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L’incubo anatolico dopo il terremoto che ha scosso Turchia e Siria

Più di 50 mila morti, 180 mila ancora sotto le macerie, intere città crollate. Un bilancio terrificante quello del recente terremoto che ha scosso il confine tra Turchia e Siria, mettendo a nudo alcune fragilità del grande sviluppo edilizio turco. Sviluppo spinto e promosso dalle sue istituzioni, ma che, davanti alla collera della terra, si è sgretolato come i sogni della gente dell’Anatolia orientale.

Partiamo dall’inizio.

La notte del 6 febbraio, intorno alle 04:00 locali, l’area dove ha inizio il corso dell’Eufrate, che insieme al Tigri forma la famosa Mezzaluna fertile, è tornata ad essere al centro della cronaca mondiale. La provincia di Gaziantep, la più grande città nella zona orientale della Repubblica turca e simbolo storico della stessa (fu l’ultima roccaforte ad essere presa durante il moto rivoluzionario di Mustapha Kemal Ataturk), è stata vittima di un evento naturale di enorme portata. Dalla provincia della sesta città per popolazione della Turchia hanno infatti avuto origine una serie di scosse di terremoto, con un picco di intensità che ha raggiunto la magnitudo di 7.9. La zona coinvolta racchiude, solo in Turchia, le città di Hatay, Kilis, Urfa, Adiyaman, Osmaniye, Malatya, Kahramanmaras e non ultima la città di Adana.

I primi numeri della catastrofe

In questi giorni la Turchia si vede spostata dal suo territorio originario di 3 metri. Un fatto geologico con pochi eguali al mondo. Basti pensare che lo spostamento annuale per ogni parte del mondo è di 10 mm, mentre il paese anatolico in una notte si è spostato di una lunghezza che si fa in 300, con decine di migliaia di vittime.. Sono questi i numeri del terremoto con la quarta magnitudo mai registrata finora, nonché il più distruttivo della storia contemporanea.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan non ha esitato a definire questo drammatico evento comeil più grande disastro della storia, quasi secolare, della Repubblica turca“, promettendo di ricostruire in tempi veloci (ricordiamo che a maggio si voterà in Turchia e la parte colpita era un feudo dell’attuale presidente). Ma a tenere ancora di più in allerta la popolazione è lo studio del professor Övgün Ahmet Ercan, il quale ha stimato, in base ai 6 mila edifici crollati per il terremoto, che oltre 180 mila persone sarebbero sotto le macerie dei centri di Hatay, Kahramanmaras e Gaziantep, tra le altre.

I settori e le città colpite

La calamità ha coinvolto uno dei più floridi settori dell’economia turca: la produzione di cotone. Un’industria, questa, capace di muovere circa 7 miliardi di dollari all’anno, specialmente nell’export. Le due regioni dove si produce maggiore materiale tessile da esportazione sono proprio Gaziantep e Adana: nella città dei guerrieri “Gazi”, oltre ad una ricca produzione manifatturiera e di lavorazione del cibo (molto famosa per il pistacchio), è molto sviluppato anche il settore chimico-farmaceutico, che ne fa un centro di assoluto rilievo internazionale.

Oltre a Gaziantep e Adana, anche la città di Hatay, quella Antiochia gemma orientale dell’Impero romano, con il suo milione e ottocentomila abitanti, si è vista in gran parte rasa al suolo. Dabanli, ingegnere civile che sta guidando un team composto dalle Università di Budapest e Istanbul, ha affermato che il 30% delle case che sono crollate risale a prima del 1999, costruite con materiale di poca qualità e di facile depauperamento.

Come se non bastasse, persino il vicino porto di Alessandretta, Iskenderun, logisticamente fondamentale per l’Anatolia orientale, è stato gravemente danneggiato dal sisma, che ha causato esplosioni nel perimetro dello stesso complesso, con conseguente incendio e severi danneggiamenti. Iskenderun è uno dei maggiori scali portuali di merci del Mediterraneo, per il quale potremmo subire conseguenze anche per i traffici di merci dei paesi europei.

Errori di logistica e pronto intervento internazionale

Le prime operazioni di soccorso sono state gestite con alcune evidenti difficoltà logistiche, come affermato dallo stesso presidente turco in questi giorni. I problemi maggiori si sono visti nel convogliare squadre di aiuto nelle zone colpite, considerando che alcune strade risultavano impraticabili o seriamente danneggiate. Si è dunque ricorso a strade di montagna più sicure ma, ovviamente, con portata di mezzi minore delle superstrade. Il mancato pronto intervento ha però scatenato l’ira della popolazione, che ha riversato il suo disprezzo per la gestione dell’emergenza su social come Twitter, prontamente bloccato da Ankara.

