Speaker's Corner

Ma allora le statue di Marx ed Engels, cari progressisti?

Le recenti distruzioni di statue da parte di sedicenti progressisti e antirazzisti in perfetto stile talebano e jihadista – ma, bisogna aggiungere, già protocristiano, come ho raccontato altrove – rappresentano una tappa al percorso della sinistra verso concezioni sempre più tipiche del modo di pensare teocratico, cioè verso la rivelazione della sua vera natura. Infatti, le folle di vandali progressisti agiscono secondo un moralismo assolutistico che non tiene conto della storicità dei fenomeni e rigetta la storicità dell’evoluzione della morale; ossia, ironicamente, si trovano in una posizione radicalmente contraria proprio al progressismo originale.

Riprendendo dunque un discorso già fatto l’anno scorso, quando avevo risposto a un articolo del marxista Slavoj Zizek sul finale della serie Game of Thones , ritengo che sia opportuno insistere sulla spiegazione delle idee marxiste e progressiste fondamentali, affinché chi si dichiara loro seguace abbia l’opportunità di comprenderle meglio. La nostra guida sarà di nuovo Karl Marx in persona, questa volta con l’aiuto del solito Friedrich Engels.

In una sua lettera verso Pavel Vasilyevich Annenkov, scritta in francese nel dicembre 1846, Marx parla quindi dei «lati positivi della schiavitù», sottolineando che quest’ultima fu il pernio su cui venne fondata l’industria moderna, e aggiunge: «Senza la schiavitù, il Nord America, la nazione più progressista, sarebbe trasformata in un paese patriarcale».[1] In che modo, allora, il progresso si deve proprio alla schiavitù, diversamente a quanto avrebbero pensato i salvatori dell’umanità che demoliscono statue di Cristoforo Colombo e qualche studioso del marxismo bocciato tipo Zizek?

Nel primo libro de «Il Capitale» (1867) Marx spiega che ai tempi prima del rafforzamento della borghesia, quando l’economia era d’una parte feudale e d’altra corporativa, il denaro proveniente dall’usura e il commercio incontrava gravi difficoltà a venire investito come capitale industriale, a causa delle strutture feudali e corporative, fatto che ostacolava l’evoluzione dell’industria, vale a dire del progresso economico e sociale.[2] Così la nuova industria venne istituita su posti che si trovavano al di fuori tanto del controllo feudale quanto di quello dei centri urbani corporativi, ossia di solito vicino a porti marini esportativi. È su questo punto che fu decisivo e progressivo il ruolo del colonialismo e della schiavitù: la scoperta di terre nuove ricche di minerali e l’enorme flusso di ricchezze che la conquista e lo sfruttamento di loro portò presso le metropoli componessero l’«accumulazione originaria»[3], la quale fu la forza compulsiva per la conseguente crescita della borghesia e il ribaltamento del vecchio e stagnante regime sociale. Come sostiene Marx, il commercio e la navigazione grazie al colonialismo si maturarono come in un focolaio.

Karl Marx era poi ammiratore e sostenitore del presidente americano Abraham Lincoln, a cui scrisse una lettera nel novembre 1864, per complimentarsi con lui dopo la sua rielezione. In questa lettera Marx ringrazia il popolo americano per la sua scelta, sostenendo che se il primo mandato del presidente era stato caratterizzato dalla resistenza alla schiavitù, quello secondo avrebbe portato la morte definitiva di questo istituto. Con riferimento sempre all’importanza della guerra civile americana, Marx sottolinea che dall’inizio della «titanica lotta americana i lavoratori dell’Europa hanno istintivamente sentito che la bandiera a stelle e strisce portava con sé il destino della loro classe», in quanto «la disputa dei territori che aprì la feroce epopea non era forse per decidere se il vergine suolo di immense estensioni dovesse sposarsi al lavoro degli emigranti o prostituirsi con la sgualdrina negriera?»[4]

Qui Marx chiama «territorio vergine» una regione che da migliaia di anni era abitata da tribù indiane, e considera come un fatto positivo la sua colonizzazione statunitense. È molto importante e indicativo il fatto che lui sostiene qualcosa del genere in una lettera con la quale chiede proprio l’abolizione della schiavitù, perché in questo modo diventa chiaro che mentre per Marx la schiavitù e lo sfruttamento all’interno delle società civilizzate rappresentavano ormai pratiche inaccettabili, nello stesso momento lui stesso considerava assolutamente normale e giusta la sottomissione e perfino l’eliminazione di popolazioni culturalmente primitive.

