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Letture immoderate: consigli della redazione (marzo 2023)

Consigli di lettura

Nessun dove di Neil Gaiman

Molti non farebbero alcuna fatica ad associare il nome di Gaiman ad “American Gods”, altri ancora a “Sandman” oppure a “Good Omens”. L’opera di Gaiman, dai libri alle serie tv passando per i fumetti e le graphic novel. ha avuto un impatto incalcolabile sul fantasy contemporaneo. Tra i nomi più conosciuti, tuttavia, si nascondono delle perle che vale la pena di riscoprire: “Nessun dove” è una di queste.

“Nessun dove” vide la luce assieme all’omonima serie tv nel 1996, e in un certo senso grazie alla serie. La trama venne ideata proprio sotto richiesta della BBC ma, frustrato dai continui tagli e cambiamenti richiesti dai produttori, Gaiman decise di farne un romanzo.

Tutto ruota attorno a Richard Mayhew e alla sua normalissima vita a Londra “Sopra” messa totalmente a soqquadro da una giovane ragazza ferita incontrata per strada e dalla scoperta della Londra “Sotto”: un mondo speculare fatto di cunicoli nelle fogne, baronie, ratti e marchesi. Un mondo che Gaiman ha la capacità di raccontare dando null’altro che qualche briciola, un nome e vaghi dettagli; infinite opportunità e vicoli ciechi. Tanto viene lasciato al lettore, eppure tutto rimane coerente come se l’autore avesse stabilito le regole del gioco e il resto fosse lasciato alla fantasia più pura.

L’edizione definitiva è stata sapientemente illustrata da Chris Riddell con dei disegni che si inseriscono nelle righe di testo, strabordano sui margini e trasportano con la forza all’interno di Londra Sotto. “Nessun dove” è semplicemente imperdibile.

Gabriele Giancola

La psicologia dei soldi di Morgan Housel

Un libro sulla finanza personale di una semplicità disarmante. L’attenzione dell’autore si focalizza sugli errori che commettiamo, i cosiddetti bias cognitivi, le trappole in cui spesso cadiamo. Si tratta di una guida pragmatica alla finanza. Lo scopo di questo libro non è insegnare come ottenere il massimo ritorno dai propri investimenti. Ma come gestire i propri risparmi senza commettere errori madornali, vivendo sereni, senza dover imparare matematica complicata o cercare di prevedere ogni fluttuazione nei mercati finanziari. L’autore illustra una serie di princìpi di base che chiunque può comprendere e adottare. Data la rilevanza del tema, è un libro che tutti troverebbero utile.

Filippo Massari

Le armi della persuasione di Robert Cialdini

Il sottotitolo di questo testo è “Come e perché di finisce col dire sì”.

Un mio professore dell’Università durante un corso disse: “ Se volete capire il marketing leggete Cialdini. Se volete comprendere il mercato leggete Cialdini. Se volete saper interpretare gli uomini leggete Cialdini”.

Io, da brava studentessa, non ho mai letto Cialdini fino a un mese fa, ed è ormai qualche anno che ho finito l’università. Ma, come si dice…meglio tardi che mai! Effettivamente Le armi della persuasione è un testo che va letto. Ma non tanto per comprendere tutto ciò che ci circonda, come il mio docente sembrava suggerire, quanto per una utilità più immediata e pragmatica: capire quando qualcuno sta applicando su di noi i principi della persuasione.

Nella società moderna sono innumerevoli gli esempi in cui veniamo spinti a dire sì. Viene automatico immaginarsi un commerciale, con tanto di cravatta ben allacciata e un contratto-truffa tra le mani, pronto a venderci qualcosa che non ci serve ma non c’è solo questo: Cialdini ci aiuta ad affinare l’occhio su minacce più sottili e subdole.

Basti pensare al mondo dell’informazione, che Immoderati tenta di provocare a suon di articoli non faziosi, al mondo della politica in cui lo storytelling è capace di raggirare fatti e realtà, alla difficoltà che possiamo provare quotidianamente nel fare o dire qualcosa che si discosti dal nostro gruppo di appartenenza e magari non ci porti il numero di like desiderati. In un mondo dove individui malintenzionati utilizzano delle dinamiche psicologiche per spronare una nostra reazione prevedibile comprendere le basi della persuasione diventa una legittima e necessaria difesa.

Chiara Bastianelli

L’almanacco di Naval Ravikant di Eric Jorgenson.