Emblematico è stato l’aiuto delle nazioni vicine. Nazioni come Grecia, Armenia e Israele, che prima erano nemiche (rispettivamente di Turchia e Siria) o turbolente vicine, ora hanno per prime mostrato un aiuto concreto ai due Paesi vittime della catastrofe. Dunque, se da una parte i governi hanno problemi diplomatici per questioni riguardanti le isole dell’Egeo (Grecia e Turchia), dall’altro nell’aiuto reciproco mostrano sempre una grande umanità.

La paura per il presente e gli errori del passato

La sismologa turca Aybige Akinci, ricercatrice dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), ha fornito un primo quadro riguardante la situazione della sua terra natia, specificando che i fondi per l’ammodernamento degli edifici sono stati impiegati principalmente ad ovest, abbandonando così le terre del sud-est ad un destino solitario.

Il terremoto, secondo le agenzie turche di riferimento, era prevedibile viste le scosse rilevanti degli anni passati, ma la portata è stata assolutamente incalcolabile e avere delle costruzioni garantite dalle condizioni particolari di quei territori avrebbe senz’altro aiutato. Rimane un mistero di come alcuni edifici nuovissimi, come l’Hotel Isaias di Adiyaman, siano crollati in pochi secondi. Non sono poi mancate importanti prese di posizione degli studiosi in terra anatolica, come il geologo Naci Gorur, che aveva fatto delle previsioni su un simile terremoto drammaticamente rimaste inascoltate. Ed ecco che le preoccupazioni di tutti i turchi sono rivolte all’area egea, oltre che alla meravigliosa pietra miliare che lega il mondo occidentale a quello orientale: Istanbul.

Cosa fare? Lo sguardo europeo sulla vicenda

Ci si aspetta che l’Europa, pur non essendo solita a questo tipo di crisi, mostri comunque lungimiranza e vicinanza al popolo turco, che non può essere lasciato solo a combattere incendi, terremoti e attentati: l’auspicio è che sia messo in conto un programma di cooperazione internazionale ad ampio raggio, oltre ovviamente alla NATO, di cui la Turchia è membro. Non va lasciata da sola neanche la Siria, in cui alcune città già distrutte dalla guerra, come Aleppo, sono state definitivamente schiacciate da questa tragedia naturale.

Noi, la parte più ricca e sviluppata del mondo, dovremmo aiutare economicamente e creare corridoi umanitari sicuri per le popolazioni colpite, ora senza elettricità, senza cibo e sotto i colpi del gelido inverno anatolico. Per questo motivo segnalo diversi link a cui potete decidere di donare un’offerta simbolica ma decisiva per le sorti dell’umanità.

Dobbiamo imparare seriamente a convivere con la natura, senza la speranza di esserne dominatori incontrastati, ma il concetto di comunità deve essere legato alla buona amministrazione. Un territorio così morfologicamente pericoloso non può avere delle abitazioni non a norma, perché ciò si ripercuote sulla vita dei cittadini. In Cile (a Valdivia in particolare) e in Giappone hanno imparato la lezione promuovendo soluzioni a tutela del cittadino e allo stesso modo i turchi e i siriani devono essere al centro dell’operato delle istituzioni.

Il mondo deve aiutare la Turchia e la Siria a rialzarsi e ritrovare l’orgoglio nazionale e la speranza. Specialmente la Turchia, così avanzata dal punto di vista tecnologico e infrastrutturale. Lo dobbiamo a tutta la gente e alle famiglie che hanno perso amici e familiari, che stanno aspettando notizie sui dispersi. Per tutto il resto, non ci resta che sperare che, ancora una volta, sia il popolo turco che quello siriano abbiano la forza di affrontare il dramma. Yaralari help birlikte saracagiz. Riavvolgeremo le ferite insieme.

PER DONARE

https://www.weworld.it/news-e-storie/news/terremoto-siria-weworld-sul-campo-per-primo-soccorso

https://donaora.actionaid.it/emergenzaterremoto/~mia-donazione?ns_ira_cr_arg=IyMjIyMjIyMjIyMjIyMjIyMjIyMjIyMjIyMjIyMjIyOf%2B4yfQJWJdmotUoyxtDtEu6CIMHIbTZ78zJdSITEnY8Mlsivx%2BT9bo%2BcYS%2BRqH3VUvv%2F792XuA7kkCpWHMinb&_cv=1

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1 comment

Dario+Greggio 23/02/2023 at 01:23

” lunghezza che si fa in 300″

ps: era meglio in iran, ma vabbe’

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