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Complottedì Speaker's Corner

Reinterpretazione storica: la retorica anti-liberazione, smontata

Gli eventi di queste settimane hanno stimolato un’ondata di rivisitazione su quello che furono il fascismo, l’occupazione nazista, e la liberazione. Circolano idee pericolose (non più solo tra i nostalgici del regime), che non mirano tanto a rivedere i fatti, bensì a reinterpretarli sostenendo che la dittatura fascista e l’occupazione nazista furono più benevole di quello che riteniamo. Pertanto, mi riferisco a questo fenomeno come reinterpretazione storica, distinta, seppur simile, al più famoso revisionismo storico.

Questa reinterpretazione rischia di attecchire sulle nostre coscienze poiché si affianca alla graduale scomparsa di chi visse quegli eventi, facendo sì che le testimonianza dirette rimangano un’eco lontana. Per questo, credo sia il caso di contrastarla vigorosamente.

Non voglio dare risalto ai personaggi che hanno detto o scritto cose che io considero oscene in questi giorni. Inoltre, certi ragionamenti non sono affatto nuovi: si ripresentano in diverse forme, ogni tanto. Preferisco invece contrastare alcune affermazioni esemplificative di questo fenomeno. In particolare, le affermazioni che mi interessano sono tre:

  1. Ai tempi del fascismo (o dell’occupazione tedesca), mio nonno stava bene.
  2. I soldati tedeschi hanno mantenuto, con qualche eccezione, una condotta corretta durante l’occupazione. A differenza loro, le truppe alleate hanno commesso sistematicamente atti atroci, vedasi le “marocchinate“.
  3. La coerenza con le proprie idee dimostrata dai gerarchi nazisti è ammirevole.

Ritengo problematiche tutte e tre queste frasi, e le riflessioni che seguono spiegano il perché.

Prima riflessione: le più atroci violazioni di diritti non toccano il cittadino mediano

Vorrei partire dall’affermazione 1. Può darsi che il cittadino mediano se la passi bene sotto dittature come quella fascista, o anche sotto l’occupazione tedesca (e non è detto che sia così, ma assumiamo per un momento che nei casi specifici lo fosse). Il problema è che questo fatto è di scarsa rilevanza.

La reinterpretazione storica che si manifesta con l’affermazione 1 nasconde l’esperienza di chi ha ricevuto il trattamento peggiore. Fattualmente, può anche essere vera. Ma rimane mistificatoria a causa di quello che non rivela.

Il regime fascista e quello nazista vivevano di capri espiatori e di persecuzioni di alcuni gruppi sociali. Alcuni di questi gruppi erano definiti su base etnica, gli ebrei e i popoli romeni, altri sulla base di caratteristiche individuali, come ad esempio l’omosessualità, l’appartenenza politica, e così via. È un bene che il cittadino mediano se la vivesse senza grossi problemi (di nuovo, assumendo che fosse vero), ma questo cittadino comune non è e non corre il rischio di essere né ebreo, né rom, né omosessuale, né un intellettuale socialista.

Come possiamo concentrarci sulle esperienze del cittadino mediano dimenticando le persecuzioni inaccettabili riservate a decine di migliaia di persone con caratteristiche diverse? Non tutti hanno il lusso di essere il cittadino mediano. Ad esempio, gli ebrei soggetti a leggi razziali avevano certezza istituzionale che la loro vita sarebbe stata un inferno. Per loro il trattamento osceno non era un raro evento sfortunato, ma un’inevitabilità. Come possiamo quindi partire dall’esperienza di chi aveva tutti i documenti in regola per dire che le cose andavano bene mentre tanti altri erano perseguitati per legge?

Generalizzare è spesso utile e necessario per analizzare temi complessi. Ma bisogna tenere in considerazione che la generalizzazione è una semplificazione, e quando si semplifica si corre il rischio di cadere nell’irragionevole, finendo per giungere a conclusioni tanto assurde quanto le semplificazioni di partenza. Occorre quindi un po’ di cautela, e occorre anche domandarsi se sia il caso di rivedere le ipotesi iniziali. È normale partire dalla propria esperienza per trarre conclusioni più generali. Però, bisogna allo stesso tempo guardarsi intorno per capire se la nostra esperienza diverge eccessivamente da quella di altri, in modo da renderla non rappresentativa.

La grande lezione dell’esperienza fascista e nazista è che bisogna sempre tenere l’attenzione alta nei confronti di gravi violazioni dei diritti umani e civili di gruppi che sono ai margini della società. Invece, se quando si discute di diritti civili si pone l’attenzione esclusivamente sul cittadino mediano, o sulle esperienze delle poche persone che conosciamo, si perdono di vista atrocità ingiustificabili.

