Venti dall'isola

L’ipocrisia non fa sconti a nessuno

Legge sul libro, tetto del 5% agli sconti

Legge sul libro: L’ipocrisia non fa sconti a nessuno

La nuova legge sugli sconti nelle librerie servirebbe, secondo i promotori, a incentivare la lettura, mentre fa esattamente il contrario e lo scopo è difendere l’interesse di pochi

È stato approvato da entrambe le Camere il disegno di legge “promozione lettura” nota anche come “Legge sul libro”, con 61 astenuti e nessun contrario alla Camera e all’unanimità dal Senato. Le principali novità del testo sono, in sintesi, che il tetto sugli sconti sui prezzi dei libri rispetto all’indicazione dell’editore passa dal 15% al 5% per diverse categorie di libri, e il raddoppio dei tax credit per le librerie.

Secondo i promotori, la legge servirebbe -appunto- a promuovere la lettura in un paese di pochi lettori (secondo l’Eurostat, l’Italia è tra i paesi con meno lettori e che dedica meno tempo alla lettura nel continente). Eppure, non è affatto chiaro come il provvedimento debba ottenere un risultato migliorativo in tal senso. In teoria, un sussidio diretto alle librerie -a seconda di come è concepito- potrebbe permettere loro di vendere libri a prezzi più bassi, aumentando il volume delle vendite, ma allo stesso tempo si restringe la flessibilità concessa sugli sconti sui prezzi. A tal proposito, appare particolarmente fuori luogo la dichiarazione del relatore del progetto Francesco Verducci, secondo il quale “Non è vero che i libri costeranno di più”. L’argomento di alcuni è che senza possibilità di sconti i prezzi di copertina sarebbero più bassi. Non cambiando le condizioni della concorrenza per gli editori, tale improbabile beneficio non sembrerebbe superare i danni del limite sugli sconti. In generale, Verducci sostiene: “Questa legge non è contro la grande distribuzione, né contro l’online ma riteniamo che il mercato debba avere norme più stringenti, serva un giusto riequilibrio nella concorrenza”. Verrebbe da pensare tutto il contrario: oltre al fatto che l’esercizio retorico del riequilibrio della concorrenza non ha un granché di significato, il movente del legislatore è il timore dei piccoli esercenti di non tenere testa a modelli di business più efficienti che possono probabilmente vendere a prezzi più bassi. Ciò va ammesso per quel che è, poi si fanno le considerazioni su quanto sia una buona idea perseguire questo fine.

A molti è chiaro. “Con questa legge a perdere saranno i lettori”, commenta il presidente dell’Associazione Italiana Editori (Aie), Franco Levi, che continua: “Imponendo la riduzione degli sconti sui prezzi di vendita, questa legge peserà sulle tasche delle famiglie e dei consumatori per 75 milioni di euro, mettendo a rischio 2mila posti di lavoro”. Non possiamo sapere, per ora, quanto di questa previsione sia verosimile, essendo probabilmente congetture basate sugli sconti pregressi e non un’analisi economica completa. Bisognerebbe aspettare un po’ di tempo dal cambio di scelta politica per vederne l’effetto. Ma per fortuna (e purtroppo per loro!) l’Italia non è l’unico paese ad adottare misure del genere. Alexandra Kontolaimou e altri ricercatori del KEPE in Grecia hanno analizzato il caso del loro paese, dove vige un sistema simile di contenimento della riduzione dei prezzi che nel 2014 è cambiato in seguito ad una liberalizzazione che ha reso il pricing dei libri più flessibile. I ricercatori hanno tenuto conto dei trend e ciclicità di prezzi e volumi di vendite nonché effetti del reddito dei consumatori sugli acquisti. Ebbene, i risultati non sono poi sorprendenti: con la liberalizzazione i prezzi dei libri scendono; non sembra aver ridotto né le quantità né la diversità di libri, ossia il numero di titoli che vengono acquistati. Quindi i lettori possono comprare non meno libri di non meno titoli e a prezzi più bassi.

Il risultato, come già detto, non è sorprendente; sarebbe l’implicazione della teoria economica base. Gli economisti direbbero di lasciar stabilire i prezzi alle tante interazioni nel mercato, e di intervenire al massimo quando c’è evidenza di un cosiddetto fallimento del mercato. Nessuno ha mai dato motivi seri per pensare che il mercato dei libri fosse una di suddette eccezioni.

Con importanti eccezioni, gli imprenditori supportano la libera impresa in generale ma lo oppongono quando riguarda loro stessi”, disse l’influente economista Milton Friedman. Fece anche notare che “Bisogna distinguere nettamente tra l’essere a favore del libero mercato e a favore dell’impresa”. Il motivo per il quale si guarda gli economisti valutano l’impatto delle scelte pubbliche in base al cosiddetto surplus (o beneficio) del consumatore, come fanno i ricercatori greci nello studio su citato, è che siamo tutti consumatori ma non siamo tutti operatori di un particolare settore. Il timore dei proprietari di piccole librerie che la liberalizzazione dei prezzi li metterebbe in difficoltà contro i concorrenti più grandi potrebbe essere fondato o meno. Ma se il risultato del libero mercato è non solo un mix migliore di quantità, qualità e prezzi, ma anche maggiore occupazione, proteggere particolari operatori di settore porterebbe solo il beneficio di tutelare una determinata composizione dell’economia per ruoli (ad es. più librai piccoli). Se però tutti avessero più probabilità di avere un ruolo nella rinnovata economia (con più occupazione), non ci sarebbe effettivamente nulla di valore da tutelare.

1 comment

Aldo Mariconda - Venezia 13/02/2020 at 17:21

Capisco come la libreria fosse specie in passato anche un luogo d’incontro ed elemento di viivacità in una aggregazione urbana, ma questi provvedimenti tampone per frenare un trend oramai consolidato che va vs. la grande dimensione prima (v. le catene come Feltrinelli e non solo), l’acquisto on-line poi, quest’ultimo in progressivo aumento, sono inefficaci e frutto di ingannevole demagogia.

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