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Metodi alternativi di lotta al terrorismo: l’Operazione Ira di Dio

In occasione dei vent’anni dagli attacchi dell’11 Settembre 2001 si è tornati a parlare della lotta al terrorismo, cercando di farne un bilancio. In effetti, l’espressione “guerra al terrorismo” è stata una presenza fissa nella comunicazione politico-mediatica degli ultimi decenni. Tuttavia spesso non viene mai data una vera e propria definizione di terrorismo. Contribuendo così ad inibire la comprensione delle dinamiche ad esso associate.

Il terrorismo in realtà non è un’ideologia né un nemico con un’identità definita. È una tattica di guerriglia asimmetrica messa in campo per colpire un nemico più potente. Il fine è terrorizzarlo, logorarlo – nel caso di uno Stato si cerca di logorare la sua popolazione – e spesso provocarne una sovrareazione. Molti analisti e osservatori hanno evidenziato i limiti e gli aspetti negativi delle campagne militari convenzionali portate avanti per sconfiggere i terroristi in guerre che convenzionali non sono.

Qui ci interessa descrivere un esempio storico in cui uno Stato, per rispondere ad un attentato terroristico, utilizzò i due elementi basilari della tattica terrorista – terrore e asimmetria – contro gli stessi terroristi.

Tutto iniziò la notte del 5 Settembre 1972 a Monaco di Baviera. Otto uomini armati entrarono nel villaggio olimpico (erano in corso le olimpiadi) della squadra israeliana.

Erano uomini dell’organizzazione terroristica Settembre nero. L’ala clandestina più violenta di Fatah, all’epoca gruppo armato palestinese di matrice nazionalista-laica e assai radicale. Settembre nero fu ideata dallo stesso Arafat, storico leader di Fatah, ma era comandata da Abu Yussef e le sue operazioni erano coordinate da Ali Hassan Salameh, soprannominato il Principe rosso.

Come entrarono negli appartamenti della squadra israeliana, i terroristi palestinesi uccisero subito due atleti. Poi ne presero in ostaggio altri nove.

Il governo israeliano, guidato allora dalla signora Golda Meir, pensò subito di mandare sul posto il commando speciale Sayeret Matkal, l’élite delle forze armate israeliane. Tuttavia, la Germania Ovest decise di non accettare la proposta, sostenendo di poter liberare gli ostaggi con le proprie forze, portando avanti delle trattative con i terroristi nel frattempo. Golda Meir decise comunque di mandare Zvi Zamir, allora direttore del Mossad– l’agenzia più importante dei servizi segreti israeliani, nonché una delle migliori al mondo – a Monaco per seguire gli avvenimenti. Il piano della polizia tedesca fu un totale fallimento. I tedeschi avevano finto di cedere alle richieste dei terroristi, portandoli in un aeroporto fuori Monaco, per poi provare a neutralizzarli lì. L’operazione era piena di errori. I terroristi si accorsero di tutto e uccisero tutti i nove ostaggi israeliani. Morirono anche quasi tutti i militanti palestinesi. In tre rimasero in vita, ma vennero liberati successivamente durante un’altra trattativa con Settembre nero riguardante il dirottamento, realizzato dallo stesso gruppo palestinese, di un aereo della Lufthansa.

L’opinione pubblica israeliana fu inorridita dalle immagini dell’attentato. Il governo di Golda Meir giurò vendetta. O giustizia a seconda dei punti di vista. Per la Premier e i suoi ministri i terroristi palestinesi avrebbero imparato che «non si uccidono ebrei senza pagare un prezzo alto».

I servizi segreti israeliani avevano già raccolto informazioni sui capi di Settembre nero. All’inizio di Ottobre, Golda Meir ricevette il Generale Aharon Yariv (suo consulente per l’antiterrorismo ed ex capo dell’Aman, l’intelligence militare) e il direttore del Mossad Zvi Zamir. I due le illustrarono ciò che c’era da fare. Nella formula usata da Yariv: “uccidere il maggior numero possibile di leader di Settembre nero”. Il Mossad avrebbe identificato e localizzato i capi dell’organizzazione per ucciderli uno ad uno. Bisognava terrorizzare i terroristi. Contava il messaggio, dovevano sapere che potevano morire da un momento all’altro. Se possibile le uccisioni dovevano avvenire attraverso attentati e omicidi spettacolari.

