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Non chiamateli Media: i social sono mondi alternativi. E vanno trattati come tali.

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Il web non è un mezzo d’informazione ma uno spazio vitale. Il ban non è una censura ma un esilio. E i fake, soprattutto sui social, sono sempre più la norma. Qualche idea su cosa fare.

“Per trecento vite degli uomini ho vagato su questa terra, e ora non ho tempo”: la frase di
Gandalf si adatta benissimo al dibattito su social e censura.

Erano anni che andava avanti, e ciò nonostante l’oscuramento di Trump dopo l’assalto a Capitol Hill ci ha colti del tutto impreparati.

Ma non c’è da stupirsi. Il nostro tentativo di comprendere i social è sempre stato un inseguimento.I social si evolvevano, noi subivamo la loro evoluzione, cercavamo di comprenderla e di trarne le conseguenze, e mentre ancora stavamo ragionando i social si erano già di nuovo evoluti. La nostra è sempre stata un’analisi a valle, aposteriori, a cose già fatte. Ogni proposta di chiudere la stalla arrivava a buoi già scappati.

Ciò spiega anche come mai ci ostiniamo a guardare i social attraverso lenti del passato, come
quelle mutuate dal mondo della stampa: Facebook “mezzo d’informazione”, Facebook
“responsabile editoriale”, Facebook che “ignora il copyright”, Facebook che “semina notizie
false”, Facebook “edicola”, Facebook “cartiera”.

Facebook ultimo bebè nella famiglia dei mass media dopo la tv, la radio e i giornali.
Semplice. Lineare. Ma illusorio.

Con ogni probabilità Facebook non è niente di tutto questo, e ce ne stiamo rendendo conto con
preoccupante ritardo. Forse, invece di correre dietro ai social continuando testardamente a ricondurre l’ignoto al noto, varrebbe la pena di anticiparli. Che cosa saranno i social fra dieci anni?
Proviamo a immaginarlo e vediamo se può esserci utile a capire cosa siano già adesso.

Di qui al 2030 due tecnologie avranno avuto uno sviluppo prodigioso: il deep fake e la realtà
aumentata.

Con deep fake si intendono software capaci di generare contenuti audiovisivi falsi ma
perfettamente credibili.
Un esempio? Già negli scorsi anni circolava Deep Nude, una app che
spogliava le donne. Inserivi la foto di una donna vestita e la app ti restituiva la stessa foto con la malcapitata nuda.
Gli algoritmi imparano a fare questi giochi assimilando e incrociando milioni di dati biometrici: per intenderci, quelli che abbiamo regalato all’azienda produttrice di FaceApp per provare l’ebbrezza di
vederci invecchiati o cambiati di sesso, o all’azienda produttrice di ToonMe per farci trasformare in
un cartone della Pixar.
Da mesi è di pubblico dominio This person doesn’t exist, un sito che genera foto di persone
inesistenti, e gira un simpatico audio della voce di Obama ricostruita da un algoritmo.

Di questo passo è prevedibile che in capo a pochi anni sul web potrà esserci letteralmente
qualunque cosa.
Se gli attuali fake sono foto, video o audio registrati nel mondo fisico e poi ritoccati o commentati in modo fuorviante, il web del futuro sarà popolato da foto, video e audio mai registrati nel mondo fisico. Sarà un fake per definizione.
Circoleranno video di qualunque persona che fa qualunque cosa: le nostre madri che si prostituiscono, Mattarella che invita a sterminare gli ebrei, gli immigrati che mangiano feti
umani…anche perché non ci sarà più bisogno di un operatore umano che si metta a fabbricare i fake
manualmente: gli algoritmi saranno abbastanza addestrati e intelligenti per produrne da soli migliaia
al secondo.


La scarsa resistenza che l’umanità ha opposto ai fake caserecci dell’ultimo decennio non lascia
sperare in una reazione dignitosa di fronte a questi nuovi fake più sofisticati.
Tanto più che la
realtà aumentata farà diventare l’esperienza social molto più invasiva.
Il primo prototipo di occhiali Google era scomodo e pieno di difetti, ma non è escluso che il terzo o il quarto ci permetteranno, tra non molto, di sovrapporre il web – e quindi i social, e quindi i fake – alla nostra visuale quotidiana.

E qui arriviamo al punto. Una realtà virtuale immersiva e totalizzante, popolata di immagini
false ma credibili, è il traguardo che ci aspetta fra una decina d’anni. Ma non è che per caso i
social sono già questo, sebbene in uno stadio embrionale?
Non è che per caso i social sono già un generatore di realtà parallele?

