fbpx
Complottedì Speaker's Corner

Neoborbonismo: storia, orgoglio e superstizione

Attorno agli inizi degli anni Novanta l’Italia fu teatro di un rapido diffondersi di idee e ideologie indipendentiste sia nel settentrione che nel mezzogiorno. Per quanto riguarda il nord, l’esempio più importante rimane senza dubbio la Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, nata fra il 1989 e il 1991 dalla federazione di più movimenti secessionisti. Contestualmente – forse sollecitate anche da alcune argomentazioni più o meno becere dell’indipendentismo nordista – il Meridione cominciò a pullulare di associazioni, circoli, e gruppi intellettuali intenzionati a “ricostruire la coscienza storica di meridionali e Italiani”. L’obiettivo era quello di divulgare una versione della storia italiana alternativa a quella mainstream, una versione secondo la quale il Risorgimento sarebbe stato un atto di colonialismo genocida e predatorio nei confronti di quel “paradiso terrestre” chiamato Regno delle Due Sicilie, un atto la cui violenza fu tale da comportare la discesa del mezzogiorno nell’indigenza economica e nell’inviluppo civile che da subito si prese a chiamare “questione meridionale“. Molte di queste iniziative spontanee confluirono poi sotto l’ombrello di quella che è attualmente l’istituzione neoborbonica forse più famosa e rappresentativa: il Movimento Neoborbonico, fondato nel 1993.

Come si può intuire dal titolo, non ci si soffermerà in questa sede sul fenomeno del leghismo. Esso, sebbene per alcuni versi presenti somiglianze con il neoborbonismo, per molti altri ne è estremamente distante. Ciò è particolarmente vero per quanto ci interessa approfondire qui, ovvero il rapporto che si instaura fra un movimento culturale con ambizioni di nation building e la ricerca del “vero” storico, con un’attenzione specifica al grado di rispetto della deontologia del mestiere storiografico e della sua epistemologia.

La Lega Nord non ha speso molte energie intellettuali nel ricostruire (pseudo)storicamente la legittimità della Padania. Spesso abbiamo sentito i nordisti parlare a vanvera di Celti o Longobardi ignorando la vastità di storia, cultura e costumi che separa i due popoli dagli abitanti attuali della val Padana. Li abbiamo visti fare usi impropri del tricolore italiano come una sorta di affronto al Risorgimento e poi, dopo un brindisi di acqua di fiume, tanti cari saluti alla storia e ai tentativi degni anche soltanto di essere presi in considerazione e debunkati. E menomale. D’altro canto, la Lega è sempre stata più impegnata sul fronte della politica attiva, più attenta al presente che al passato.

Il neoborbonismo invece, che a differenza dell’indipendentismo nordico non è un fenomeno prettamente politico (anche se, a onor del vero, recentemente sono sorti almeno due progetti partitici, questo e questo), nasce e si diffonde in contesti di alta aspirazione culturale e pretesa intellettuale come case editrici, associazioni, studi storico-archivistici, saggi, seminari, giornali. Per questo motivo i neoborbonici hanno attirato su di loro la curiosità e l’attenzione di esperti e intellettuali che si occupano professionalmente della stessa materia che essi maneggiano: la storia. E l’incontro fra questi due mondi, quello politico e quello accademico, ha dato vita ad uno scontro impari e fortemente sbilanciato a favore dei secondi.

Dal punto di vista scientifico non è stato difficile smascherare il mito della Borbonia Felix. Per citare qualche esempio classico, v’è la vicenda del forte di Fenestrelle. Entrato nel bestiario neoborbonico come funesto teatro di sterminio di meridionali deportati, non esiste attualmente alcuno straccio di fonte a dimostrare la veridicità di questo fatto. È quel che in gergo si definisce un mito storiografico. Una leggenda costruita ad hoc sulla base del nulla per soddisfare un bisogno politico e retorico. Quello di paragonare il “nemico” all’orrore più tremendo che sia capitato all’umanità: il nazismo.