Chi ha familiarità con la statistica sa che la media e la mediana sono valori fuorvianti quando ci si trova in presenza di forti discontinuità nella distribuzione oggetto di analisi (per i tecnici: qui parliamo di distribuzioni multimodali). E i regimi in cui la legge cambia a seconda del gruppo sociale introducono disparità di trattamento che costituiscono il tipo di discontinuità che rende la generalizzazione problematica.

Seconda riflessione: la reinterpretazione storica contrappone le gravi sofferenze di un gruppo alle sofferenze di un altro

Ritengo utile, importante, e giusto fare chiarezza su tutti gli episodi di violenza perpetrata nei confronti di qualsiasi gruppo. La verità storica va perseguita anche quando evidenzia colpe tra chi ha promosso la resistenza, l’antifascismo, l’antinazismo, e la liberazione. Ben vengano le ricerche storiografiche serie sulle “marocchinate”, sulle foibe, e sulle violenze dei partigiani.

Quello che invece non trovo accettabile è contrapporre un episodio violento a un altro. Grazie al sottointeso che la sofferenza in quel periodo non è prerogativa di un unico gruppo, si invita implicitamente la vittima a farsene una ragione e passare oltre. La reinterpretazione storica promossa dall’affermazione 2 consiste nel normalizzare la sofferenza. Si intende: abbiamo subito ingiustizie da tutte le forze in campo, quindi perché concentrarsi solo su una di queste?

La risposta che do io è molto semplice: la sofferenza di una persona non nega la sofferenza di un’altra persona.

Sostenere che i soldati nazisti si siano comportati in maniera corretta a differenza dei soldati alleati (affermazione che, tra l’altro, sarebbe tutta da dimostrare) implica che il trattamento ricevuto da chi si è trovato di fronte ai soldati nazisti è stato più corretto rispetto a quello di chi si è trovato di fronte ai soldati alleati.

Fatti documentati e incontrovertibili parlano di comportamenti atroci sia in un caso che nell’altro: alcuni soldati nazisti sono rei di eccidi come nel caso di Marzabotto o delle Fosse Ardeatine, e di deportazioni. Allo stesso tempo, tra le truppe di liberazione dell’Italia dal fascismo, vi sono numerosi casi di violenza fisica e stupri, come le già citate “marocchinate”.

L’una non rende meno dolorosa l’altra. Anzi, usare l’una come prova di correttezza dell’altra è una delegittimazione della sofferenza della vittima. Si tratta di una tecnica di manipolazione nota agli psicologi; un caso da manuale di abuso emotivo atto a convincere la vittima che le sue sofferenze sono esagerate e ingiustificate.

In questo caso, la vittima subisce una doppia violenza: prima subisce il fatto, poi viene privata del diritto al dolore perché le viene rinfacciato che c’è chi è più vittima di lei. La prima è una violenza fisica, la seconda una violenza psicologica. Entrambe sono gravi e sbagliate.

Sia chiaro, l’affermazione 2 utilizza le violenze subite da chi ha incontrato le truppe alleate per delegittimare quelle subite da chi ha incontrato quelle naziste. Ma sarebbe sbagliato anche l’atteggiamento contrario. Delegittimare la sofferenza delle vittime di “marocchinate” usando l’olocausto come contraltare è una violenza altrettanto grave.

Colgo l’occasione per offrire un altro spunto di riflessione. L’antisemitismo moderno si presenta spesso sotto questa forma. Si tratta di una forma di violenza perniciosa perché subdola e quindi più difficile da identificare rispetto ai plateali episodi di violenza fisica. A mio avviso, i sentimenti che hanno scatenato l’olocausto persistono, ma sono meno ovvi perché in molti casi si manifestano come avvertimenti captabili solo dai diretti interessati. Magari questi diretti interessati subiscono inconsciamente perché sono essi stessi inconsapevoli di subire una violenza.  

Terza riflessione: la reinterpretazione storica cambia la scala di valori

Non si può parlare di correttezza quando si discute di soldati che fungevano da ingranaggi di una macchina di distruzione. Qualcuno obietterà che molti di loro erano inconsapevoli di collaborare a uno sterminio. Lascio a chi ha conoscenze storiche migliori delle mie l’eventuale compito di confutare questa affermazione.

Mi limito invece a dire che l’eccidio di civili era qualcosa evidentemente sotto gli occhi di queste persone. Siccome erano esecutori dell’atto finale, ne erano a conoscenza. Invece, per quel che riguarda le deportazioni, quanto sapessero riguardo ai campi di concentramento è irrilevante per il discorso che faccio. Dal mio punto di vista, arrestare incondizionatamente su base etnica e riservare a queste persone un trattamento da bestie è già sufficiente per parlare di atrocità.

Cercando il più possibile di mettermi nei panni del soldato nazista, posso anche capire (ma non giustificare) la scelta di chi decide di agire in questo modo per paura di ritorsioni contro di sé. Sarebbe lungo il discorso etico in questo frangente e non mi sento in grado di affrontarlo. Però, non posso accettare che chi agisce in questa maniera venga definito “corretto”.

