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Approfondimenti Economia & Finanza

Prezzo dell’energia: come rispondere agli aumenti?

Le crisi energetiche sono tra le più problematiche per le economie, dato che gli effetti ricadono su quasi la totalità dei prodotti scambiati. Esempio di questo furono le crisi petrolifere degli anni ’70. In un recente articolo, ho analizzato le cause che hanno portato alla situazione attuale, riassumibili in mancanza di offerta di gas che si riflette in un enorme aumento del prezzo dell’energia elettrica. Ma come se ne esce?

I vari Stati europei hanno già implementato alcune misure per far fronte all’aumento del prezzo dell’energia, in Italia le principali sono due:

  1. Tassazione sulle rendite inframarginali delle imprese con costi marginali bassi (ossia rinnovabili): questi impianti dovranno versare allo Stato l’incasso dei volumi venduti ad un prezzo superiore ad un cap fissato (60-70 €/kWh), in modo da contenere il costo delle bollette. Si può discutere sul fatto che sia necessario alzare o abbassare la soglia, ma è una misura semplice ed efficace, che non incide sulla struttura del mercato energetico. Però, gli effetti sono piuttosto limitati.
  2. Tassazione sugli “extraprofitti”: al di là dell’ambiguità sul significato di quest’ultimo termine, si tratta di una tassazione aggiuntiva per le aziende produttrici di energia la cui base imponibile, tuttavia, non sono i profitti. Infatti, è calcolata sulla differenza dei saldi IVA di ottobre 2021-aprile 2022 e ottobre 2020-aprile 2021 più proventi da operazioni straordinarie (come la vendita di veicoli commerciali). Con questa soluzione ci si può trovare nella situazione in cui un’impresa energetica che ha investito per espandersi l’anno scorso e ora offre volumi di vendita maggiori si troverebbe un onere notevole, mentre un’altra che mantiene costante la differenza costi-ricavi con gli stessi volumi non è dovuta a versare alcunché. Sarebbe opportuno considerare il differenziale tra i margini di guadagno annuali come base imponibile più adeguata per rispondere a questo requisito. Tuttavia, è bene ricordare che alti profitti attirano imprese ad investire o entrare nei mercati che li garantiscono, facendo aumentare l’offerta a parità di domanda e, dunque, abbassare i prezzi. Pertanto, un’imposta sui profitti potrebbe frenare questo processo, che permetterebbe di uscire dalla crisi.

Il governo spagnolo, invece, ha introdotto un sussidio per gli impianti che producono energia con il gas, in modo da abbassare il costo marginale effettivo e, quindi, abbattere il costo dell’energia elettrica per tutte le fonti. Questo meccanismo ha tuttavia generato due grandi distorsioni: un incremento della domanda di gas. Insomma, si riducono i prezzi dell’energia, ma si alimenta il problema che li genera: la scarsità di gas.

La Grecia invece ha proposto una separazione del prezzo dell’energia prodotta con gas da quella prodotta tramite altre fonti energetiche costruendo due indici di borsa distinti, facendo sì che il prezzo dell’energia finale sia una media ponderata di questi. Tuttavia il particolare meccanismo di pricing (derivato, come detto nel precedente articolo, dalle caratteristiche fisico-ingegneristiche di produzione dell’energia) rende questa iniziativa impraticabile, oltre che insensata in quanto l’energia è un prodotto perfettamente omogeneo. Essendo ogni kW di energia un perfetto sostituto di un altro, il suo prezzo sarebbe lo stesso su entrambi i mercati, a causa dell’arbitraggio. L’energia prodotta con il gas sarebbe acquistata solo quando quella derivata da altre fonti terminerebbe, dando vita ad un meccanismo di pricing de facto identico a quello attuale. In sintesi, questa proposta (per ora) consiste solo un cambio di definizioni che non genera alcun tipo di cambiamento della situazione economica.

La soluzione più discussa in questi giorni è il tetto al prezzo del gas (price cap), e vi sono 3 proposte sul tavolo:

  1. Prezzo massimo al gas importato solo dalla Russia: questa prima proposta altro non è che un’estensione delle sanzioni, con un preciso significato politico: si intendono mantenere le relazioni commerciali tra UE e Russia, ma con limiti ben definiti (“patti chiari, amicizia lunga”).
  2. Mutualizzazione interna alla UE: si prevede di dividere i Paesi Europei in “zona rossa”, che comprende gli Stati più dipendenti dal gas di Mosca (Italia, Germania e parte dei Paesi dell’Est) e “zona verde”, che comprende tutti gli altri. In breve, si prevede che oltre un certo livello di prezzo del gas (appunto, il cap fissato), la zona verde inizi a razionare i propri consumi di gas e venda sotto al prezzo di mercato ciò che non consuma alla zona rossa, in modo da limitare gli aumenti del prezzo dell’energia.
  3. Price cap su tutti gli scambi di gas in UE: perfezionata poco fa proprio da Mario Draghi e Roberto Cingolani, questa proposta prevede che nessuno possa vendere in Europa il gas sopra un determinato prezzo, sia in borsa sia con contratti bilaterali sia (soprattutto) ai fornitori esteri; si applicherebbe, dunque, non solo alla Russia, ma anche ad Azerbaijan, Congo, Norvegia ecc.

Sono tutte proposte ambiziose, che sicuramente richiedono negoziazioni complesse (la seconda in particolare) e facenti sì che Putin debba compiere la mossa successiva. Rinuncerebbe alla sua principale entrata, iniziando un chicken game con l’Europa, oppure continuerebbe l’approvvigionamento di gas, perdendo potere contrattuale?

La scelta è ovviamente in funzione delle condizioni politiche, militari e sociali della Russia, che a giudicare dal numero di proteste e fughe dal Paese degli ultimi giorni, non stanno migliorando. Nel frattempo, in Europa l’aria di incertezza è sempre più pesante, la soluzione è complessa e l’inverno si sta avvicinando.

Leggi anche:
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Articolo a Favore dell’Energia Nucleare

Featured image – Source / CC 2.0

1 comment

Dario+Greggio 30/09/2022 at 21:14

#no23 #nofuture4U

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