E va bene lo confesso. Il libro di Cialdini l’ho letto non perché mi sia fidata del giudizio del mio professore dopo un discreto numero di anni, ma perché lo consiglia Naval Ravikant nel suo almanacco.

Andiamo per gradi. Ravikant è un investitore americano originario dell’India specializzato in innovazione e tecnologia (per capirci tra le aziende su cui ha scommesso ci sono Uber, Clearview AI e Twitter) e anche imprenditore.

Attualmente è CEO di AngelList, una piattaforma dedicata a startup e finanza alternativa. Al di là del fascino ormai noioso da Silicon Valley, Naval rapisce perché applica l’imprenditorialità alla vita e la vita all’imprenditorialità, in un disegno ampio che tocca le corde più delicate dell’esistenza umana. L’almanacco scritto da Jorgenson ha come obiettivo quello di esplorare gli innumerevoli tweet che Ravikant ha disperso in rete e non posso spiegarvi il perché meglio di come lui stesso racconta con le sue parole: “Uso i tweet miei e di altri come massime che servono a riassumere e a ricordare ciò che ho appreso. Lo spazio mentale è finito– i neuroni sono in numero finito– pertanto potete vedere questi tweet come puntatori, riferimenti o mnemotecniche che servono a ricordare principi profondi che si basano sull’esperienza.”

Leggere l’almanacco è come sedersi e prendere un caffè con Naval e parlare di tutto. Vi ritroverete così a riflettere su cosa mangiate, sul perché conviene studiare matematica e microeconomia, sul vostro cervello costantemente immerso in un flusso di coscienza autoreferenziale paragonabile a una scimmia impazzita. E vi sorprenderete di quanti buoni consigli si possono ricevere da Naval Ravikant, tipo: “Se non riuscite a decidere, la risposta è no”. E se tutto ciò ancora non vi sembra un buon motivo per divorare l’almanacco vi lascio il link al sito dove il testo si può scaricare in modo integrale e del tutto gratuito. L’obiettivo di Naval è diffondere più possibile quelle che sono le sue riflessioni accumulate in anni di vita, esperienze ed errori. Un’ultima menzione entusiasta va alle illustrazioni di Jack Butcher. Non si rifiuta mai un caffè, no?

Chiara Bastianelli

Contro le elezioni di David Van Reybrouck

Il libro di Van Reybrouck vuole essere un antidoto al male che affligge le nostre democrazie. Pare che le persone non si interessino più di politica. Eppure, lo vediamo con i social media, la voglia di parlarne si è diffusa, le interazioni e l’entusiasmo rispetto ai post e alle dirette aumentano.

Tuttavia, simultaneamente, c’è un aumento della diffidenza rispetto alle istituzioni: esse perdono la propria legittimità e lo stesso avviene per chi ci governa. Ci troviamo di fronte all’astensionismo dilagante, all’incostanza politica degli elettori, alla scarsa adesione ai partiti politici. Inoltre, oggi gli elettori puniscono violentemente i politici, i quali rispondono facendo di tutto per rimanere popolari e venir rieletti. In questo caos, chi trova la politica inefficiente, stancante è pronto a gettarsi nelle mani dei leader, finendo per alimentare la bestia mediatica ed elettorale nel suo circolo vizioso.

Qual è il rimedio? Per l’autore il sistema democratico sarebbe malato perché strutturalmente fondato su un principio problematico come l’elezione dei rappresentanti. Invece, l’autore sostiene che ci sia bisogno di “più democrazia”. Democrazia diretta? Niente affatto. Il sorteggio può rilanciare la democrazia. Un metodo che sin dall’antica Grecia era utilizzato per dare equa possibilità di ricoprire gli incarichi pubblici, per evitare influenze politiche e i conflitti d’interesse, tanto da essere ripreso anche in territorio nostrano nel Medioevo, come nella Repubblica di Venezia e in quella fiorentina.

In che modo implementare il sorteggio nei nostri sistemi elettivi? Il libro cerca di rispondere anche a questo problema pratico.

Federico Testa

La formazione degli Stati Uniti di Arnaldo Testi

“La formazione degli Stati Uniti” è una breve ma densa ricostruzione storica del secolo che va dal 1776, anno in cui venne siglata l’Indipendenza degli Stati Uniti, ed il 1876. Quest’ultima è una data da un lato simbolica, in quanto scandì il centenario della rivoluzione – festeggiato al ritmo di una marcia composta per l’occasione da Wagner – e l’ultima vittoria dei nativi americani sui coloni, quella di Little Bighorn, prodromo invero della loro imminente e definitiva sconfitta.

