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Approfondimenti Esteri

Nagorno-Karabakh un conflitto infinito e dimenticato

Nagorno-Karabakh

Lunedì 31 ottobre a Soci si sono incontrati il primo ministro armeno Pashinyan, il presidente azero Ilham Alyev e il presidente russo Vladimir Putin, per cercare di raggiungere un cessate il fuoco dopo gli scontri che si erano verificati a settembre nel Nagorno-Karabakh. Occorre tuttavia fare un passo indietro per comprendere le tensioni di questi ultimi anni e immaginare perché siglare un accordo non sarà affatto facile.

Da sempre crocevia di popoli e civiltà nel mondo antico, per via della posizione di passaggio tra Europa e Asia, l’area transcaucasica ha fatto parte dal 1813 al 1917 dell’Impero Russo di ispirazione zarista caduto poi a seguito della rivoluzione d’ottobre del 1917. Nel 1918 Armenia, Azerbaijan e Georgia diedero vita alla Repubblica Transcaucasica ma questa esperienza ebbe vita breve in quanto nel 1920 venne conquistata dai bolscevichi. Nacque così una guerra tra armeni e azeri per il controllo dell’Artsakh, con gli azeri sostenuti dai turchi ottomani, altro grande impero che si dissolse al termine della Prima Guerra Mondiale. Questi territori vennero quindi conquistati dall’Unione Sovietica che inglobò sia l’Armenia (con il nome di Repubblica Socialista Armena) sia L’Azerbaijan (con il nome di Repubblica Socialista Azera): Stalin assegnò il Nagorno-Karabah all’RSS Azera, sebbene avesse promesso questo territorio agli armeni mentre ricompensò questi ultimi con la provincia di Zengur, non mantenendo le promesse fatte e tagliando di fatto in due L’Azerbaijan.

La situazione sotto l’Unione Sovietica rimase stabile fino al 1988 anno in cui gli scontri etnici si riaccesero: appresa la notizia che un poliziotto armeno uccise due cittadini azeri le reazioni di quest’ultimi furono violentissime, culminate poi con il pogrom di Sumgait che costò la vita a 26 cittadini armeni e 6 azeri. Gli scontri continuarono per tutto il 1989-1990, malgrado le direttive delle autorità sovietiche fossero quelle di ripristinare presto l’ordine.

Arriva il 1991: l’URSS cessa di esistere e il 30 agosto di quello stesso anno l’Azerbaigian si dichiara
indipendente con il nome di Repubblica dell’Azerbaigian. Il processo di indipendenza non venne seguito dalla provincia del Nagorno-Karabakh che indusse un referendum il 6 settembre, dove il
99,8% dei suoi abitanti votò il distacco dall’Azerbaigian. Il 26 novembre il consiglio supremo
dell’Azerbaigian decretò lo stato di emergenza e ordinò di sciogliere la neonata repubblica,che
tuttavia andò per la sua strada e il 10 dicembre approvò un referendum confermativo a cui, il 6
dicembre, fecero seguito elezioni politiche. Il 31 dicembre la situazione precipita definitivamente e
il 6 gennaio 1992 inizia ufficialmente la guerra tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del
Nagorno-Karabakh.

La guerra dura ufficialmente due anni e si conclude con un cessate il fuoco siglato a Bishkek in
Kirghizistan nel 1994 che ha portato a un conflitto “congelato” in vista di una pace vera e propria
che doveva essere guidata dal cosiddetto “gruppo di Minsk”. La guerra ha finora provocato un
altissimo numero di morti (tra i 25.000 e i 30.000), numerosi profughi e sfollati.

Negli anni malgrado l’accordo di cessate il fuoco gli scontri sono continuati,
vi sono stati numerosi casi di violazione del cessate il fuoco, sconfinamenti e incidenti alla frontiera
il più grave avvenuto nel 2016 da parte azera. Con queste premesse il 27 settembre 2020 ha inizio
la seconda guerra
del Nagorno-Karabakh ma stavolta in uno scenario differente rispetto al
conflitto 1992-1994.

Sono infatti entrati nuovi attori internazionali nel conflitto: nell’ordine Russia, Turchia, Israele ed
Iran
, mentre più defilati gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Se USA e Unione Europea spingono per
una soluzione diplomatica del conflitto, cercando di incoraggiare il dialogo tra le parti in causa,
differente è il ruolo delle potenze regionali.

