Corsivi corsari

Lo scempio Alitalia

Non appena i dipendenti di Alitalia hanno avuto la certezza che il governo continuerà a mantenerli alle spalle della collettività, la reazione è stata scontata, anzi un riflesso condizionato da decenni di malagestione immarcescibile e arroganza sconfinata. Insomma, assicuratosi il sostegno della peggiore politica i sindacati hanno scatenato uno sciopero per danneggiare ulteriormente i cittadini onesti che devono pagare gli stipendi e in molto casi sono costretti a servirsi di una linea area tra le peggiori del mondo.

Ma per fortuna le lancette dell’orologio non potranno essere riportate agli anni ’70, cioè a prima della deregulation che distrusse i monopoli e fece fiorire il traffico aereo mondiale. Alitalia oggi per il Belpaese ha un’importanza marginale, con quote di mercato ridicole. Ai politici fanno gola i voti clientelari del generone romano, quindi questo carrozzone senza speranze, questa parodia di azienda, questo zombie di linea aerea potrà continuare a succhiare risorse alla collettività solo fintanto che la malapolitica non soccomberà all’esaurirsi delle risorse e della pazienza di chi deve tenerla a galla.

Quindi, scioperate pure cari piloti e personale assortito. Anzi scioperate ad oltranza, duri e puri senza paura. Otterrete il meritorio scopo di accelerare la fine dello scempio.

Alitalia, sciopero trasporti, trasporti, aerei

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

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