Economia & Finanza

Perché siamo più ricchi degli africani?

È una domanda che forse tutti ci siamo fatti almeno una volta nella vita. La tesi che si sente più frequentemente nel dibattito pubblico, è che tutto sia colpa del colonialismo, che è sicuramente stato un fenomeno storico fonte di ingiustizie e crimini terribili, che ha rallentato lo sviluppo dell’Africa sotto certi aspetti, ma che non può essere la causa prima della disuguaglianza in materia di sviluppo tra Europa ed Africa.

Questo perché semmai il colonialismo ne è stato una conseguenza: come sarebbe stato possibile per gli europei conquistare un continente ben più grande del loro, se avesse avuto il loro stesso grado di sviluppo? Come spiega Adam Smith ne “La ricchezza delle nazioni”, la causa fondamentale dello sviluppo di una civiltà antica era la dimensione del mercato: tante più persone sono libere di scambiare beni e servizi, tanto più il lavoro diventa specializzato e produttivo e tanti più diventano i beni e i servizi che vengono scambiati. Non è un caso che le grandi civiltà antiche si siano sviluppate lungo corsi d’acqua navigabili (il Tigri e l’ Eufrate, il Nilo, il Gange, il Fiume Giallo e Azzurro), che rendevano gli scambi più facili e veloci tra un numero relativamente elevato di persone, in un tempo in cui gli scambi via terra avvenivano tramite animali da soma con costi relativamente alti e tempi lunghi.

L’Africa non aveva fiumi navigabili e non era possibile navigare nell’oceano con imbarcazioni rudimentali. Questo ha reso i villaggi isolati, dotati esclusivamente di utensili primitivi, mentre già l’Antica Grecia e, successivamente, Roma si sviluppavano grazie alle rotte commerciali nel Mediterraneo, un mare chiuso estremamente grande, quindi facilmente navigabile e garanzia di scambi con un alto numero di persone. Con la caduta dell’Impero Romano e le invasioni barbariche, gli scambi commerciali in Europa subirono una brusca battuta d’arresto, ma ripresero intorno all’anno 1000, portando a notevoli innovazioni tecniche (se contestualizzate nel tempo, in realtà l’aumento di produttività fu risibile in confronto ai miglioramenti della società occidentale post rivoluzione industriale). Una di queste innovazioni fu la Caravella, che consentì a Colombo di attraversare l’Oceano e all’Europa di ampliare il proprio mercato ed essendo la produttività quasi stagnante prima della Rivoluzione industriale, la crescita delle dimensioni del mercato di una nazione era il primo fattore di crescita economica.

Tutto questo accadeva mentre l’Africa rimaneva sostanzialmente al punto di partenza. Nei secoli successivi il colonialismo europeo si è imposto man mano sul continente africano, portando a numerose ingiustizie, anche in ambito economico. Una delle leggi forse più dannose, fu quella che obbligò le nazioni africane ad esportare esclusivamente verso la madrepatria: questo ridusse i margini di profitto e quindi anche la possibilità di investimenti in innovazione e tecnologia. Va sottolineato un aspetto fondamentale: il colonialismo o meglio le leggi ingiuste del colonialismo, hanno rallentato la crescita, ma non hanno distrutto ricchezza. Questo è evidenziato dai dati del Maddison project che mostra come nel 1500 già esistesse un gap tra Europa ed Africa in termini di ricchezza (si stima un Pil doppio in Europa occidentale, ma essendo dati estremamente approssimativi, possiamo solo certificare che vi fosse una differenza di ricchezza, ma non quantificarla con certezza). Lo stesso Maddison Project ci mostra come tra il 1870 (poco prima della conferenza di Berlino) e il 1950 il Pil dell’Africa sia più o meno quadruplicato.