Ma basterebbe già solo analizzare gli elementi più basilari della mitologia borbonica per farci un’idea di quanto ci troviamo distanti dalla migliore approssimazione possibile della verità storica. Si decanta un regno efficiente, un regno che ha partorito il bidet e la raccolta differenziata (?) quando Napoli non aveva neppure un sistema fognario. Si decanta un regno più ricco e industrializzato del Nord – in alcuni casi si parlò terza potenza industriale dell’epoca – e a sostenere questa tesi viene riesumata, tra le altre cose, la ferrovia da Napoli a Portici, la prima ad essere mai stata costruita su suolo italico, nel 1839. Verissimo che fu la prima, ma ciò non dimostra in alcun modo la tesi (che in ogni caso è falsa e comunque non dimostrabile attraverso un palese cherrypicking). Prima di tutto, essa fu l’ennesimo sfarzo aggiunto alla collezione privata di una dinastia assolutista: serviva a collegare la residenza estiva con quella invernale. Nessun progetto di sviluppo sul lungo periodo, ad eccezione dell’area Napoletana che registrava già una qualità della vita migliore rispetto alla restante parte del Regno. Questa differenza era dovuta in parte anche alla politica economica del Regno, la quale prevedeva alti dazi doganali che andavano a proteggere le industrie presenti soprattutto nell’area di Napoli e Salerno (non abbastanza solide da reggere la concorrenza internazionale) e a sfavorire lo sviluppo tecnologico in ambito agricolo ostacolando l’esportazione. Dopodiché, al momento dell’Unità, ben prima che qualsivoglia saccheggio avrebbe potuto prendere piede, il Nord presentava una rete ferroviaria di svariati ordini di grandezza più estesa di quella del Sud.

Rete ferroviaria italiana, 1861

Oltre alla già citata mancanza di solide prospettive progressive e di sviluppo (testimoniata anche dall’abbandono sistematico delle concessioni costituzionali), ciò fu dovuto anche alla scarsa e male organizzata pressione fiscale, che si tradusse nell’altrettanto scarsa possibilità da parte dei regnanti di poter allocare le risorse necessarie nell’ammodernamento infrastrutturale e amministrativo del Paese. Oltre che nell’ambito delle opere pubbliche, il Regno delle Due Sicilie rimase indietro anche dal punto di vista dell’istruzione pubblica, registrando un tasso di analfabetismo fra i più alti in Europa.

Sono molti altri gli argomenti neoborbonici che si possono tirare in ballo, di solito si basano sull’utilizzo dei fantomatici primati come quelli della ferrovia, del bidet o della Napoli nella quale si è adoperata per la prima volta in Italia l’omeopatia (una pseudoscienza) come pretesto per millantare una non meglio dimostrata qualità positiva del regno delle Due Sicilie in generale. Qualità rigorosamente estintasi al passaggio dei Sabaudi, che di volta in volta diventano colonizzatori, sterminatori e poi predoni delle immense ricchezze meridionali per ingrassare le loro invece misere tasche. Scaffali di ricerche di intellettuali autorevoli che hanno dedicato la vita a questo argomento fanno luce su tutto ciò in maniera decisamente più esauriente di quel che si può fare qui, per questo motivo si rimanda al loro lavoro e si prosegue con l’analisi.

Per chi è addetto ai lavori – ma in generale per chi conosce un minimo il metodo scientifico – è facile riconoscere quanto sia problematico dal punto di vista epistemologico anteporre la narrazione ideologica alla ricerca di materiale storiografico da fornirle come base d’appoggio. Il risultato è che spesso e volentieri la disinteressata ricerca del vero viene sacrificata allo storytelling ogniqualvolta la storia in sé e per sé lo contraddice. Spesso e volentieri succede che la necessità di nutrire ed irrobustire il più possibile la narrazione finisce con l’essere più urgente del preservare il minimo indispensabile di credibilità scientifica. Ma perché ciò accade?

La facilità con la quale il neoborbonico medio letteralmente si offende quando gli argomenti che professa vengono messi al vaglio di analisi tecnica costituisce, insieme alle precedenti, un’ulteriore prova del fatto che ad egli non interessa davvero l’onesta ricerca del sapere, quanto piuttosto la sofferta ricerca di un posto nel mondo. Quando un neoborbonico dibatte non sta mettendo sul piatto soltanto le sue opinioni storiografiche e la propria credibilità di studioso, ma sta esponendo al giudizio spietato del metodo tutta una serie di credenze accumulate sulle quali fonda almeno in parte la propria identità individuale (il Movimento Neoborbonico è un movimento culturale che nasce per ricostruire la storia del Sud e con essa l’orgoglio di essere meridionali.). Ed essi non possono esimersi dal buttarsi nella mischia del confronto, poiché è solo attraverso l’affermazione pubblica, sociale delle loro convinzioni che l’identità affiora e si dà un tono. Il conflitto di interessi è evidente, così come è ancora più evidente l’incompatibilità quasi totale di questi presupposti con qualsiasi deontologia scientifica.