La chiamarono «Operazione Ira di Dio».

Quel modus operandi asimmetrico era l’unico modo che aveva Israele per punire e colpire i terroristi. Infatti Settembre nero non aveva santuari. In più una risposta convenzionale, stile guerra al terrorismo post 11 Settembre, andava oltre le possibilità dello Stato ebraico. E sarebbe stata sbagliata. Il che conferma che spesso avere dei limiti, se si sanno riconoscere, può essere un vantaggio.

Golda Meir autorizzò l’operazione, ma doveva essere controllata dal potere politico. Quindi ordinò che per ogni leader da uccidere gli agenti israeliani dovevano redarre dei dossier dove ne ricostruivano il profilo. Tali rapporti dovevano essere esaminati dal cosiddetto Comitato X, composto dal grande Ministro della Difesa Moshe Dayan, dall’ex Generale e vicepremier Allon e dalla stessa Golda Meir; che avrebbero approvato l’uccisione. Erano condanne a morte.

La responsabilità concreta dell’operazione ricadde sul dipartimento operativo del Mossad “Cesarea”, diretto da Mike Harari, una leggenda dell’intelligence. Era lui la mente di “Ira di Dio”.

Gli agenti che avrebbero realizzato l’operazione erano uomini della squadra operativa Kidon.

Per ogni operazione venivano attivate tre unità.

La prima, formata da sei membri, si occupava di identificare e pedinare i terroristi così da conoscere i movimenti della vittima per sapere quando colpirla. La seconda si occupava degli aspetti logistici delle singole operazioni. Una terza doveva mantenere i contatti con la base operativa del Mossad nel Paese in cui andava in scena l’uccisione e con il quartier generale in Israele.

Poi c’era la squadra di agenti incaricati dell’omicidio, che sarebbero arrivati all’ultimo. E sarebbero stati fiancheggiati e protetti dalle altre unità che fungevano da supporto.

Il teatro della prima operazione fu Roma. La vittima designata era un palestinese di nome Wael Zwaiter. Formalmente era un letterato noto per le sue traduzioni di poesia dall’arabo. Ma era pure il coordinatore di Settembre nero a Roma, poco prima aveva organizzato un attentato, poi non riuscito, contro un aereo civile della compagnia israeliana El-Al. Il 16 Ottobre 1972 Zwaiter, tornando dal lavoro, trovò due agenti israeliani ad aspettarlo nell’ingresso del condominio in cui viveva. Gli agenti lo uccisero sul posto.

Il secondo obiettivo fu Mahmud Hamshari. Era conosciuto come un intellettuale moderato che viveva a Parigi, dove era ben integrato nei circoli culturali. In realtà era il numero 2 di Settembre nero in Europa, aveva partecipato all’organizzazione di un fallito attentato contro Ben Gurion ed era coinvolto nell’attentato che fece esplodere un aereo Swissair nel 1970.

Gli agenti del Mossad entrarono nell’appartamento di Hamshari, approfittando del fatto che uno di loro si era finto un giornalista italiano, e misero una bomba nel telefono di casa. Poco dopo, quando ebbero la certezza che si trovasse da solo in casa, lo chiamarono. Come rispose attivarono la bomba. L’intellettuale fanatico sarebbe morto dopo qualche settimana di sofferenze.

Il terzo obiettivo venne localizzato a Cipro. Era l’uomo che gestiva i legami con l’Unione Sovietica, dove molti gruppi palestinesi si addestravano. Le unità del Mossad misero una bomba sotto il letto della camera d’albergo in cui alloggiava e la fecero esplodere. L’uomo chiamato a sostituirlo arrivò a Cipro poche settimane dopo e incontrò subito degli agenti del KGB sovietico. Ma quella stessa sera venne ucciso anche lui da una bomba messa nella sua stanza d’albergo dagli agenti israeliani.

Nel frattempo anche Settembre nero si mosse. Nel Gennaio 1973 venne ucciso in un attentato un ex agente del Mossad che lavorava con un gruppo di studenti palestinesi a Madrid. Poi Arafat e Salameh progettarono un attacco pazzesco. Il progetto prevedeva di dirottare un aereo di linea per farlo schiantare contro il centro di Tel Aviv. Tuttavia, l’intelligence israeliana scoprì e sventò i loro piani, e iniziò a sorvegliare una cellula di palestinesi stabilizzata a Parigi. Era guidata da Kubaissi, un legale stimato in certi ambienti accademici, che aveva militato pure nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Kubaissi venne ucciso poco dopo per la strade di Parigi da un’unità di agenti israeliani.

