Speaker's Corner

Secchiate di eurocentrismo

In Eritrea quattro ragazze su dieci si sposavano a meno di 18 anni.

Di queste, una su tre si sposava a meno di 15 anni.

Nel 2017.

Non c’è da stupirsi, perciò, se negli anni ’30, come raccontò Montanelli in quella scandalosa intervista, comprare ragazzine minorenni dai loro padri era l’uso comune in Abissinia“.

Se al posto di Montanelli, in quel salotto televisivo, fosse stato seduto un uomo eritreo che aveva fatto la stessa cosa nello stesso anno, sarebbe stato più difficile per le intervistatrici alzarsi in piedi sdegnate e accusarlo di essere un mostro. “Rispettate la sua cultura“, si sarebbero sentite obiettare. “Non gli imponete un modello europeo, a lui che è africano”. O, volendo giocare ancora più duro, “Non gli imponete i valori dei bianchi, a lui che è nero”.

Caso ha voluto però che in quel salotto fosse seduto il bianchissimo, italianissimo e coltissimo Indro Montanelli. Un uomo che i valori europei avrebbe dovuto conoscerli e sarebbe stato tenuto a praticarli. Un uomo cresciuto in un ambiente e in una mentalità per cui comprarsi una minorenne come sposa era una violenza sessuale. Un uomo che ad occhi europei, compresi i propri, non aveva scusanti per ciò che aveva fatto. E dunque le accuse avevano la loro fondatezza.

Certo, allora come oggi scivolò in secondo piano la questione rimossa del colonialismo italiano in generale, di cui il giovane Indro era stato un attore: tuttavia sarebbe inclemente rimproverare chi si lasciò catturare l’attenzione solo dalla vicenda di quella dodicenne.

Potremmo discutere a lungo del perché questo scrupolo sui matrimoni infantili sia venuto proprio a noi europei, facendo sì che Montanelli fosse un mostro e l’eritreo fosse “un seguace della propria cultura”.

Dai documenti storici sappiamo che alzare l’età matrimoniale e pretendere il consenso della sposa erano state due tenaci battaglie della Chiesa romana nei secoli del medioevo. Nel momento in cui il matrimonio diventava un sacramento invece di una semplice cerimonia sociale, la libertà e la consapevolezza degli sposi non erano più un optional. Già nel medioevo i dati ci parlano di un’età media di matrimonio che oscillava fra i 16 e i 20 anni, e le biografie delle sante si aprono quasi tutte col rifiuto delle nozze combinate dal padre.

Ma il fattore decisivo, ovviamente, è stato l’impennata della speranza di vita, che ha toccato l’Europa e il Nordamerica con larghissimo anticipo sul resto del mondo. Se la prospettiva di morire a trent’anni si allontana, si allontana anche il bisogno di sposarsi a tredici.

Andata com’è andata, il dato di fatto è che novant’anni fa quello che quasi tutte le altre culture consideravano un normale matrimonio a noi appariva già come una violenza sessuale.

Questa presa di coscienza, come il voto delle donne, l’accesso delle donne a qualsiasi professione, l’abolizione della dote, il divorzio su iniziativa della donna, la divisione eguale dell’eredità fra figli maschi e figlie femmine e finanche il diritto all’aborto, è un’acquisizione originariamente europea.

Ecco perché, se fossi stato lì lì per tirare una secchiata di vernice alla statua di Montanelli, e mi fossi messo a riflettere, sarei rimasto paralizzato senza sapere che fare.

Non tanto per rispetto della statua – come ha scritto Giuliano Ferrara, Montanelli sarebbe stato il primo a far rimuovere il suo stesso monumento – quanto perché la secchiata, colpendo uno dei bersagli polemici del progressismo, ne avrebbe esaltato un altro.

L’intenzione era vendicare il torto di un uomo verso una ragazzina?

In tal caso, quella secchiata era una splendida secchiata di eurocentrismo. Un inno colorato e spumeggiante alla civiltà che per prima ha concepito e difeso i diritti della donna, permettendo di vedere il male là dove la ragazzina eritrea, suo padre e qualsiasi potenziale acquirente eritreo vedevano solo la normalità.

Non una di meno, che ha tirato la secchiata dell’anno scorso, l’ha chiamata “una doverosa azione di riscatto”: sarà che ho poca fantasia, ma mi è difficile immaginare che quella ragazzina andasse riscattata solo dal suo marito-padrone italiano e non dal complesso della cultura eritrea che le imponeva di avere un marito-padrone.

