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Riflessioni sul “Tramonto della Democrazia”

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Le riflessioni a margine del “Tramonto della Democrazia” di Anne Applebaum vengono spontanee quando, come in questo caso, un libro riesce a far risuonare esperienze comuni ed è di quelli che devono essere letti perché riescono ad illuminare il presente. Lo consiglio con l’unica piccola raccomandazione di non farsi sviare dal titolo che ammicca al genere letterario dell’apocalittica politica, ovvero al genere letterario nel quale si esprime di solito proprio quel tradimento degli intellettuali (o dei chierici, cfr. Julien Benda) alla cui critica Applebaum si è dedicata con molta efficacia. Il libro è un resoconto chiarificatore e fedele del fenomeno dell’emersione dei cosiddetti populisti e del supporto offerto da molti intellettuali alle loro visioni distruttive delle libertà democratiche “occidentali”. È probabile che gli amici che seguono “Immoderati” abbiano avuto la nostra stessa percezione a proposito dei commenti della guerra in Ucraina di certi individui riconducibili alla specie chierico.

A ben vedere, il libro di Applebaum riflette la fine dell’asse destra-sinistra intorno al quale è girata, per vari decenni, la politica delle democrazie occidentali. Al suo posto l’opposizione è diventata adesso quella tra liberali e antiliberali o populisti. Non è una tesi esplicita del libro, ma ne è, a nostro giudizio, lo sfondo: la fenomenologia dei tradimenti che racconta è un portato di questo mutamento. Il tramonto della democrazia, in questo senso, è il “tramonto” della dialettica politica destra sinistra che si è creduto fosse un’acquisizione stabile, e che è stata vista come la forma della democrazia. Destra e sinistra sembravano, infatti, essersi costituzionalizzate all’interno dell’orizzonte liberale. Per parte sua, il nuovo populismo è una nuova incarnazione dell’antiliberalismo che accompagna la storia del liberalismo. Ed è una forma eversiva del sistema liberaldemocratico. Non riconosce il risultato delle elezioni, come in America ha fatto Trump, distrugge la separazione dei poteri, come in Ungheria ha fatto Orban, attacca l’Unione Europea emblema del successo della collaborazione tra gli stati basata sul pragmatismo più che sulle ubbie ideologiche nazionaliste, sovraniste o del “trascendimento dell’esistente”. 

I vecchi gruppi si sono scomposti per ricomporsi in nuovi gruppi. Questo ha portato alla fine non solo di vecchie alleanze politiche, ma anche di lunghe amicizie. Sono sicuro che è un’esperienza che abbiamo fatto in molti. Ed è questo il punto di partenza del libro di Applebaum.

Condivido quindi l’esperienza raccontata da Applebaum e condivido il suo allarme. Nel giro di poco tempo, ci siamo trovati con un “sovranismo” di destra e di sinistra, e tutti a chiedersi come sia stato possibile che tanta rozzezza abbia potuto contagiare amici che si dicevano liberal, liberali, illuministi, universalisti, razionalisti, progressisti, antifascisti, antitotalitari. Applebaum racconta, in particolare, l’improvvisa emersione del sovranismo in ambienti che erano liberali “di destra”, nel senso che erano della parte politica di Margaret Thatcher o di Ronald Reagan, e che dunque avevano a cuore la libertà individuale, il progresso, le istituzioni democratiche, il valore delle libertà economiche e del mercato. Il sovranismo ha diviso un ambiente composto da amici della “società aperta”. Peraltro, lo stesso Orban era, all’origine, un amico della società aperta.

Applebaum guarda soprattutto alla Polonia, alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti, che sono i paesi che conosce meglio. Per ciascuno di questi paesi ha, mi pare, una spiegazione diversa dello stesso fenomeno.

Un caso da aggiungere perché rivelativo è, a mio giudizio, quello italiano. Qui la sorpresa (che poi non è una vera sorpresa) è stata la sfrontatezza del passaggio dei chierici “di sinistra” alla parte del sovranismo. In Italia il convergere a ferro di cavallo è stato evidente.

Naturalmente, una volta indicati i fenomeni, occorre individuare la loro ragion d’essere, la loro causa. Ma individuare le ragioni dell’insorgere del populismo non è facile. La prima cosa che si para davanti agli occhi è, infatti, che il successo del populismo non sembra avere una ragione. Applebaum lo scrive più volte: “questa metamorfosi sta avvenendo senza la scusa di una crisi economica sulla falsariga di quella che colpì l’Europa e il Nord America negli anni Venti e Trenta del secolo scorso”. Non sembra esserci una vera ragione della svolta sovranista e fascistoide a “ferro di cavallo”, dove gli estremi, destra e sinistra, tendono a convergere. 