Dopo tali vicende, degli uomini di Settembre nero uccisero l’ambasciatore americano in Sudan e il suo vice in un attentato nell’ambasciata saudita a Kharthoum.

A questo punto il governo israeliano autorizzò l’azione più importante e pericolosa nell’ambito della lotta a Settembre nero: l’operazione Primavera di giovinezza.

Erano stati localizzati a Beirut, capitale del Libano, il quartier generale del Fronte per la Liberazione della Palestina e quello di Settembre Nero. L’obiettivo dell’operazione era di colpire entrambi e uccidere Abu Yussef, il comandante di Settembre nero, Kamal Adwan, uno dei capi di Fatah ma coordinava pure operazioni di Settembre nero, e Kamal Nasser, portavoce di Fatah.

L’operazione venne realizzata agli inizi dell’Aprile del 1973 sia da unità delle forze armate che da uomini del Mossad. Due unità di paracadutisti e il commando d’élite Sayeret Matkal, guidato dal futuro Primo ministro Ehud Barak, si sarebbero avvicinati alle spiagge di Beirut con due navi della marina, per poi raggiungere la spiaggia. L’impresa avvenne di notte per sfruttare il buio. I militari indossavano abiti civili o hippie, alcuni erano travestiti da donne. A terra trovarono, con delle macchine, una squadra del Mossad, entrata in Libano con passaporti falsi.

La prima unità di paracadutisti si diresse vero il quartier generale del FPLP. Dopo uno scontro a fuoco con i miliziani di guardia, i militari israeliani riuscirono ad entrare nell’ingresso dove lasciarono 80 chili di esplosivo – la quantità era stata studiata appositamente per evitare di recare danni ad altri edifici – e, una volta lasciato l’edificio, fecero saltare in aria il palazzo, che venne completamente distrutto. Morirono decine di terroristi palestinesi che si trovavano all’interno. Due militari israeliani erano caduti durante l’attacco.

Nel frattempo altre unità israeliane avevano assaltato gli accampamenti dei gruppi armati palestinesi nel sud di Beirut. Mentre le restanti unità, compresa quella guidata da Barak, si erano dirette verso il quartier generale di Settembre nero.

Un uomo e una donna (che in realtà era Barak travestito) si avvicinarono all’edificio per far strada agli altri uomini, assicurandosi che nessuno fosse nelle vicinanze. Così le unità entrarono nel palazzo e uccisero i tre capi palestinesi che dovevano essere colpiti. Nel giro di una notte l’intera struttura centrale di Settembre nero era stata smantellata e Abu Yussef era morto assieme a Kamal Adwan e Kamal Nasser.

Rimaneva ancora Salameh che, pur trovandosi a Beirut, non era stato localizzato.

Qualche mese dopo il Mossad aveva localizzato un altro target. Aveva un profilo da intellettuale, ma aveva militato nel FPLP e in Settembre nero ed aveva organizzato diversi attentati, alcuni contro obiettivi israeliani ed ebrei russi. Si chiamava Mohammad Boudia. Lo uccisero facendo esplodere una bomba dentro la sua macchina nel Giugno 73 a Parigi. Secondo alcune fonti, lo stesso Zvi Zamir aveva assistito all’esplosione da un angolo della strada.

Pochi giorni dopo, il commando del Mossad responsabile dell’operazione rintracciò un uomo di Salameh in Norvegia, nella cittadina di Lillehammer. Lo pedinarono e ad un certo punto lo videro con un altro uomo che venne subito identificato: era Salameh. Così per gli agenti fu relativamente facile seguirlo ed ucciderlo alla prima occasione utile.

Tutto sembrava essere andato secondo i piani. Gli agenti israeliani, con Harari, lasciarono la Norvegia, mentre la squadra che si occupava della logistica rimase qualche giorno in più come previsto. Ma gli uomini rimasti vennero quasi subito arrestati dalla polizia norvegese.

Di per sé essere arrestati per aver ucciso un terrorista in un Paese occidentale Nato poteva essere un problema risolvibile. In realtà però gli agenti del Mossad avevano ucciso un semplice cameriere marocchino che avevano scambiato per Salameh.