Luciano Floridi sostiene che lo spazio virtuale sia già uno degli spazi in cui trascorriamo la nostra
vita
, a tutti gli effetti. La nostra vita è onlife: non dedichiamo più le ore della nostra giornata
soltanto al nostro Io fisico, ma anche al nostro Io virtuale.
Il problema è che lo spazio virtuale non è uno spazio neutro. È uno spazio addomesticato, plasmato
per gratificare chi ci entra e convincerlo a restarci il più possibile. I biologi parlano di secrezioni di
dopamina, analoghe a quelle di alcune droghe. Gli psicologi parlano di principio di piacere che può
finalmente accedere a un mondo fatto su misura per lui, defenestrando il principio di realtà.
In breve, confezionare una realtà parallela, con un grado di aderenza al mondo fisico che
varia in base alle esigenze dell’utente, non è un effetto collaterale dei social: è la loro funzione
prioritaria.

È in questa cornice che dobbiamo inquadrare il tema dell’informazione sui social. Se questi ultimi sono dei mondi alternativi nei quali proiettiamo un nostro Io virtuale alla ricerca del conforto e della gratificazione che sono negati al nostro Io fisico, è chiaro che il nostro Io virtuale, così come vi trova rapporti sociali gratificanti o musica gratificante, deve anche trovarvi notizie di attualità gratificanti. È una tessera del mosaico, una pennellata del dipinto, soggetta agli stessi filtri delle altre tessere e pennellate.

I social quindi non sono un mezzo per l’informazione: è l’informazione ad essere un mezzo per i social.


Proprio perché i social non sono un mezzo d’informazione, il Parlamento Europeo cercava di
svuotare il mare con un bicchiere quando pretendeva di applicare online le norme sul diritto
d’autore che valgono nel mondo fisico.

Molto meglio sarebbe stato imporre un salato pagamento forfettario alle piattaforme, con cui tenere in vita l’industria editoriale.

Ciò tra l’altro avrebbe aiutato a distinguere i due piani: da un lato i social, che avrebbero svolto in pace la loro funzione di mondi alternativi, e dall’altro i giornali, che, finalmente liberi dalle ristrettezze economiche e dall’ossessione del clickbait, avrebbero potuto recuperare dignità e qualità accreditandosi come i veri organi dell’informazione. “Se vuoi notizie apri il mio canale, se vuoi un bel gioco di ruolo fantasy apri Facebook”.

E a proposito di fantasy veniamo alla questione Trump.

Abbiamo detto che i social non sono mezzi d’informazione. Ma allora oscurare un utente non significa privarlo di un mezzo per comunicare, come se non lo si invitasse più in televisione: significa privarlo di uno spazio vitale dove gli altri trascorrono svariate ore della propria giornata. È una misura più simile a un DASPO che a una censura.

Tanto più se oltre ai social guardiamo Google. Quando Google decide che il tuo nome non compare più nei risultati, per la società virtuale sei morto, e l’impatto può essere distruttivo anche per il tuo mestiere nella società fisica.

A chi spetta una decisione così grave? Alle autorità pubbliche o ai padroni delle piattaforme?Entrambe le scelte hanno risvolti inquietanti. E come deve avvenire la decisione? Tramite algoritmo o con un processo regolare?

Di certo è inaccettabile la discrezionalità con cui Zuckerberg e soci hanno scelto da un giorno all’altro di oscurare Trump (e non Khamenei, Maduro o le milizie di Assad). Ma sarebbe inaccettabile anche se la legge rendesse obbligatorio un algoritmo moralista, come quello della app per i giochi Sony che ti banna a vita se ti sente pronunciare una frase (a suo giudizio) razzista.

A intuito direi che l’autorità pubblica deve muoversi in due direzioni.

La prima è predisporre una procedura rapida per l’oscuramento temporaneo di un profilo, quando questo minacciasse la sicurezza nazionale o l’incolumità di un cittadino.

Naturalmente varrebbe l’habeas corpus: entro 48 ore dall’oscuramento inizierebbe un processo regolare o il profilo verrebbe reintegrato. L’opposto, insomma, del processo alla piattaforma che si sta introducendo in Polonia.

Il secondo intervento pubblico dovrebbe essere lo scorporo delle Big Tech in aziende più piccole tra loro concorrenti. Se non c’è più un solo mondo virtuale prodotto da un unico Grande Fratello, ma più mondi virtuali in competizione, ciascuno con un proprio sistema morale di riferimento per regolare il blocco dei contenuti (non più dei profili), il rischio di censura da parte del privato si attenua. Esisterebbe sempre un mondo virtuale sicuro e ultracontrollato dove rifugiarsi se si viene insultati o molestati nei mondi virtuali più anarchici.

Perché qualunque social è un mondo alternativo contraffatto su misura per chi ci entra, e presto ce ne accorgeremo tutti. È solo questione di tempo.

1 comment

Dario 18/01/2021 at 16:02

Bravo prof. Pinelli, convincente (anche se necessariamente succinta) analisi.

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