Economia & Finanza Speaker's Corner

Quando Muore lo Stato, Quant’è la Mia Parte?


La tassa di successione è una imposta che colpisce, in caso di decesso, un patrimonio di riferimento (variamente interpretato) intestato al deceduto perché passa ad altri soggetti.

In quanto tale è un caso di tassa patrimoniale, però con interposizione delle tre Moire: solo quando Atropos (“colei che taglia” il filo della vita) decide, la tassa diventa esecutiva;

Essendo il patrimonio composto da una congerie di beni ed attività, gli stati non accettano pagamenti in “patrimonio”. Ciò per motivi anche comprensibili, basti pensare ad arbitrii e possibili fonti di corruzione: magari se ho un cugino nell’amministrazione mi valuta un Teomondo Scrofalo come pari al “Cielo Stellato” di Van Gogh e lo prende in pagamento;

Diventa quindi un prelievo sulle disponibilità finanziarie più liquide delle classi abbienti, che rispondono in due maniere standard: o afferendo, in accordo col Sovrano, i beni in entità “immortali” (Trust, fondi patrimoniali ed altre sovrastrutture legali, che non a caso sono nate in ordinamenti che apparentemente hanno una forma di tassa di successione, salvo appunto legiferare i modi prescritti per eluderla), oppure, per chi non è abbastanza capiente, mantenendo una forma di auto-assicurazione costosa investendo solo parte del patrimonio, con l’esclusione di una riserva liquida dedicata appunto a coprire il Danegeld al sovrano ….. che diventa per sua stessa auto definizione l’unico investitore di lungo termine, non morendo mai, o essendo l’elargitore (contro pagamento) delle “licenze di immortalità.”

John Melhuish Strudwick [Public domain]: “un filo d’oro”, rappresenta le Moire, Cloto (da cui l’inglese “Cloth”, tessuto: colei che tesse, Lachesis (Colei che misura, in questo caso la durata della vita dell’uomo) ed Atropos (colei che taglia, ovvero colei che alla vita pone fine).

Se proprio si vuole fare qualcosa sarebbe meglio rendere irrilevante e paritario la tassazione sui REDDITI a qualunque titolo generati.  A tal proposito, quando fu passata la fiscalità sulle rendite finanziarie ordinarie al 26%, si disse impropriamente che l’Italia “era il paradiso fiscale dei capitali”, frase fuorviante.

Se dovesse passare l’idea, dato che i proponenti non trattano le spese come donazioni (non si può fermare l’economia, diceva Antonio Albanese nel suo personaggio di Perego), la principale risposta delle famiglie agiate sarebbe trasferire il denaro fisicamente all’interno della propria prole. Come? Nella maniera più antica: l’istruzione. In alternativa si ricorrerebbe all’emigrazione, o dei figli potenziali percettori, o dell’intera famiglia.

E qui arriva la cantina di Barbablù: la risposta dello stato a queste reazioni sarebbe, in tutta probabilità, i controlli di capitale alle frontiere per imporre una sorta di equivalenza tramite “exit tax”. Mai il detto “partire è un po’ morire” sarebbe più vero. Sia detto per inciso che “l’Europa della libera circolazione delle persone e dei capitali” ha trattamenti di favore per qualunque provvedimento che incrementi le entrate pubbliche, tant’è che per quanto ne so nessun cittadino Greco ha detto di essere un cittadino europeo come gli altri sentendosi successivamente dare ragione: blocco dei capitali c’era e blocco dei capitali si è beccato.

E naturalmente, prevale il solito assunto implicito che non va mai discusso: lo SStato, con due esse maiuscole, è al di fuori e al di sopra degli agenti economici, il suo patrimonio è sacro e non va mai inserito in inutili analisi come efficienza delle risorse utilizzate, etc.

Giovanni Battista Ponzetto

Giovanni Battista Ponzetto

Fabbro del settore finanziario, con dieci anni di gestione di Fondi Comuni presso Ersel, otto anni di gestione finanziaria assicurativa nel gruppo Reale Mutua, e dal 2005 in Tokos. Ahimè appassionato di problemi.

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