Non mi aspetto che tutti si comportino da eroi. Coloro che hanno rischiato grosso per salvare la vita ad altri, finendo poi per essere riconosciuti come giusti fra le nazioni, sono un’anomalia. Ma la storia è zeppa di persone che hanno compiuto piccoli gesti, rischiando qualcosa ma non troppo, contribuendo alla salvezza di diverse persone perseguitate. Non si tratta di gesti eclatanti, semplicemente di chiudere gli occhi di fronte al perseguitato che fugge, o di offrire un piccolo aiuto per facilitarne la fuga. Queste sono le persone che possono essere considerate corrette. Invece, a giudicare dal numero di persone arrestate e deportate, o dal numero di civili inermi (inclusi bambini) trucidati, molti soldati tedeschi e collaboratori del regime fascista si sono comportati in maniera tutt’altro che corretta. Tant’è che alcuni di questi sono stati giudicati colpevoli di crimini di guerra di fronte ai vari tribunali.

Intendiamoci, il punto qui è la definizione di “correttezza”. Per correttezza, intendiamo (a) un rispettare ed eseguire sempre e comunque gli ordini che arrivano dall’alto? Oppure intendiamo (b) un comportamento che non violi princìpi etici largamente condivisi tanto da risultare quasi oggettivi?

Io non ho dubbi e concordo con la definizione (b). La reinterpretazione storica dell’affermazione 2 probabilmente parteggia per la definizione (a). Sarei molto interessato a sentire argomenti sull’utilità della definizione (a), perché, nonostante gli sforzi, non riesco a vedere alcun appiglio.

Quarta riflessione: a volte l’atto coraggioso consiste nel cambiare idea

La mia ultima riflessione può essere riassunta così: non c’è nulla di ammirevole nel difendere a spada tratta ciò che è eticamente, fattualmente, o logicamente indifendibile. Anche le persone più inclini al relativismo morale devono concedere che una posizione che prevede il genocidio di interi gruppi etnici è indifendibile. Per questo, l’affermazione 3 è, a mio avviso, insensata.

Mi accorgo che il contesto culturale in cui ci troviamo premia una certa testardaggine nel dialogo intellettuale. Chi non cambia mai idea è visto come intellettualmente forte. Invece, credo che faremmo meglio a dar maggior credito ad atteggiamenti che troppo spesso vengono percepiti come debolezza intellettuale. In questo contesto, ci vuole grande coraggio a dire in pubblico “non lo so”, o “su questa cosa ho cambiato idea perché…”, o “pensandoci bene, mi sono sbagliato nell’affermare che…”. Eppure, affermazioni di questo tipo a volte sono sintomo di grande onestà intellettuale. Come tali, andrebbero premiate, mentre andrebbe condannata la sicumera di chi afferma il falso, nega l’evidenza, maltratta la logica, o difende in malafede l’indifendibile.

Credo che questa percezione di rettezza intellettuale sia dovuta a una particolare interpretazione del concetto di “coerenza”, secondo la quale è coerente chi rimane sempre imperterrito sulla stessa posizione. Ma verso cosa bisogna essere coerenti? A mio modo di vedere, bisogna essere coerenti nei confronti di una serie di valori di base, da cui poi si derivano le varie posizioni successive.

Bisogna essere fedeli a determinati princìpi etici e a una logica argomentativa, non a una conclusione. E se siete d’accordo con me su questo punto, dovreste accorgervi che a peccare di incoerenza è proprio l’esercizio di reinterpretazione storica delle affermazioni 2 e 3.

Se assumiamo una certa posizione su un tema, ma cambiamo idea in seguito alla scoperta di un fatto nuovo, possiamo dire che pecchiamo di incoerenza? No, se manteniamo un rigore logico senza contraddire i fatti che conosciamo e i nostri princìpi etici. Al contrario, sarebbe incoerente mantenere le stesse posizioni di fronte a nuove informazioni o a palesi dimostrazioni di illogicità del nostro ragionamento.

Nel caso specifico dei gerarchi nazisti, non c’è nulla di ammirevole nell’essere irremovibili nell’intenzione di portare a termine un genocidio. Chi si accorge di stare dalla parte sbagliata (magari perché poco alla volta apprende fatti nuovi), è il caso che cambi posizione in fretta, indipendentemente da considerazioni di tradimento dell’alleato. La reinterpretazione storica dell’affermazione 3 suggerisce che non bisogna tradire l’alleato. Ma in fondo, a cosa dobbiamo essere fedeli? Alla posizione dell’amico che sbaglia, o ai nostri valori?

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1 comment

Dario+Greggio 14/05/2022 at 19:09

ovvio, già.
ps: vedo sempre solo i miei commenti qua: c’è una qualche specie di strana censura, o io sono l’unica persona decente e con un cervello che vi scrive quello che pensa? (domanda retorica… 😉 !! )

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