Il Sud nel quale la macchina neoborbonica si è messa in moto è ovviamente un territorio che soffriva e continua a soffrire la sua storica arretratezza rispetto al Nord. In quei grafici in cui spesso ci imbattiamo, quelli che sembrano dipingere due Stati diversi a seconda se si guarda al di là o al di qua di Grosseto, non vengono riportati solo numeri. O meglio, sono numeri che all’atto pratico si tramutano in difficoltà quotidiane come, per esempio, la difficoltà di farsi un’istruzione decente, la difficoltà di fare impresa, di muoversi, di trovare un lavoro e così via. Insomma, disagi. Disagi dai quali, però, i neoborbonici hanno scelto la via più breve per emanciparsi. La via dell’escapismo, dell’evasione, della semplificazione. Praticamente una Salerno-Reggio Calabria che porta, una volta esaurita la galvanizzazione patriottica, dritta alla deresponsabilizzazione e all’impotenza. E lo fa poiché attribuisce l’origine di ogni nostro male ad un peccato esogeno, lo colloca lontano dal presente e soprattutto lontano da noi geograficamente e in qualche caso più estremo anche culturalmente. E sono i colpevoli a dover ripagare ora di quel che hanno fatto, noi invece non dobbiamo muovere un dito perché non abbiamo potere sulla storia. Non viene risparmiato quasi alcun margine di manovra agibile nel presente dai meridionali. Il solo ed unico incarico del neoborbonico è quello di divulgare il verbo e riplasmare le coscienze (e ogni tanto anche quello di proporre idee satellite vagamente autarchiche).

L’attenzione dell’accademia per il neoborbonismo fu sollecitata in buona parte dalla presa che questa subcultura ha avuto (ed ha) sulla società civile. Si prese atto della necessità di riconfermare il valore del rigore metodologico nella storiografia anche fra i non addetti ai lavori, in maniera tale da scongiurare che il tono intellettuale di cui i neoborbonici si fregiavano (e si fregiano) rendesse indistinguibile ai loro occhi la pseudo-storia dal sapere scientifico. A seguito di queste riflessioni non sono mancate analisi che prendessero in esame il fenomeno del neoborbonismo in sé. Per quanto riguarda l’inventario di categorie politico-concettuali di cui la retorica neoborbonica è intrisa, risulta particolarmente efficace e lapidaria una tratta dall’articolo di Carmine Pinto e Gian Luca Fruci – riconducibile a mio avviso alla ricca eredità degli studi sul nazionalismo inaugurati da Mosse – secondo la quale la mitologia neoborbonica si basa sul «canone nazionalista ottocentesco con la sua ossessione per le comunità violate, il sangue dei martiri, l’onore degli eroi e delle eroine, l’empietà dei traditori, la crudeltà dei nemici».

Sono argomenti decrepiti, sepolti in un passato sul quale la Seconda guerra mondiale ha posto la pietra tombale e che, quasi fosse per un gioco dantesco di contrappassi, costituirono per esattezza la base ideale del Risorgimento. Questa mentalità anacronistica pervade drammaticamente tutto quel che è ascrivibile sotto il termine ombrello di “neoborbonico”, e se ci si bada la si ritrova in qualsiasi idea cardine del movimento. È presente, per esempio, nell’idea che la storia siano i vincitori a plasmarla, a riscriverla per come interessa loro venga scritta e studiata.

Inutile qui sottolineare quanto questa posizione sottenda in generale una profonda ignoranza di cosa significhi fare il mestiere dello storico e della natura stessa delle fonti, nonché il fatto che ci troviamo di fronte alla solita argomentazione non basata sui fatti che casualmente apre quasi ogni discorso revisionista in senso negativo. Soffermiamoci invece sul fatto che, a livello retorico, fra le necessarie ed involontarie conseguenze logiche di una posizione del genere c’è anche quella di dipingere l’interlocutore o come una sorta di fondamentalista del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, o comunque come uno che si è bevuto la retorica risorgimentale come se da allora non fosse trascorso più di un secolo e mezzo. In ogni caso, i neoborbonici stanno attribuendo all’interlocutore le stesse categorie mentali decrepite che essi adottano, e lo fanno perché quelle categorie costituiscono de facto la sola ed unica base su cui i loro argomenti possono reggersi. Sembrano non poter concepire una storia fattuale che non sia narrazione politica, un’orgoglio non collettivo, o un popolo che non sia entità storica e basta.

La retorica della storia riscritta assolve anche ad un’ulteriore funzione retorica: annovera moralmente il neoborbonico fra le fila degli sconfitti. Sconfitti che ovviamente, per converso, posseggono la conoscenza della vera storia, e non di quella manipolata dai vincitori. È una posizione alquanto disonesta, priva di qualunque fondamento logico ed espressione di un collettivismo violento. Un collettivismo che, tra l’altro, taglia fuori tutti quei meridionali che hanno combattuto per l’Unità, che sono morti schiacciati dalla repressione del regime Borbonico o che ne hanno sostenuto il peso nei decenni successivi il periodo murattiano.