Tesi simili vengono espresse nello stesso Manifesto Comunista, dove Marx ed Engels sottolineano il ruolo storicamente progressivo e rivoluzionario della borghesia occidentale e del capitalismo, i quali d’una parte rivoluzionerebbero continuamente non solo le società occidentali, ma inoltre, a causa della necessità di trovare sempre più grandi sbocchi per i loro prodotti, sarebbero spinti a entrare e insediarsi dovunque, intrecciando di conseguenza nuove relazioni e comportando cambiamenti analoghi anche in altri paesi. Così «grazie al celere miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, alle comunicazioni rese estremamente più agevoli la borghesia porta la civiltà anche alle nazioni più barbare».[5] Con i prezzi bassi dei suoi prodotti «obbliga alla resa anche la più irriducibile xenofobia dei barbari».[6] Quindi Marx elogia la borghesia perché «ha sottomesso i popoli barbari e semibarbari a quelli civilizzati, i popoli contadini a quelli borghesi, l’Oriente all’Occidente».[7]

Da parte sua, in un testo pubblicato il 23 gennaio 1848 sul giornale Deutsche-Bruseller Zeitung, a riguardo della conquista di parti del territorio messicano dagli USA, Friedrich Engels scrive: «In America abbiamo assistito alla conquista del Messico e abbiamo gioito per questa… È nell’interesse del suo sviluppo stesso che il Messico sarà nel futuro posto sotto la tutela degli Stati Uniti. L’evoluzione dell’America intera beneficerà dal fatto che gli Stati Uniti, tramite il possesso della California ottengono il commando del Pacifico».[8] Poi Engels, in un suo articolo datato 15 febbraio 1849, sul giornale Neue Rheinische Zeitung, dove editore e caporedattore era Marx, addirittura attaccando le teorie moraliste che sostenevano la cosiddetta fraternità dei popoli e promuovevano il pacifismo sentimentalista, precisa che «L’ “indipendenza” di qualche Spagnolo Californiano e Texano potrebbe soffrire a causa di ciò [la conquista statunitense ai danni del Messico], in alcuni posti la “giustizia” e gli altri principi morali potrebbero venire violati; ma che importanza ha questo di fronte a eventi tanto importanti per la Storia mondiale?»[9]

L’ecumenismo di Marx ed Engels consiste nella prevalenza e il dominio globale della civiltà occidentale. Loro non difendono le varie istituzioni sociali ed economiche locali, non sono in nessun caso «multiculturalisti». Al contrario sono decisamente eurocentrici, riconoscendo un’evoluzione lineare della storia mondiale, di cui la punta sarebbe rappresentata dall’Europa occidentale e gli USA. In questo senso, Marx ed Engels appoggiarono la conquista dell’India dai Britannici, il dominio degli USA sull’intero continente americano, e in genere l’imperialismo europeo e americano ai danni di popoli e culture ritenuti inferiori; da notare che fra questi ultimi venivano classificati per Marx ed Engels anche i Slavi e i Russi, da loro particolarmente disprezzati.

L’imperialismo occidentale nel pensiero di Marx ed Engels sarebbe non solo un fenomeno storicamente comprensibile, ma il fondamento stesso del progresso umano. E da sostenitore convinto dell’imperialismo occidentale, ma di quello invece diciamo ateniese-alessandrino-romano, mi sento di commentare che i due profeti del comunismo hanno pure esagerato; e non solo su questo punto ovviamente.

Chi vorrebbe informarsi più in fondo è invitato a seguire il mio corso «Marx, Engels e il Colonialismo» sulla piattaforma Udemy. Il corso è composto di ben 3,5 ore di lezioni, più un PDF di 80 pagine pieno di testi scelti di Marx ed Engels sull’argomento. Ho preparato questo corso durante la recente quarantena ed esso presenta, in maniera molto più completa e approfondita, i temi di un mio studio pubblicato in una rivista greca di Storia già nel 2014 (Istorikà Thèmata, 144, novembre 2014, pp. 72-83 ).

Speriamo che dopo queste mie «rivelazioni» le folle di salvatori dell’umanità e la Sacra Inquisizione dell’antirazzismo e della tolleranza non riterranno necessario distruggere anche le statue di Marx ed Engels. Anche perché chi distrugge ululando una statua storica sarebbe già psicologicamente pronto anche a bruciare dei libri, e quindi delle persone.

[1] Marx-Engels, Collected Works, Lawrence & Whishart, London, 2010, vol. 38, p. 95

[2] Karl Marx, Il Capitale, Newton Compton Editori, Roma, 2005, libro 1°; sez. 7, par.6 – cap.24

[3] ivi, p. 540

[4] Marx-Engels, Collected Works, Lawrence & Whishart, London, 2010, vol. 20, p. 19-20

[5] Karl Marx, Le opere che hanno cambiato il mondo, Newton Compton Editori, Roma, 2011, p. 328

[6] ibidem

[7] ibidem

[8] Marx-Engels, Collected Works, Lawrence & Whishart, London, 2010, vol. 6, p. 527

[9] Marx-Engels, Collected Works, Lawrence & Whishart, London, 2010, vol. 8, p. 365

Sotirios Fotios Drokalos

(Atene, 1981) Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali e Laurea in Scienze Giuridiche dall'Università di Bologna, Master in Antiterrorismo Internazionale e Master in Storia Militare dall'Università Niccolò Cusano di Roma. Autore di sei libri teorici e storici in italiano e greco. Suoi testi vengono pubblicati da riviste e siti di storia e di politica.

1 comment

Dario Greggio 25/07/2020 at 19:26

thx

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