacco. Il 28 ottobre vengono creati nuovi corridoi umanitari per i cittadini di Aleppo Est che anche in questo caso si concludono con un nulla di fatto, facendo proseguire a novembre i combattimenti.

Nelle settimane successive a novembre le forze lealiste conquistando gli strategici quartieri di Hanano, Jabal Badro e alSakhur che permettono così di spezzare in due la sacca in cui i ribelli sono chiusi. I combattimenti sono di nuovo nel cuore cittadino e vedono le truppe siriane regolari avanzare senza sosta arrivando il 7 dicembre a riprendere il controllo della Medina, del mercato comunale e della Cittadella medioevale che vengono abbandonate dai ribelli per evitare di finire nuovamente intrappolati come in estate. Il centro storico cittadino è definitivamente in mano governativa.

Il 12 dicembre cadono anche i quartieri di Bustan alKasr e Sheik Saeed. In questo modo le aree controllate dai ribelli passano dal 50% al 5%. Il 15 dicembre, Russia e Turchia raggiungono un accordo che consente la resa delle ultime sacche di resistenza, il trasferimento verso Idlib della popolazione civile e quella dei centri ancora in mano ribelle di Fuah e Kafrayah verso le zone controllate dalle truppe governative. Il 22 dicembre 2016 cadono anche gli ultimi bastioni in mano all’opposizione sancendo così la totale ripresa della città da parte di Assad.

La battaglia per Aleppo è sicuramente una delle più feroci e che vede l’uso da parte governativa di numerosi armi vietate dalle convenzioni internazionali, tra cui le bombe al fosforo bianco, quelle a grappolo e al cloro. L’escalation di violenza non esclude nemmeno le scuole e gli ospedali cittadini. Per dovere d’ informazione è opportuno ricordare che le associazioni per i diritti umani hanno accusato di crimini di guerra anche le fazioni ribelli legate al Fronte Islamico in particolare sotto accusa sono finite Ahrar al-Sham e Jaysh al-Islam. L’altissimo numero di morti e il lungo assedio cittadino hanno fatto sì che a questa battaglia venisse dato il soprannome di “Stalingrado di Siria”.

Il 2017 si apre con le forze governative impegnate in combattimenti per la ripresa delle due più importanti città del Nord del paese: Hama e parte del distretto di Homs ancora fuori dal controllo di Assad. Dopo intensi combattimenti i governativi ad aprile 2017 hanno di nuovo il controllo su Hama e sul suo distretto mentre viene poi riconquistato anche quello di Homs. Il 4 aprile 2017 le forze armate siriane si rendono responsabili dell’attacco chimico di Khan Shaykhun località nei pressi di Idlib sotto controllo dell’opposizione utilizzando gas chimico sarin e uccidendo all’istante 72 persone. In risposta a questo attacco l’esercito statunitense il 7 aprile colpisce la base militare di Al-Shayrat utilizzata per effettuare l’attacco.

Nonostante la Russia mostra subito un certo disappunto per l’azione militare USA non si registrano ulteriori tensioni tra le parti. L’estate del 2017 vede l’avanzata delle truppe governative lungo il Deserto siriano arrivando a scontrarsi, questa volta sì, contro lo Stato Islamico che nel frattempo ha perso numerose porzioni del suo territorio a causa delle azioni congiunte delle SDF e delle forze occidentali che le sostengono.

La decisione di scontrarsi solo dopo quasi due anni d’intervento militare russo contro lo Stato Islamico conferma quelle che erano le previsioni di alcuni analisti politici occidentali: Putin è intervenuto in Siria per salvare il regime siriano lasciando per ultimo l’ISIS in modo da poter affermare che senza il loro intervento il califfato sarebbe stata l’unica alternativa al regime. Dopo aver ripreso l’antica città di Palmira le truppe governative, supportate in questo caso dalle milizie sciite di Hezbollah, riconquistano l’antica città di Sergiopoli oggi Rusafa e riescono a blindare gran parte del confine siriano-iracheno.

Il 5 settembre 2017 le truppe d’èlite dell’esercito siriano regolare riescono a entrare nella città di Deir ElZor ricongiungendosi con la 14° brigata d’assalto guidata dal generale Issam Zahradine che aveva fronteggiato durante l’assedio della città. Rotto l’assedio dell’ISIS, il 3 novembre 2017 la città viene definitivamente riconquistata dalle truppe governative. Il 2018 si apre con le forze governative impegnate a riprendere l’offensiva intorno a Damasco, la capitale del paese. Esse avanzano lungo i territori della Rif di Damasco ancora in mano all’opposizione in modo di poter completare la riconquista anche di questa zona. Il 31 marzo viene effettuata l’evacuazione dei miliziani ribelli dalle sacche di Harasta, Irbin e Jobar consentendo quindi ai governativi di riprendere il controllo della Ghuta Orientale.