Di fatto non si può essere allo stesso tempo contro il patriarcato e contro l’eurocentrismo. O meglio: può esserlo chi considera le idee come un buffet dove selezionare a casaccio quelle che gli fanno più gola, ma non chi ragiona sul piano concreto della storia, dove le idee sono sempre incarnate nei fatti.

Riempirci il piattino con un paio di idee disponibili nel 2020 e poi giudicare tutto il passato solo sulla base di quelle non serve ad altro che a imbrigliarci nelle contraddizioni della storia così come si è svolta.

Che la civiltà europea valesse quanto le altre ce lo hanno ripetuto fino alla nausea, e ci siamo tutti commossi a vedere Kevin Costner dipingersi la faccia come i pellerossa, Brad Pitt pregare come i tibetani e Tom Cruise tirare di scherma come i giapponesi.

Dopodiché, sia i pellerossa che i tibetani che i giapponesi dell’800 si sposavano con le minorenni a pagamento. Meritavano film celebrativi oppure secchiate di vernice?

Quanto è serio sostenere che le donne hanno diritti inalienabili, ma all’interno di una sola cultura? Attraversato il Mediterraneo dobbiamo “smettere di giudicare” e “rispettare la diversità”, oppure possiamo verniciare di rosa anche le statue degli altri?

In questi paradossi cade il tipico progressista, abituato a ragionare in astratto.

La prospettiva storica, invece, accetta la contraddizione, e predilige i rapporti di causa-effetto rispetto al profumo di un bouquet di idee ben abbinate.

Per lo storico, o per il dilettante, non è affatto un problema rilevare che l’Europa ha faticosamente costruito una civiltà fondata sui diritti personali del cittadino, sull’uguaglianza di fronte alla legge e sulla divisione dei poteri. L’ha costruita mentre trafficava schiavi dall’Africa alle Americhe? Sì, ma grazie ad essa si è potuta condurre la lotta antischiavista. L’ha costruita mentre sfruttava gli operai? Sì, ma grazie ad essa si è potuta condurre la lotta sociale. L’ha costruita per mano di maschi? Sì, ma grazie ad essa si è potuta condurre la lotta per la parità tra i sessi. Tutte e tre per la prima volta al mondo.

Non è un caso se Martin Luther King, subito dopo aver dichiarato “I still have a dream”, si affrettò a specificare: “a dream that is deeply rooted in the American dream“.

Se nel buffet del ragionamento astratto le idee sono tutte uguali, nella realtà della storia l’Europa e il Nordamerica hanno installato un sistema operativo – lo stato di diritto – di cui tutte le conquiste successive sono state dei plug-in.

Sistema operativo e plug-in: con questo schema possiamo avere un rapporto consapevole e sereno con il nostro passato.

Tirare secchiate di vernice, al contrario, serve al massimo a scatenare una guerra fra chi ascrive più meriti e chi ascrive più colpe ai personaggi riverniciati.

Cosa penseresti delle secchiate su Churchill se fossi un ebreo?

Cosa penseresti delle secchiate su Gandhi se fossi uno dei tanti indiani che vivono a Londra?

Emanuele Pinelli

Emanuele Pinelli

Filosofo politico. Reduce da una scappatella senza amore con Marx. Rompipalle ecologista. Melomane.

3 comments

Giovanni 16/06/2020 at 00:06

Montanelli risultava ignobile anche per gli “standard morali” dell’Italia di allora, lo disse lui stesso che nel suo paese non avrebbe mai potuto fare quello che fece. Il piattino di idee disponibili nel 2020 non c’entra nulla.

Reply
gmn 17/06/2020 at 16:48

Montanelli si concesse quello che non gli era possibile ottenere in patria.
La bambina poteva tenerla a sevizio e non sfiorarla, poteva farle da padre, poteva farla studiare nel frattempo…
Non lo fece e vale la pena di dirlo, ripeterlo e sottolinearlo, anche perchè molti in Italia, oggi, si comportano come Montanelli in Africa un secolo fa.
Dopo di che gli indignati col secchiello di vernice, tutto chiacchere e azioni simboliche, sono ridicoli e, come ben detto nell’articolo, tendenzialmente contraddittori.

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Dario Greggio 21/06/2020 at 17:27

perfetto.

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