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Lukashenko: l’ultimo dittatore d’Europa

Quando si parla di Europa pensiamo, tra le varie cose, al luogo dove più di tutti si sono diffuse le democrazie liberali con i loro principi che fanno del vecchio continente quello con maggiori libertà. Tuttavia, sebbene sia corretto definirlo così, esiste un paese dove questi principi non sono mai arrivati, dove dal 1994 è in vigore un sistema autoritario (ma possiamo più correttamente definirlo totalitario), repressivo e violento: parliamo della Bielorussia, paese incastrato tra Polonia, Ucraina, Russia, Lituania e Lettonia. Indipendente dal 1991, ha conosciuto un solo cambio di potere dalla dissoluzione dell’URSS, ossia quello che ha portato nel 1994 a essere eletto presidente Alexander Lukashenko (Aljaksandr Lukašenka nella traslitterazione in bielorusso) definito da molti analisti come “l’ultimo dittatore d’Europa”.

Chi è Lukashenko

Classe 1954, con un passato nell’esercito dell’URSS nel 1982, inizia a lavorare in un kolkoz (le fattorie collettive che erano presenti in Unione Sovietica). Iscritto al partito comunista, Lukashenko fu l’unico a votare contro la dissoluzione della vecchia unione. Presentatosi come candidato indipendente nel 1994 riuscì a essere eletto promettendo come punto principale del suo programma una severa lotta alla corruzione e il rilancio dell’economia nazionale. In realtà Lukashenko ha lentamente trasformato il suo paese in un regime autoritario seguendo il modello sovietico. Ha iniziato nel 1996 sciogliendo il parlamento bielorusso, da lui ritenuto non necessario, ha modificato più volte la costituzione per consolidare il suo potere, inizialmente riducendo l’incarico presidenziale da 7 anni a 5 (1999): con queste premesse venne confermato di nuovo alla guida del paese alle successive elezioni del 2001, per poi ovviamente restare in sella anche nei successivi anni venendo sempre riconfermato in elezioni che l’OCSE ha definito come “non libere” durante le quali i candidati che gli si opponevano subivano ogni forma di repressione.

Brogli alle elezioni

Mal sopportato soprattutto dalle generazioni più giovani del paese il suo potere sembra vacillare per la prima volta nel 2020: una pessima gestione della pandemia da Covid-19 e una sempre più crescente repressione portano la gente a lunghe manifestazioni di protesta contro l’autocrate. Alle elezioni del 2020 si presentano per sfidarlo tre candidati: Viktar Babarika, con un passato da presidente nella banca centrale bielorussa, Valery Tsapkala e il blogger Seregj Tichanovski, che denunciava la corruzione nel regime bielorusso. Tutti e 3 gli sfidanti furono messi fuori gioco a seguito di accuse infondate e pretestuose: Tichanovski e Babarika furono incarcerati mentre Tsapkala è stato costretto a fuggire in Polonia per evitare l’arresto. A guidare la coalizione di protesta furono così tre donne: Veronika Tsapkala moglie di Valery, Svetlana Tichanovskaja moglie del blogger Tichanovski e leader del gruppo di opposizione e Maria Kolesnikova, a capo della campagna elettorale di Babarika.

Le elezioni videro confermare vincitore proprio Lukashenko, ma nessun paese dell’Unione Europea le dichiararono valide a causa della presenza di brogli al termine della campagna elettorale. Anche Veronika Tsapkala e Svetlana Tichanovskaja dovettero riparare rispettivamente in Polonia e Lituania per sfuggire alla repressione del regime. Le proteste si fecero sempre più forti e per avere la meglio sui manifestanti Lukaskenko chiese l’intervento del potente vicino russo Vladimir Putin che ha giocato un ruolo importante nel reprimere brutalmente il dissenso.

La repressione

Aspetto caratteristico del regime bielorusso è la repressione che subiscono gli oppositori: Amnesty International e le associazioni per i diritti umani in Bielorussia hanno accertato 1.085 arresti arbitri, di cui 444 soltanto negli ultimi mesi, in cui gli arrestati si trovano spesso in condizioni definite inumane e degradanti, in celle sovraffollate e con enormi difficoltà a parlare con i propri avvocati. È bene ricordare anche che la Bielorussia è l’unico paese in Europa dove vige ancora la pena capitale, praticata mediante fucilazione, con una bassissima possibilità di venire graziati dal presidente, che dal 1994 a oggi ha salvato solo 3 detenuti. Tutti i partecipanti alle proteste anti-regime dell’estate 2020 sono stati condannati a pene che vanno fino a 14 anni di carcere duro, incluso il candidato alle presidenziali Viktar Babarika che sarebbe stato il grande favorito per la vittoria nel caso in cui le elezioni si fossero svolte liberamente.

Una recente legge denominata “anti-terrorismo” ha aumentato la possibilità di eseguire condanne a morte per tutti coloro che ostacolano le forze armate russe nell’invasione dell’Ucraina: secondo il centro bielorusso per i diritti umani Viasna sono decine le persone già incriminate per “tentato terrorismo” e questa nuova legge aumenterà il regime di terrore già presente nel paese.

A causa della sua forte repressione la Bielorussia è rimasta a lungo isolata da Stati Uniti e Unione Europea, mentre ha sempre mantenuto forti i suoi legami con la Russia (di cui è il principale alleato) e con altri paesi che si sono apertamente dimostrati ostili all’Occidente come il Venezuela di Chavez prima e di Maduro poi e con la Repubblica Islamica dell’Iran.

La Bielorussia è membro sia dell’Unione Economica Euro-Asiatica sia del Trattato di Organizzazione e della Sicurezza Collettiva, mentre è osservatore dell’SCO (Shangai Cooperation Organizzation), un organismo intergovernativo di cui fanno parte a pieno titolo Russia, Cina, India, Pakistan più altre ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale (Kazakhistan,Kirghizistan e Uzbekistan).

Vassallo di Putin

Negli ultimi tempi il babbo (come Lukaskenko ama farsi chiamare) è tornato alla ribalta internazionale proprio per il suo sostegno incondizionato a Vladimir Putin e all’invasione russa dell’Ucraina: l’esercito russo ha infatti sul territorio bielorusso basi militari, conduce esercitazioni assieme all’esercito bielorusso e inoltre la Bielorussia offre munizioni e riparazioni dei mezzi russi in battaglia. Inoltre una riforma costituzionale del 27 febbraio ha permesso al paese di abbandonare la neutralità nucleare, potendo così ospitare testate atomiche sul suo territorio.

La debolezza interna al momento ha permesso (o impedito?) a Lukashenko di fare l’ultimo passo per potersi considerare pienamente dentro questo conflitto: ossia entrare fisicamente dentro il terreno ucraino, una mossa che lo farebbe partecipare in maniera sempre più attiva nel conflitto. Al momento gli analisti militari affermano che è abbastanza improbabile un suo intervento diretto: a noi non resta che aspettare di vedere come si evolverà la situazione.

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1 comment

Dario+Greggio 15/07/2022 at 22:52

in effetti la faccia da babbo ce l’ha 😀 😀 “lucascemo”

ps “arbitri” = arbitrari, direi

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