La Turchia è uno stretto alleato dell’Azerbaigian, il presidente turco Erdogan ha definito i due paesi come
un “popolo fratello” facendo fede ai movimenti che promuovono l’ideologia del panturchismo
ovvero riunire i popoli turcofoni sotto un’unica bandiera: le ambizioni imperiali
turche non sono solo l’unico motivo che porta il sultano a essere stretto alleato azero,
esiste infatti una lunga storia di rivalità e odio tra turchi ed armeni risalente almeno al 1915 quando il
movimento dei giovani turchi perpetrò il genocidio della popolazione armena. Lo stesso venne ripetutamente negato dalla Turchia nei decenni successivi.
Dall’altra parte la Russia ha forti legami con l’Armenia, di natura storico-religiosa e recentemente anche economica. Il paese ormai è saldamente nella sua orbita, l’Armenia è membro della CSTO (l’Organizzazione per
il Trattato della sicurezza collettiva, una sorta di NATO post-sovietica composta da Russia, Bielorussia, Kazakhistan, Kirghizistan e Tajikistan), fa parte anche a pieno titolo dell’Unione Economica Euro-Asiatica. A rafforzare i legami tra i due paesi vi sono anche le origini armene del ministro degli esteri russo Lavrov.

Sebbene saldamente ancorata all’Armenia la Russia ha cercato di mantenere buoni rapporti anche con l’Azerbaigian, paese in cui transitano risorse energetiche strategiche e dunque considerato partner di primo livello. Proprio per questo motivo Putin si era posto come mediatore per cercare di risolvere il conflitto, arrivando in occasione della seconda guerra del Nagorno-Karabakh, vinta strategicamente dall’Azerbaigian, ad imporre un armistizio. Mentre il presidente azero Aliyev potette festeggiare questo come un successo il primo ministro armeno Pashinyan dovette subire l’ira dei manifestanti che, chiedendo a gran voce le sue dimissioni e accusandolo di aver accettato un accordo estremamente svantaggioso, assaltarono il palazzo presidenziale.

Le altre due potenze regionali coinvolte nel conflitto sono Israele e l’Iran. L’Azerbaigian condivide infatti il confine sud con lo storico nemico di Israele e teme che i sentimenti revanscisti in atto a Tehran possano estendersi sul suo territorio.

Azerbaigian ed Israele hanno quindi sviluppato negli anni una naturale alleanza in funzione anti-iraniana: da tempo Baku concede alle forze israeliane la possibilità di esercitarsi nelle proprie basi militari. La crescente cooperazione militare ha provocato la reazione armena che accusa Israele di fornire all’esercito azero armi di ultima generazione poi utilizzate nel conflitto contro Yerevan. Nel mezzo degli scontri del settembre del 2020, proprio per questo motivo, gli armeni scelsero di ritirare il loro ambasciatore da Tel Aviv.

Iran e Armenia, malgrado le profonde differenze religiose e culturali, hanno sempre mantenuto un
rapporto amichevole. In un primo momento gli iraniani si erano proposti come mediatori per un possibile cessate il fuoco, dal momento che la Repubblica Islamica confina sia con l’Armenia che con l’Azerbaigian. Successivamente e parallelamente al progressivo avvicinamento di Gerusalemme a Baku si spostarono su posizioni filo-armene. Si osserva quindi anche in questo caso una convergenza tra le posizioni iraniane e quelle russe.

L’ONU ha affermato che il Nagorno-Karabakh appartiene all’Azerbaigian e che non verrà riconosciuta nessuna indipendenza o annessione dei territori rivendicati dall’Armenia, ma la complessità dovuta all’alto numero di attori in campo e alla pluralità di interessi in gioco ha portato a un sempre più alto irrigidimento delle rispettive posizioni. Oggi la situazione può solo peggiorare, il percorso verso una pace duratura è difficoltoso e richiamerà di nuovo l’attenzione del mondo in occasione del prossimo pressoché certo scontro armato, complici anche le
difficoltà che la Russia sta incontrando in Ucraina, che hanno drenato risorse militari e attenzioni politiche più ad ovest rendendo meno partecipe nell’area il principale alleato armeno.

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