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Quattro miti da sfatare sulla vittoria di Boris Johnson in UK

Le elezioni del Regno Unito sono ormai concluse e hanno dato il loro verdetto: un grosso sì a chi vuole portare a termine la Brexit e un enorme no al sol dell’avventura promesso da Corbyn. Ma siamo sicuri di aver capito tutto di queste elezioni? Vediamo quindi di sfatare qualche mito che è stato raccontato su queste elezioni e sulla politica britannica.

Johnson è il Trump inglese

Il primo ministro britannico: un uomo dai capelli improbabili con la faccia da idiota che compie una gaffe dopo l’altra. Come può non somigliare a Trump, penseranno i lettori? Sì è vero, le somiglianze ci sono, ma le differenze sono notevoli. Il Labour ha puntato molto nella sua campagna sulla rappresentazione di Boris Johnson quale mostro intollerante, ma non è riuscito a convincere nemmeno molti degli elettori storici della sinistra britannica.

Il materiale per accusare Johnson di razzismo, maschilismo e omofobia esiste, ma non ha niente a che vedere con il linguaggio di Donald Trump: il presidente americano ha sempre usato un linguaggio violento e accusatorio nei confronti delle minoranze da lui non apprezzate. Johnson si è limitato a battute di pessimo gusto che gli sono valse la notorietà in un paese estremamente politically correct. Lo dimostra il fatto che negli ultimi anni Bojo abbia rappresentato l’anima più moderata del partito sulle questioni etiche e sociali, pur essendo rimasto sempre fortemente euroscettico (sì, essere pro-brexit non significa essere di estrema destra).

Ma quindi Johnson è un buon politico? Non intendo sembrare un suo fan, quindi chiarisco immediatamente la mia posizione su questo controverso personaggio: Boris è un arrivista, disposto a vendere la propria madre per il potere ed un bugiardo, ma non è un razzista retrogrado e tantomeno stupido, a differenza del presidente americano.

I Libdems hanno perso a causa del voto utile

Non prendiamoci in giro: i liberal-democratici hanno perso delle elezioni fatte apposta per loro: Che Guevara da una parte e un partito conservatore che ha fatto precipitare il paese nel caos dall’altra. Quale migliore occasione per invitare il paese alla moderazione? Jo Swinson ha invece pensato bene di rendere i il proprio partito estremista quanto quello di Corbyn, ma sul fronte Brexit.

Non solo, ma ha anche attaccato i tagli e l’austerity attuata dai governi conservatori: peccato che l’austerity sia stata inaugurata dal primo governo Cameron, di cui i libdems facevano parte. Corbyn su questo fronte li ha bastonati, giustamente. Certo, l’uninominale li avrà anche penalizzati, ma nulla impediva loro di portarsi a casa 40 seggi, invece di una misera decina.

La questione si fa oltretutto comica: un membro del partito liberal-democratico ha commentato il risultato dicendo che Johnson non ha il mandato per portare a termine la Brexit. Perché i vostri dieci parlamentari avrebbero il mandato per fermarla invece? Semplicemente ridicolo.

Chi ha votato Johnson vuole la Brexit

Questo non è un mito da sfatare, quanto da ridimensionare. Sicuramente chi vuole brexit, ha votato Johnson (escludendo quel 2% che ha votato Farage), ma esiste un numero estremamente alto di inglesi che non vuole brexit in sé, piuttosto non vuole più sentirne parlare.

Johnson non ha promesso di realizzare la Brexit dei sogni, ma semplicemente di portarla a termine e di chiudere il dibattito sulla questione: “Get Brexit Done” non significa tanto “facciamo brexit perché è la scelta giusta”, quanto più “facciamo brexit, perché non ne possiamo più di discuterne”. La campagna di Johnson è stata focalizzata quasi interamente su questo. Un altro motivo che poteva spingere a votare Johnson era la paura per Jeremy Corbyn a Downing Street (lo ammetto a malincuore, io avrei votato i conservatori proprio per questa ragione, pur ritenendo i tories attuali imbarazzanti).

La sinistra nel mondo perde perché non è abbastanza di sinistra

Ma certamente. Il mito dei miti, non tanto un mito sul Regno Unito, quanto un mito globale che il Regno Unito ha definitivamente sfatato. Non aggiungiamo altro, equivarrebbe a sparare sulla croce rossa.

Damien Hellier

Nato a Siena il 07/07/1999, studia Economia e Management alla Università Statale di Milano e milita politicamente nei Radicali Italiani e in +Europa.

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