Una volta che le nazioni africane sono diventate indipendenti, la crescita economica è stata deludente e le guerre e le carestie sempre più frequenti fino agli anni ‘90, periodo in cui le cose hanno iniziato generalmente a migliorare sotto questi punti di vista. Secondo la sinistra e buona parte della destra sovranista, questi problemi deriverebbero dal neocolonialismo, un non ben specificato movimento di oppressione contro queste nazioni. Ciò che è sicuramente vero, è il fatto che numerose multinazionali provenienti da nazioni più sviluppate (fra cui le nazioni europee, ma anche la Cina) influiscono molto sulla politica africana, anche tramite la corruzione, ma questo problema è naturale in uno stato povero. In Africa per corrompere un poliziotto possono bastare €100 alla fine, a volte anche meno. Questo è però un problema che molte nazioni vivono o hanno vissuto, ma molte di queste sono cresciute a ritmi altissimi. Perché in Africa generalmente no?

Per la risposta ci viene incontro il bestseller “Why nations fail?” di Acemoglu e Robinson: il grande problema di questo continente sono le istituzioni politiche e il tribalismo, che impediscono la formazione di una vera e propria rule of law e impongono una tradizione comunitaria e non individualistica. In questo caso il colonialismo ha le sue colpe: il tribalismo è stato sfruttato da molte nazioni europee per controllare meglio il paese, basti pensare al fatto che i belgi dove non trovarono tribù, se le inventarono. È anche vero che gli inglesi, pur mantenendo la divisione in tribù, riuscirono ad integrare nei governatorati locali quelle che erano solite ribellarsi, secondo la teoria del bastone e la carota: questo è evidente ad esempio in Kenya, dove la tribù Kikuyu governa di fatto lo Stato, dopo essere stata pian piano integrata all’interno del governo coloniale e aver quindi acquisito capacità di governo.

Questo sistema, pur creando situazioni di disuguaglianza tra gruppi tribali differenti, ha garantito maggiore stabilità e prosperità rispetto alle ex colonie francofone, che venivano direttamente amministrate da Parigi e che non hanno quindi mai potuto garantire un’integrazione della popolazione indigena nella gestione della cosa pubblica.  Questo ha portato in questi luoghi a maggiore instabilità e tensione tra le varie tribù. La tesi di “Why Nations fail?” è stata tuttavia contestata dall’economista Arvind Subramanian, che ha posto una critica estremamente efficace: secondo la teoria della modernizzazione, è sì vero che le istituzioni politiche sono estremamente importanti, ma è anche vero che la crescita economica porta ad una modernizzazione di queste. È nato prima l’uovo o la gallina?
Possiamo dunque trarre delle conclusioni: il mancato sviluppo dell’Africa è un problema che parte da lontano ed il fattore geografico ha sicuramente influito molto. Ciò che è accaduto e ciò che non è accaduto in epoche antiche ha fatto sì che non vi fosse una modernizzazione politica. Il colonialismo ha tenuto vive queste identità tribali, secondo il principio del “divide et impera”, ma è anche vero che se le nazioni europee avessero deciso di alterare o modificare queste identità, probabilmente lo avrebbero fatto comunque con violenza. Le nazioni africane oggi crescono, ma meno di quanto hanno fatto altre nazioni in precedenza e le ragioni le abbiamo  spiegate. Questo rende le nazioni estremamente deboli in fase contrattuale con le nazioni più sviluppate e imprese provenienti da queste. L’unico modo che hanno gli africani per migliorare la propria condizione è rafforzare l’Unione Africana, in modo da essere più forti nelle trattative con gli Stati extra-continentali, creare un mercato unico nel continente sul modello Europeo e cercare di ottenere trattati di libero scambio con il mondo.

Damien Hellier

Nato a Siena il 07/07/1999, studia Economia e Management alla Università Statale di Milano e milita politicamente nei Radicali Italiani e in +Europa.

1 comment

Dario Greggio 21/01/2020 at 12:59

Bello. Io amo ricordare Armi Acciaio e Malattie di Diamond, per spiegare (molti di) questi aspetti.

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