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Memorie di Rock nel Sanremo più indie di sempre - Immoderati
Corsivi corsari Terza pagina

Memorie di Rock nel Sanremo più indie di sempre

In un duemilaventuno lontano dall’assumere le vesti dell’anno del riscatto e della rivincita -qualcuno scriverebbe resilienza- non rimane che consolarci con la musica.


Noi nati a fine novanta e cresciuti con gli ultimi afflati di Rock, con le patch dei gruppi musicali sugli zaini, vicini ma lontani dall’imporsi della musica rap prima e della Trap dopo, non avremmo mai pensato di assistere alla vittoria, in un Sanremo senza pubblico, nel Sanremo più indie di tutti, di un gruppo sfacciatamente rock dagli abiti glitterati e stretti –forse troppo signora mia!– allo stare sul palco, emblematiche le lacrime e le parolacce a vittoria annunciata, a testimonianza che il rock sa essere ancora sudore rabbia e passione.

I Maneskin non saranno certo degli innovatori, ci vuole ben altro per fregiarsi di questo titolo, soprattutto negli ultimi tempi in Italia. Passi anche una certa immagine abbastanza stereotipata del gruppo rock capellone e incazzato – nulla di nuovo in Italia, basta ascoltare i primi due album dei Marlene Kuntz o i Ritmo Tribale del redivivo Edda, per dirne due- ma hanno liberato dalle catene un genere destinato a morire in qualche club di provincia o al massimo con la cover band del gruppo X. Lo hanno fatto con semplicità, con una canzone incazzata il giusto ma tanto da risultare di rottura per il pubblico sanremese e per un Paese moribondo e vecchio. “Sono fuori di testa ma diverso da loro“, un grido che già sembra un urlo generazionale contro il contingente e chi lo rappresenta, una rivendicazione tutt’altro che vicina a quel divertente e ironico “sono un ribelle mamma” degli Skiantos.


Ma di questo Sanremo non rimarranno soltanto i Maneskin.
Tralasciando gruppi e gruppuscoli e cantautori indie (bravo però ‘sto Fulminacci) i veri innovatori di questo Sanremo, non solo del festival, sono stati gli Extraliscio, operazione culturale e musicale sapientemente architettata dal polistrumentista di Capossela Mirco Mariani e diretta dal genio di Elisabetta Sgarbi, che unisce nel piglio dell’ innovazione il liscio e il rock, in un mischiarsi di generi ed influenze, di tradizione ed innovazione. “È bello perdersi“, il secondo album del gruppo, riesce ad impressionare sin dal primo ascolto, innestandosi su quel filone musicale che mischia sapientemente cantautorato e maestria nel suonare. Un album che ricorda Capossela e in parte Paolo Conte.

Del festival più indie della storia, resterà impresso il doppio omaggio a Giovanni Lindo Ferretti, nelle sue varie fasi, con “Amandoti” dei CCCP, riproposta dai Maneskin insieme a Manuel Agnelli e con “Del Mondo” dei C.S.I. cantata da Silvestri-Gazzé. Cover accolte malamente, soprattutto la prima, dai fan del gruppo. Al di là del riscontro tra i fan -che si sa vivono di immagini sacre- certe scelte musicali avvicinano il bistrattato mainstream alla scena indipendente, alla musica di nicchia alla musica “altra” come proprio il bassista dei CCCP/CSI ebbe a ricordare in occasione del servizio di Sky Arte fatto per onorare i venti anni dell’uscita di “Tabula rasa elettrificata” album che nel ’97 arrivò all’apice della classifica dei dischi più venduti, superando i famosissimi Oasis, portando la musica indipendente al grande pubblico.


È bello pensare che ventiquattro anni dopo il grande pubblico, nel Festival più strano di ogni tempo -ancora una volta, indirettamente, per merito di Ferretti e del coraggio dei Maneskin e di Gazzé- ci si nutra di rock, di parole, di arte e che la vittoria dei Maneskin sia la continuazione di una storia avviata due decenni e più fa.

1 comment

Dario Greggio 10/03/2021 at 20:53

🙂

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