Per la sinistra, l’origine del populismo si spiega con le mitiche politiche “neoliberiste”. Ma è una spiegazione dichiaratamente populista, che giustifica il populismo ritraendo in modo caricaturale la democrazia liberale, facendo uso di qualche parola trigger che spieghi tutto e niente, come appunto “neoliberismo”. La realtà è che la sinistra “radicale” si è buttata a corpo morto nel sovranismo nella certezza che fosse “di sinistra” e ne è rimasta travolta. Quello che è rimasto, si è messo ad applaudire Putin. In Italia chiamiamo questo fenomeno “rossobrunismo”.

L’attacco all’Unione Europea è effettivamente uno dei temi espliciti che Applebaum attribuisce ai populisti. Molti “chierici” si sono subito prestati a sparare a zero contro “questa Europa” assicurando che “un’altra Europa è possibile”. Invece, nel caso della Brexit, secondo Applebaum, i conservatori inglesi non sopportavano l’idea che la Germania potesse avere voce in capitolo; avrebbe anche giocato qualche nostalgia imperiale. Personalmente,  però,  cerco la “ragion di stato”, perché  gli aspetti psicologici e culturali mi sembrano essere solo una parte della questione, non la ragione principale. La Brexit è presentata da Applebaum, comunque, come un progredire di errori dovuti ai limiti caratteriali delle persone coinvolte, da David Cameron fino a Boris Johnson. A Boris Johnson è dedicata una particolare attenzione: è una delle mezze amicizie di un tempo che ben rappresentano, secondo l’autrice, l’uomo nuovo dei populisti, tanto sconclusionato quanto senza scrupoli. Ha iniziato come giornalista inventando false notizie che potessero mettere in cattiva luce l’Unione Europea e, invenzione dopo invenzione, è andato avanti, nonostante avesse subito anche una condanna. Per quanto riguarda invece la Polonia, traspaiono nelle parole di Applebaum ragioni di altro genere, come la volontà di mantenere le posizioni di potere che l’élite ha conquistato per sé stessa dopo essersi liberata del sistema sovietico. Negli Stati Uniti il caso è quello sconcertante di Trump e del trumpismo. E anche qui ci sono rendite di posizione da difendere. 

Ma, appunto, non si tratta di una storia nuova. Occorre capire che cosa ha ridato vita ai vecchi fantasmi antiliberali. In Italia è tornata alla mente l’alleanza iniziale, naturale in funzione antiliberale, di Stalin e di Hitler – alleanza che permise ai due dittatori di spartirsi la Polonia e che diede inizio alla Seconda guerra mondiale. In Italia ci fu anche un appello promosso dai comunisti di allora per sodalizzare con “i compagni in camicia nera”. A Togliatti, nonostante questo, non mancò, a guerra finita, la faccia di accusare di connivenza con il fascismo proprio gli antifascisti liberali che lo avevano combattuto a viso scoperto, come Benedetto Croce. Lo scopo era quello di affermare l’idea che tutto ciò che fosse dal lato del progresso e antifascista dovesse essere riconducibile al PCI. A proposito di intellettuali e tradimenti è assolutamente da leggere Il lungo addio di Nello Ajello, che racconta, tra le altre cose, questo momento decisivo della storia italiana che caratterizzerà buona parte della “ideologia italiana”.

Rispetto al passato, la novità è forse la scoperta di non essere immuni, come credevamo, dalle narrazioni antiliberali. Ma perché credevamo che la nostra fosse una cultura politica, trasparente, illuminista e progressista? In realtà, sarebbe bastato un giretto in libreria per vedere quante fesserie stavano preparando l’avvento del populismo. Il tradimento degli intellettuali non è neanche un tradimento: è sempre stato un genere letterario.  