Dall’altro lato, è significativa ai fini della ricostruzione della storia americana. Infatti, l’idea di Stati Uniti d’America che abbiamo oggigiorno in termini di confini territoriali e organizzazioni politiche e sociali venne formandosi proprio nel corso del secolo preso in oggetto: passaggio da conglomerato di piccole repubbliche a grande democrazia universale maschile, abolizione della schiavitù e guerra civile, conflitti sociali interni e guerre di conquista, elaborazione di un’idea di Nazione americana e fondazione di un esercito federale, sviluppo demografico, tecnologico e territoriale, et cetera.

La narrazione degli eventi è appassionante, l’approfondimento tematico e concettuale dell’interpretazione storica è spesso condito e stemperato da aneddoti curiosi. Se anche di tanto in tanto il guizzo personale dell’autore viene fuori, esso non intacca minimamente la solidità storica della ricostruzione. È quindi un saggio per gli addetti ai lavori ma anche per i non addetti. Ed è forse a questi ultimi che lo consiglio maggiormente, poiché in Italia dilaga un sentimento nazional-popolare di faciloneria, di superficialità nei confronti della storia degli States. Spesso si alimentano luoghi comuni del tenore “gli USA non hanno storia” oppure “la storia degli Stati Uniti si fonda sul genocidio”. Per quanto quattro secoli sembrino un’inezia se confrontati con la storia delle civiltà europee e mediterranee, per quanto la storia americana abbia nelle sue giovani radici elementi moralmente disturbanti, il pregiudizio e la chiusura a priori sono gli atteggiamenti che resero quegli elementi realtà: non replichiamoli.

Giosuè Scarpitti Di Girolamo

Thanks a Thousand di A. J. Jacobs

Jacobs comincia il “progetto gratitudine”, ovvero la missione di ringraziare chiunque abbia contribuito a portargli la sua tazza di caffè mattutina. È anzitutto una storia di viaggio e di caffè, ma anche molto di più. I temi sono tantissimi, a partire dall’importanza della gratitudine nelle nostre vite, ma anche la cooperazione tra centinaia di persone diverse, in luoghi del mondo diversi, impegnati in attività molto diverse tra loro. Jacobs trasforma un atto tanto semplice come ordinare un caffè in una storia che illustra in maniera potente ed efficace la complessità delle attività relazionali umane.

Filippo Massari

Introduzione all’ecologia di Arne Naess

“Introduzione all’ecologia” è un progetto ambizioso e interessante. Arne Naess, il massimo pensatore norvegese, elabora un’opera innovativa e radicale con l’obiettivo di dare un fondamento ad un pensiero che troppo spesso è affrontato con superficialità, quello ecologico, sviluppando quella che chiama “ecologia profonda”.

Naess, dopo aver vissuto per anni nella sua baita presso il Monte Hallingskarvet e ispirato dal pensiero di Gandhi e Spinoza, elabora una filosofia aperta, che vuole essere compatibile con una molteplicità di pensieri, religioni, visioni anche molto diverse tra loro. Mira ad un ribaltamento della nostra ontologia.

Attraverso una visione olistica e gestaltica della natura argomenta la presenza di un valore in essa intrinseco e irriducibile costituito e alimentato dalla sua ricchezza e diversità. Così gli ecosistemi non sono più visti come uno sterile insieme di elementi separati e atomizzati: sono insiemi di relazioni, configurazioni armoniche.

Anche gli esseri umani possiedono un valore intrinseco inscindibile dall’ambiente in cui vivono, Naess pensa ad un “sé ecologico” che si dà anch’esso come insieme di relazioni. L’uomo deve però rispondere ad un principio di responsabilità dal momento che interferendo con gli ecosistemi colpisce i rapporti immanenti ad essi e questo implica il danneggiamento innanzitutto di se stesso e delle proprie possibilità di “autorealizzazione”. La realizzazione di sé, intesa in un senso anti-individualistico, passa per l’accrescimento della diversità e ricchezza dell’insieme di relazioni nelle quali siamo coinvolti.

Nella prospettiva ben argomentata del pensatore norvegese non dal nostro sacrificio ma dalla nostra “autorealizzazione” passa il benessere e la salvaguardia del pianeta.

Lorenzo Bodellini

Leggi anche la puntata di dicembre 2022.

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