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Finestra sull'Europa Speaker's Corner

L’errore (e l’orrore) di Mariupol

La scarsa capacità mediatica di Putin e del gruppo dirigente russo appare a tratti al limite dell’autolesionismo (anzi, ben oltre il limite). Credo dipenda dalla mancanza di abitudine dei suoi apparati a essere criticati e valutati, che può far perdere sensibilità su ciò che è credibile, utile, controproducente o addirittura goffo.

È palese che la guerra mediatica è stata vinta da Zelensky senza alcun particolare sforzo, che, per soprammercato, già partiva da posizione di indubbio vantaggio per essere stato l’aggredito.

Basterebbe ricordare la comicità involontaria del ministro degli esteri La`vrov quando, criticando l’espansionismo della NATO, ha affermato di non capire da chi dovrebbe difendersi la NATO. Una battuta a dir poco infelice visto che è stata la Russia stessa a ricordarci plasticamente da chi si vogliono difendere i paesi che chiedono di farne parte.

Oppure basterebbe ricordare il portavoce del Cremlino Peskov che ha paventato il pericolo di uno smembramento dell’Ucraina… da parte della Polonia.

E, ancora, l’incidente diplomatico, causato sempre del ministro Lavrov, a proposito delle origini ebraiche di Hitler che offendendo il governo israeliano ha costretto alle scuse lo stesso Putin.

Questa mancanza di sensibilità è forse dovuta alla mancata distinzione tra propaganda interna ed esterna. Ciò che può funzionare con i cittadini russi (vittime di anni di censure e con un certo retroterra culturale) può essere deleterio con l’opinione pubblica occidentale e internazionale. 

Ma se gli episodi sopra citati attengono alla sfera del goffo e del ridicolo, ben più drammatico è quello che sta succedendo nell’acciaieria Azovstal di Mariupol, dove un pugno di soldati appartenenti al reggimento Azov e alla 36º brigata Marines stanno attendendo la morte dopo una resistenza al limite della sopportazione umana. Qui siamo in presenza, oltre che a un orrore, a un errore in termini comunicativi di proporzioni gigantesche. La narrativa dei “moscerini da sputare” (giusto per richiamare il rozzo linguaggio di Putin) o dei criminali di guerra che non meritano alcuna pietà, può avere un senso sul fronte interno, ma non ne ha nessuno su quello esterno. Lasciar morire di stenti o seppellire vivi sotto le bombe quegli sfortunati militari, creerà sicuramente dei contraccolpi disastrosi in termini di immagine: aumenterà la volontà di resistere e l’odio degli ucraini unitamente alle già diffuse indignazioni e condanne internazionali.

Immaginate, invece, quale colpo propagandistico sarebbe un gesto di magnanimità di Putin che, per esempio, potrebbe decidere di liberare e affidare quei militari a uno stato non belligerante fino alla fine del conflitto. Putin il misericordioso, Putin il clemente, puro miele per tutti i putiniani occidentali che avrebbero un’argomentazione fortissima per ridare fiato alle loro trombe.

Ma questo, probabilmente, va strutturalmente oltre le capacità di ragionamento della cerchia putiniana. È qualcosa che cozza contro la loro stessa natura e quella retorica della forza da usare per schiacciare i nemici esterni con cui hanno intossicato un intero paese e con cui si sono intossicati loro stessi.

Sulla vicenda dell’acciaieria Azovstal di Mariupol ci faranno sicuramente dei libri, dei film, delle canzoni e delle poesie (già immagino possibili titoli: “Gli eroi di Mariupol”). Ci saranno giornate della memoria, decorazioni post mortem, monumenti e commemorazioni varie. Perché è anche su questi episodi tragici che si costruiscono le identità nazionali. La vicenda si presta in modo perfetto anche dal punto di vista narrativo: poche centinaia di soldati che resistono per settimane a nemici soverchianti in numero e armamenti in condizioni di sofferenza indicibili. Nell’immaginario collettivo Mariupol si aggiungerà a tutti quegli episodi leggendari in cui pochi resistettero a molti sacrificando la loro vita: da Masada a Cefalonia passando per Fort Alamo. E nella prevedibile futura narrativa Putin (e la Russia) sarà il mostro senza cuore che ha trucidato per pura ferocia gli eroi che difendevano il suolo patrio da un’aggressione militare, incurante del fatto che ormai non costituivano più un pericolo.

In più, a differenza del passato, il mondo intero avrà vissuto praticamente in diretta questa epopea tragica che nel momento in cui scrivo sembra destinata a non avere sbocchi.

Al di là della sua drammaticità intrinseca, quindi, questo episodio dimostra l’abisso di sensibilità che divide ancora l’Occidente dalla Russia: ciò che per noi non sarebbe concepibile (o al massimo verrebbe fatto lontano dai riflettori) per gli stilemi narrativi russi si può fare alla luce del sole perché è indice di risolutezza e forza, perché è una vittoria da esibire. Le conseguenze reputazionali sfuggono completamente ed è indubbio che sia un errore comunicativo di cui non riescono a cogliere la portata.

Forse se qualcuno riuscisse a fare leva su questo aspetto utilitaristico (perché temo che quello etico non porti da nessuna parte) ci sarebbe ancora una flebile speranza per evitare che quei giovani non passino alla storia come i martiri di Mariupol.

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1 comment

Dario+Greggio 17/05/2022 at 22:40

Credo sia fiato sprecato. i russi sono merda, e l’unico buono ossia Gorbaciov l’han silurato e odiato..

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