Fu un totale fallimento per il Mossad. Non solo perché gli agenti vennero arrestati, dato che furono rilasciati tutti dopo 22 mesi. Soprattutto perché la vicenda minò la credibilità dell’agenzia israeliana, che dovette pure procedere alla riorganizzazione delle basi in Europa.

Golda Meir, dopo quell’errore, sospese l’operazione Ira di Dio. Inoltre da lì a poco tempo Israele si dovette concentrare su altro.

Settembre nero di fatto non esisteva più. Salameh era diventato il braccio destro di Arafat all’interno dell’OLP. Non solo gestiva i rapporti con l’URSS, ma veniva pure protetto dalla CIA in cambio di informazioni, anche se tra gli obiettivi dei suoi attentati in passato vi era stato il personale diplomatico americano. Aveva adottato uno stile di vita monotono. Stava a Beirut ed era solito passare negli stessi posti agli stessi orari. Ma l’intelligence israeliana non lo aveva certo dimenticato. Il nuovo Premier Menachem Begin e il nuovo Direttore del Mossad Yitzak Hofi volevano finire il lavoro iniziato tempo prima.

Alla fine degli anni ’70 degli agenti del Mossad arrivarono in incognito in Libano. Una di loro localizzò l’auto di Salameh, sapeva per certo che ogni giorno passava per una certa strada sempre alla stessa ora. Così tre cannoniere israeliane portarono un carico esplosivo in una spiaggia vicino a Beirut. Gli agenti presero il carico e lo misero in una macchina parcheggiata al bordo del tratto di strada per cui passava ogni giorno la macchina di Salameh e delle sue guardie del corpo. Agli agenti del Mossad bastò aspettare che passasse per far esplodere la bomba, uccidendo così Salameh il 22 Gennaio 1979.

Era l’epilogo della guerra a colpi di attentati e omicidi messa in campo dai servizi segreti israeliani. Settembre nero fu sconfitta usando le stesse armi del terrorismo: attentati e asimmetria. Armi più adatte – ed efficaci – di una guerra convenzionale lunga, faticosa e pericolosa. Che rischia di essere inconcludente, come avvenuto in Afghanistan o nella campagna francese in Mali.

Ci son due obiezioni possibili a questo modus operandi. La prima è che Israele ha sconfitto Settembre nero ma gli attentati dei terroristi palestinesi hanno continuato ad essere una minaccia. Son cambiati i nomi e le sigle, ma il problema è rimasto.

La seconda è che gli attacchi dell’11 Settembre fossero delle azioni di guerra, non semplici attentati, data la violenza usata e l’alto numero di vittime. Per quanto i responsabili dell’attacco fossero membri di un’entità non statale, era difficile immaginare di rispondere a quelle azioni senza usare il potere militare.

Certamente Monaco e l’11 Settembre non sono paragonabili da quel punto di vista. Ed era pure giusto punire i talebani, anche per dare un segnale agli Stati canaglia. Tuttavia, è innegabile che le risposte agli attentati contro le Twin Towers basate su campagne militari convenzionali abbiano portato gli USA e l’Occidente a non comprendere a pieno la tipologia del nemico che si stava combattendo. Finendo così in guerre troppo lunghe in contesti poco rilevanti strategicamente, raggiungendo obiettivi limitati (di fatto solo l’uccisione dei responsabili degli attacchi) con costi che potevano essere di gran lunga inferiori. Come recentemente osservato da Henry Kissinger sull’Economist, il problema in Afghanistan è stato pensare di poter annientare i taliban, invece di contenerli senza perdere di vista gli obiettivi principali e raggiungibili della campagna: colpire i terroristi.

Sarà vero che “Ira di Dio” non estirpò il terrorismo. Ma, tralasciando che ogni gruppo terrorista ha proprie peculiarità, quello era un obiettivo forse impossibile per Israele. Ancora oggi lo Stato ebraico punta a punire i gruppi terroristi e ad evitare che diventino una minaccia troppo grande. Il tutto non permettendo loro di logorare la società civile. In uno stato d’eccezione perenne.

1 comment

Dario+Greggio 20/09/2021 at 12:51

concordo su tutto. La Vendetta va eseguita, e nei modi migliori/più intelligenti/più efficienti.

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