A margine del bel libro di Applebaum, mi pare si possa dire, allora, che la ragione dell’improvvisa svolta populista sia la difficile disciplina morale e culturale del liberalismo, che non è un partito, ma l’orizzonte della vita politica delle democrazie occidentali. Il liberalismo rimuove gli assoluti metafisici, ed è facilissimo, a partire da questa rimozione, mobilitare il moralismo degli intellettuali contro le idee liberali. Questo speciale moralismo, vecchio come il mondo, non sopporta le libertà economiche (i mercanti nel tempio, come dicono citando il Vangelo); è frustrato e confuso dalla distinzione dei poteri e dallo stato di diritto (vorrebbe sempre “soluzioni politiche”, che precedano lo stato di diritto, e che vede loro, i moralisti, ad assolvere o a condannare); è infastidito dalla libertà di stampa che mette in discussione la verità Una; è fortemente irritato dal progredire dei diritti civili, detesta la ricerca della felicità individuale, nella quale vede il tratto “edonistico delle società occidentali”. Vede dovunque la decadenza di costumi. Il valore che il liberalismo concede all’individuo mette in discussione i “legami sociali” e la “morale” dei partiti, delle chiese e delle confraternite. Nonostante il benessere si sia diffuso in misura prima sconosciuta all’umanità, leggiamo sempre lamenti a proposito “dei nostri tempi” sofferenti, e non si sa bene perché. 

Si è poi anche generata una nuova “aristocrazia, che vorrebbe tenersi le rendite acquisite per poterle anche passare di padre in figlio come nelle antiche corporazioni. Quando il vecchio e il nuovo hanno interessi comuni, come da tradizione, la difesa delle rendite cerca l’alleanza con l’altare.  

Gli intellettuali, invece di difendere la libertà, si sono schierati con l’autoritarismo per il loro moralistico odio del mondo liberale. Al posto del progresso sociale hanno da tempo sostituito un malinconico mantra gnostico: siamo soli e alienati nel mondo contemporaneo, siamo scissi, siamo senza radici, abbiamo perso i valori e poi questo o quello, siamo pure privi di identità. Siamo ricchi, che schifo. Siamo poveri, che schifo lo stesso. E nonostante si sappia bene che questa non è altro che la vecchia retorica reazionaria, viene ripetuta a piene mani anche nei giornali liberal. 

Un tempo, la destra reazionaria vedeva nell’ideologia di sinistra un concorrente nella fede e, viceversa, l’ideologia di sinistra voleva contendere alla fede uno spazio.  La difficile lezione morale del liberalismo è che non c’è un “senso” al di fuori delle proprie scelte. 

Molto opportuna, dunque, l’osservazione di Applebaum che qui trascrivo: “Nel Tradimento dei chierici, un libro del 1927, il saggista francese Julien Benda osservò e descrisse le élite autoritarie del suo tempo ben prima che chiunque altro si rendesse conto della loro importanza. Se in questo anticipò Arendt, a preoccuparlo non erano le «personalità autoritarie» in quanto tali, bensì le singole persone che sostenevano l’autoritarismo che egli già vedeva assumere forme di sinistra e di destra in tutta Europa. Benda raccontò come ideologi di estrema destra e di estrema sinistra cercassero di promuovere o la «passione di classe», nella forma del marxismo sovietico, o la «passione di nazione», nella forma del fascismo, e li accusò entrambi di tradire il primo compito dell’intellettuale, la ricerca della verità, a favore di particolari cause politiche”.

In questi contesti, scrive Applebaum, serviranno ai nuovi regimi degli intellettuali che raccontino una nuova storia: “il tracollo di un’idea dell’Occidente, o di quello che viene a volte chiamato «l’ordine liberale occidentale» avrà bisogno di pensatori, intellettuali, giornalisti, blogger, scrittori e artisti che logorino i nostri attuali valori e immaginino il nuovo sistema a venire.” L’unica obiezione, se così si può dire, è che in Italia, e non solo in Italia, questo processo è già avanti da tempo. 

C’è da chiedersi, ripeto, se il passo indietro descritto da Applebaum non sia la svolta dei vincitori che, arrivati al potere, vogliono adesso conservarlo e che non sono mai stati liberali. Hanno solo reso omaggio al principio che il nemico del mio nemico è mio amico.

Sia come sia, le società democratiche liberali devono difendersi del ciclo classico della decadenza delle civiltà: devono smentire Polibio e anche Spengler. Occorre, in altre parole, che disinneschino il meccanismo che porta gli interessi particolari a cristallizzarsi, a difendersi e a diventare rendite. Altrimenti, come scrive Applebaum, si assisterà dovunque allo stesso processo che il suo libro rileva per la Polonia (e che in Italia è ovvietà): i funzionari capaci sono combattuti, per essere sostituiti con mezze calzette del partito o loro cugini e parenti”. 

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