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Diritti civili Esteri

Meir Dagan e il senso dell’Olocausto per Israele

La recente spirale di violenza in Israele conferma quanto lo Stato ebraico sia perennemente in uno stato di eccezione. Il tutto è iniziato con diversi attentati terroristici commessi da palestinesi contro civili israeliani, a cui è seguita la reazione – inevitabile – degli apparati di sicurezza israeliani con operazioni nella West Bank. Queste operazioni hanno portato alla neutralizzazione di decine di miliziani e hanno sventato ulteriori attentati, più di due al giorno.

La storia di Israele è inestricabilmente legata alla guerra, alla lotta al terrorismo e più in generale alle minacce che Israele – e il popolo ebraico – hanno dovuto affrontare. Le biografie di diversi e noti leader israeliani rispecchiano tale resilienza. Ma, nello Stato ebraico come ovunque, vi sono uomini che fanno la storia rimanendo nell’ombra. Combattono battaglie di cui non si parla, raggiungono risultati eccezionali nel silenzio più assoluto. Ciò non toglie che il loro contributo sia vitale per la nazione d’appartenenza.

Meir Dagan era uno di questi uomini. Nacque il 30 Gennaio del 1945 in un vagone ferroviario alla periferia della città ucraina di Kherson da una famiglia di ebrei polacchi in fuga dall’Olocausto. Poco dopo si trasferì in Israele con la famiglia. La sua vita è magistralmente raccontata nel libro Mossad da Micheal Bar-Zohar e Nissim Mishal. Dagan è stato infatti uno dei migliori direttori del Mossad, l’agenzia di intelligence che si occupa della sicurezza esterna di Israele. Ma prima di ricoprire quella carica aveva una lunga carriera nell’esercito israeliano alle spalle. Era nei paracadutisti, prese parte a tutte le maggiori guerre combattute da Israele. Nella Guerra dei Sei Giorni venne impiegato nel Sinai; in quella dello Yom Kippur fu uno dei primi militari ad andare oltre il Canale di Suez, aprendo la via per la controffensiva agli egiziani. Ma, ai fini della sua carriera, le imprese più importanti furono quelle a capo di unità specializzate in missioni molto particolari. L’episodio che segue le esemplifica molto bene.

Era una notte dell’estate del 1971. Sulla costa della Striscia di Gaza c’era una nave militare israeliana che stava dando la caccia a un’imbarcazione di guerriglieri palestinesi. Quest’ultimi arrivarono sulla spiaggia, con i militari israeliani che sparavano verso di loro. I miliziani palestinesi riuscirono però a fuggire, anche grazie all’aiuto di altri palestinesi che si trovavano sulla spiaggia. Dissero di venire da un campo profughi del Libano e di far parte del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), diedero dei dettagli su chi fossero. Poi dissero che cercavano di mettersi in contatto con una famosa cellula del FLPL di Gaza, nello specifico di Beth Lahia, e che quindi erano venuti a Gaza per incontrarli. Così un giovane miliziano lì presente li portò dai suoi leader, proprio la cellula che i palestinesi venuti dal Libano stavano cercando.

Si riunirono nel quartier generale di Beth Lahia. Uno dei palestinesi del Libano, che indossava una kefiah rossa, chiese se fossero tutti presenti e se si potesse cominciare la riunione. Quando ricevette la risposta affermativa dai leader locali, alzò il braccio: era il segnale per i suoi compagni. In quel momento, i “palestinesi del Libano” aprirono il fuoco contro i palestinesi di Gaza uccidendoli tutti all’istante. L’uomo con la kefiah rossa e i suoi compagni erano in realtà il capitano Meir Dagan e altri soldati israeliani travestiti da arabi. In poco tempo lasciarono la Striscia di Gaza e rientrarono nei confini di Israele, avevano appena concluso con successo l’operazione Camaleonte. L’episodio della fuga dalla nave militare israeliana era una messa in scena appositamente pianificata. Tutto era stato immaginato dallo stesso Meir Dagan.

Lui e i suoi uomini erano i membri dell’unità speciale Rimon, creata dal famigerato generale israeliano Ariel Sharon per mettere fine a una sanguinosa serie di attentati terroristici contro civili israeliani (che uccisero pure bambini) commessi da cellule della Striscia di Gaza. Così il Generale Sharon aveva raccolto alcuni suoi militari per dar vita all’unità Rimon, che sulla carta nemmeno esisteva. E l’affidò a uno dei suoi migliori uomini, Meir Dagan appunto.

Erano autori di operazioni clandestine: giravano per Gaza vestiti in abiti civili come gli arabi o travestiti da donne per mimetizzarsi tra i civili con l’obiettivo di scovare i gruppi di terroristi ed eliminarli. Azioni ad alto grado di pericolosità. Era il loro modus operandi, che rimane ancora oggi in alcune unità israeliane formate da agenti travestiti da arabi e che parlano un arabo fluente che si infiltrano nei territori palestinesi allo scopo di neutralizzare i terroristi. Sono chiamate unità mista’aravim (che letteralmente significa “comportarsi come un arabo”), come la celebre «Duvdevan». Il tipo di azioni da queste condotte sono ben descritte nella serie Netflix Fauda, il cui attore protagonista Lior Raz era infatti un membro di quelle unità.