L’epopea neoborbonica ha dimostrato quanto il nostro passato – o la concezione che noi abbiamo di esso – possa giocare un ruolo fondamentale nella determinazione degli individui del presente e quindi nelle scelte che plasmeranno il futuro. Un meridionale che si convinca che tutti i suoi problemi derivino dalle ruberie del Nord non è diverso da un cittadino qualsiasi che si convinca che tutti i suoi problemi derivino dall’accoglienza dei migranti, così come probabilmente non saranno diverse qualitativamente le classi dirigenti che selezioneranno. Sono entrambi cittadini disabituati al pensiero complesso e facili prede del populismo, un rischio in potenza che attenta alla salute della democrazia. Non è un caso che il primo partito ad essersi avvicinato e ad aver apertamente perorato la causa neoborbonica sia stato il Movimento 5 Stelle, l’esempio perfetto di cosa può produrre la totale e sacrosanta libertà di circolazione delle informazioni nella totale assenza di canali divulgativi seri e specializzati che possano controbilanciare la presenza di fake news, narrazioni parziali e strumentalizzazioni politiche.

Il mondo, dalla rivoluzione industriale ad oggi, ha visto crescere esponenzialmente il numero dei partecipanti attivi al dibattito pubblico. Internet è il naturale compimento di questo processo poiché ha offerto un mezzo stampa a letteralmente chiunque possegga uno smartphone. Siamo tutti in possesso di uno strumento capace di veicolare istantaneamente informazioni in giro per il mondo, e ciò ha cambiato la natura stessa delle forme e degli spazi della comunicazione. Di certo sapere scientifico ha messo piede nel web, ma il target di riferimento è rimasto sempre lo stesso, ovvero un pubblico di esperti educati ad adoperare un certo tipo di linguaggio, e per questo non si è reso necessario un fondamentale rinnovo delle forme comunicative. E nemmeno sarebbe stato auspicabile, poiché per comunicare fatti complessi c’è bisogno di un linguaggio rigoroso che sottenda ai termini e agli argomenti i riferimenti ad un sapere stratificato nei decenni. Ciò ha però creato, o meglio, ha conservato la distanza fra il sapere tecnico ed il pubblico di non esperti in un contesto in cui questi ultimi hanno avuto modo di imbattersi molto più facilmente nelle stesse materie di cui i professionisti si occupano tendenzialmente con cognizione di causa. Ed hanno avuto modo di fare rete globalmente in una maniera mai vista prima. Persone relativamente prive degli strumenti e del retroterra necessario hanno cominciato a discettare senza i freni inibitori posti dall’autocoscienza dei propri limiti di medicinali, di storia, di energia, di giurisprudenza, di filosofia e via discorrendo, dando vita a tutta una serie di superstizioni e credenze popolari – come le leggende della Borbonia Felix – che ancora oggi intorbidano il discorso pubblico.

Sebbene questo fenomeno di creazione di sistemi di credenze a partire dalla sprovveduta osservazione degli stimoli ambientali da parte delle società che li vivono abbia sicuramente qualcosa di antropologicamente affascinante, non possiamo più permetterci di lasciare la storia – e ciò vale per ogni disciplina che possa avere un impatto sulla vita pubblica, come la medicina o la fisica nucleare – nelle sole mani di non esperti, emotivi o addirittura demagoghi. Abbiamo incautamente sottovalutato per anni questo fenomeno e ad oggi sembra ancora lungi dall’essere limitato ad alcune frange di irriducibili. Per fortuna, sono evidenti anche chiari segnali di miglioramento.

La divulgazione, il mestiere nel quale la comunicazione all’avanguardia viene messa al servizio della complessità tecnica – un vero e proprio anello mancante fra l’accademia e la restante parte della società civile – si sta guadagnando a poco a poco un suo meritato spazio in mezzo al frastuono delle infinite voci che sul web testimoniano il pullulare cacofonico degli esseri umani (alcuni esempi qui). La presenza di divulgatori seri nel dibattito pubblico è utile come l’ossigeno nell’aria, poiché sul mercato delle idee i non addetti ai lavori avranno sempre la possibilità di scegliere, fra i tanti contenuti, anche quello basato sul sapere scientifico e reso accessibile grazie a specifiche competenze comunicative. Ci sarebbe da scrivere un intero altro articolo sulle differenze a livello comunicativo fra un contenuto autorevole, divulgativo e uno che invece non lo è. Mi accontento qui di sottolineare quella che secondo me è la principale: un contenuto non autorevole cerca di venderti le chiavi del mondo, un contenuto divulgativo cerca di offrirti una sbirciata dal buco della serratura.

1 comment

Dario+Greggio 19/03/2022 at 00:49

t’amo!! me lo salvo per la prossima volta che me ne capita uno

ps: “si parlò terza”
“un’orgoglio”

Reply

Leave a Comment