Il 7 aprile 2018 le forze ribelli presenti a Douma denunciano un nuovo attacco chimico nei loro confronti da parte del regime siriano La reazione occidentale non si fa attendere: il 14 aprile Macron, Trump e Teresa May presidenti di Francia, USA e Gran Bretagna coordinano una risposta militare colpendo depositi di armi chimiche a Damasco e Homs. La reazione russa è veemente ma non si registrano incidenti o tensioni con l’Occidente. L’offensiva attorno a queste zone nei pressi di Damasco prosegue. Così, a metà aprile, vengono definitivamente riprese da Assad la città dove è avvenuto l’attacco chimico e il successivo campo profughi palestinese di Yarmouk al termine di una lunga battaglia durata un mese. Successivamente, le truppe governative entrano nella capitale. Il 21 maggio 2018 viene annunciata la definitiva riconquista di Damasco dopo lunghe battaglie.

La battaglia per la riconquista della capitale vede impegnate massicciamente le milizie sciite filo-iraniane di Hezbollah. La loro presenza riaccende uno dei fronti più caldi di tutto il Medio Oriente, ossia i rapporti Iran-Israele. Lo stato ebraico considera la milizia sciita come una minaccia diretta alla sua sicurezza e così decide di passare all’azione. Ai primi di maggio la IAF (l’aviazione militare israeliana) inizia a colpire in territorio siriano tutti i possibili centri che ospitano munizioni, materiale militare e depositi di armi destinati ai gruppi Hezbollah presenti sul territorio siriano. Questo genere di azioni avviene comunque dopo aver informato l’aviazione russa in modo da evitare incidenti.

Con la ripresa di Damasco restano fuori dal controllo del governo siriano i distretti meridionali di Quneitra, al-Suwayda e Dar’a. In queste zone è presente come forza dominante il Fronte Meridionale una delle tante sigle che erano fuoriuscite dal Esercito Siriano Libero. Questa sigla era nata il 13 febbraio 2014 e comprendeva circa 50 gruppi di ribelli di orientamento laico con qualche punta più vicina al islam moderato: tuttavia almeno agli inizi della loro attività il fronte aveva collaborato con il gruppo jihadista di Al-Nusra salvo poi prenderne le distanze e iniziare la lotta armata sia contro di loro che contro le sacche dell’ISIS presenti nel Sud della Siria.

Il gruppo era stato descritto dall’agenzia di stampa Reuters come il meglio organizzato di tutte le forze ribelli e tra i più moderati dato che la maggior parte dei loro membri rifiuta l’estremismo islamico. Questa sigla era sostenuta a livello militare dagli Stati Uniti e dalla Giordania, tuttavia dopo la loro sconfitta nel 2018 l’esperienza del fronte (Southern Front; SF) era giunta al termine.

Il 19 luglio 2018 con il supporto dell’aviazione russa parte ufficialmente l’offensiva siriana nel Sud del paese con l’esercito regolare che riprende in tempi abbastanza brevi governatorati che erano in mano alle forze di opposizione a partire dal 2012. Il 22 luglio viene completata la riconquista del governatorato di Quneitra dove si trovano anche le alture del Golan la cui sovranità è contesa da Siria e Israele: proprio durante la riconquista di queste zone, grazie alla mediazione russa non si registrano scontri tra le forze siriane e i suoi alleati e quelle israeliane.

Il 25 luglio torna completamente sotto il controllo del governo siriano anche tutta la provincia di al-Suwayda. Infine, il 12 luglio le truppe governative riprendono la città di Dar’a la città simbolo della guerra civile siriana in cui si erano verificate le prime proteste anti-Assad il 15 marzo 2011. Il 31 luglio anche tutto il governatorato di Dar’a torna sotto il controllo del governo siriano. Arrivati al settembre 2018 Assad ha recuperato circa il 60% del territorio nazionale, certificando quindi il successo della Russia.

Possiamo quindi sintetizzare i principali effetti dell’azione russa:

  1. Assad è riuscito a rimanere saldamente al potere;
  2. Le azioni militari congiunte di Russia e Hezbollah gli hanno permesso di recuperare gran parte del territorio perduto;
  3. La Russia ha aumentato la sua presenza militare in Siria;
  4. La concessione ai russi per l’utilizzo della base navale di Tartus è stata rinnovata fino al 2049;
  5. La stessa base navale è stata ampliata;
  6. Ad agosto 2015 è stata inaugurata una nuova base aerea a Khmeimim nei presi di Latakia;
  7. Dopo l’intervento russo sono aumentati i crimini di guerra;
  8. La Russia con questo intervento ha voluto dimostrare di essere ancora un attore centrale nello scacchiere mondiale.

Parallelamente alle azioni militari, la Russia ha avviato anche una diplomazia parallela a quella delle Nazioni Unite dopo i fallimenti di Ginevra. Il 20 dicembre 2016 infatti nella capitale kazaka di Astana la Russia ha creato il “gruppo di Astana” con l’obiettivo di risolvere diplomaticamente la guerra.

Alla piattaforma partecipano i capi di stato e di governo della Siria ma anche dei suoi alleati Russia e Iran. A questi si aggiunge anche la Turchia che sebbene sia schierata contro Assad non vede di buon occhio la presenza nel Nord del paese di una maxi regione curda.

Proprio ai curdi e alle azioni della Turchia contro di loro sarà dedicata la prossima parte di questa serie.

Continua nella parte 4

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