Tornando a Dagan, la sua unità si dimostrò essere molto valida. Si dice che quando trovavano un terrorista, gli uomini di Rimon lo portavano in un vicolo e gli dicevano: “Hai due minuti per metterti in salvo”. Appena il terrorista iniziava a muoversi lo freddavano. Chi legge potrebbe rimanere interdetto da tale crudeltà. Ma come disse lo stesso Dagan durante un’intervista: “Non eravamo nel Far West. Non abbiamo mai toccato donne e bambini. Uccidevamo solo spietati assassini. (…) A volte, per proteggere i propri civili, uno Stato è costretto ad adottare misure antidemocratiche. È vero che nelle unità come la nostra il confine tra lecito e illecito tende a scomparire, ma proprio per questo bisogna avere con sé gli uomini migliori.”

Non solo tali pratiche sembravano necessarie per colpire i terroristi, ma risultavano pure efficaci. Divennero noti come il commando omicida di Arik (Ariel Sharon ndr).

Nel descrivere il suo uomo, il Generale Sharon disse: “Dagan è specializzato nel far saltare la testa ai terroristi”. Come invece disse un Capo di Stato Maggiore israeliano che sarebbe poi diventato un grande Statista, stiamo parlando di Yitzak Rabin, “Meir sa montare operazioni che sembrano thriller hollywoodiani.”

Nel Gennaio del 1971 era in missione in abiti militari nel campo profughi di Jabalia nella Striscia di Gaza. Ad un certo punto Dagan riconobbe su un taxi il terrorista Abu Nimer, il taxi venne circondato dai militari. Abu Nimer scese tenendo in mano una granata. Dagan gli saltò addosso, lo immobilizzò e lo uccise sul momento. Si guadagnò la medaglia al valore in quell’occasione.

I principali gruppi terroristici della Striscia di Gaza vennero neutralizzati, tant’è che per diversi anni rimase una zona relativamente tranquilla per i suoi standard.

All’inizio degli anni ’80 invece Dagan venne impiegato durante la guerra civile in Libano, in seguito all’intervento israeliano contro l’OLP (i cui vertici lasciarono il Libano infatti) e in funzione antisiriana. Sempre sotto il comando di Sharon. Ma se quest’ultimo fu fortemente criticato per la guerra in Libano (soprattutto sul piano morale), Dagan rimise in atto con successo le operazioni clandestine che aveva usato a Gaza nella zona di sicurezza del Libano meridionale, di cui gli venne affidato il comando. Fu proprio in questo periodo che i suoi soldati iniziarono a chiamarlo «il Re delle ombre». Soprannome che lo accompagnò fino alla fine delle sua carriera militare. Quest’ultima continuò a essere caratterizzata da operazioni in stile mista’aravim. In una di queste in Cisgiordania, si introdusse in incognito nella casbah di Nablus assieme all’allora Capo di Stato maggiore – nonché futuro Premier – Ehud Barak.

Lasciò l’esercito nel 1995 col grado di generale. Poi ricoprì incarichi nell’antiterrorismo per breve tempo.

Ma il meglio dei suoi servigi verso Israele doveva ancora venire. Nel frattempo, il suo ex Generale Ariel Sharon aveva fatto carriera politica divenendo Primo Ministro. Nel 2002 Sharon nominò Dagan direttore del Mossad.

Il Mossad negli anni precedenti aveva visto la sua grande reputazione danneggiata da una serie di insuccessi non all’altezza della sua gloriosa storia nelle vicende dei servizi segreti. Per risistemare quella situazione, nell’opinione di Sharon, serviva un combattente. Chiamò quindi l’uomo che era stato il suo migliore guerriero.

Si racconta che Dagan, ogni volta che veniva promosso, metteva nel suo ufficio la foto di un anziano ebreo sul punto di essere ucciso che pregava inginocchiato davanti a due ufficiali nazisti delle SS armati. Quell’uomo era suo nonno. Dagan diceva di tenere quella foto perché guardandola sentiva che gli israeliani dovevano essere forti e difendersi per evitare un nuovo Olocausto.

Sull’Olocausto occorre soffermarsi. Son stati ideati diversi modelli per analizzare la politica estera di un Paese da un punto di vista politologico, alcuni applicabili anche nel settore delle politiche pubbliche. Ma c’è un modello peculiare, che si applica solo alla politica estera, elaborato dal politologo Micheal Brecher. L’assunto di base è che le azioni in politica estera degli Stati si comprendono sulla base delle percezioni che i decisori politici hanno della realtà. Le percezioni dei decisori sono influenzate dalle ideologie dei leader e soprattutto dalle lezioni tratte dalla storia del popolo di riferimento.

Brecher applicò il suo modello allo Stato di Israele. Risultato della ricerca: l‘Olocausto è la lezione della storia su cui i governanti israeliani basano la propria politica estera, con la conseguente consapevolezza che lo Stato ebraico e il Popolo ebraico non possono fidarsi di nessuno per evitare che accada di nuovo.

Dagan, Sharon, Rabin e Barak agivano tutti sulla base di quella lezione, sapendo di dover usare a volte metodi brutali per impedire un nuovo Olocausto. E proprio impedire un nuovo Olocausto è la missione per cui venne istituita l’agenzia dei servizi segreti che nel 2002 Dagan si apprestava a guidare: il Mossad. A tal proposito, come hanno scritto Michael Bar-Zohar e Nissim Mishal, “il Mossad non doveva essere soltanto la longa manus di Israele, ma anche il braccio dell’intero popolo ebraico”. Il Re delle ombre guidò il Mossad fino al 2011, periodo in cui gli agenti segreti israeliani raggiunsero enormi successi. Con sullo sfondo sempre la lezione dell’Olocausto da non dimenticare mai.

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