fbpx
Approfondimenti Economia & Finanza

Le surreali proposte economiche della Lega

Uno dei più grandi problemi di questo Paese è la concezione dell’economia non come una scienza, ma come un argomento qualsiasi di cui chiacchierare al bar, tra una birra e l’altra. I partiti hanno da sempre cavalcato ed alimentato quest’onda, uscendosene con proposte sempre più fantasiose ed esotiche, dalle baby pensioni degli anni ’70 ai bonus di Renzi, riciclati (e moltiplicati) in seguito da Conte, che ne fa un proprio cavallo di battaglia.

Sembra quasi essere diventato un fattore endemico alla domanda degli elettori italiani, che va a sostituire riforme strutturali necessarie per far sì che il Paese torni competitivo a livello internazionale (istruzione, giustizia, impresa e produttività, fisco…).

L’offerta politica, come in un mercato concorrenziale qualsiasi, deve adeguarsi alla domanda e competere offrendo prodotti più allettanti dei concorrenti in modo da incrementare la propria fetta di mercato (ossia di elettorato) a spese degli altri. Questa spirale non si è fermata neanche dopo la crisi del 2011, in cui si sono visti gli effetti disastrosi di anni di politiche economiche sconsiderate. Anzi, con il successo del Movimento 5 Stelle e della Lega le cose sono peggiorate.

In questo articolo ci si sofferma soprattutto sulle principali proposte economiche dell’ultimo partito citato, la Lega di Matteo Salvini: supporto alle PMI, flat tax e Quota 41.

Supporto alle piccole e medie imprese

Dal programma della Lega pubblicato sul sito ufficiale del partito si può leggere:

In Italia le Pmi rappresentano il 99,9% del totale delle imprese operanti sull’intero territorio nazionale, generando oltre il 70% del fatturato del nostro Paese e contribuendo a impiegare oltre l’81% dei lavoratori. Ecco perché le Pmi sono la vera e propria struttura portante del sistema produttivo italiano da incentivare, supportare e stimolare. La pandemia e il conflitto in corso in piena Europa, hanno rappresentato e rappresentano un duro colpo al nostro tessuto imprenditoriale e per questo le Pmi dovranno continuare a rappresentare l’investimento migliore per un reale rilancio economico, attraverso una serie di misure a sostegno della liquidità e del credito, intervenendo sia sugli incentivi per gli investimenti produttivi che sull’occupazione e sul costo del lavoro.

Ebbene, il fatto che rappresentino la maggior parte del fatturato del Paese e che impiegano una grande parte della forza lavoro è in realtà un problema; perché?

Produttività per classi di dimensione d’impresa (in migliaia di €):

Come si può notare da questi grafici, la produttività delle micro imprese italiane (che compongono la stragrande maggioranza delle PMI) è drammaticamente bassa, specialmente se confrontata con quelle del resto del mondo occidentale, problematica aggravata se coniugata alla larga percentuale di lavoratori impiegati (circa il doppio della Germania e del Regno Unito). La micro impresa, infatti, è la fattispecie aziendale meno innovativa, competitiva e produttiva, che investe in maniera insignificante in ricerca e sviluppo e sopravvive spesso grazie al lavoro grigio o nero, alimentando dunque la piaga dell’evasione fiscale.

Nel seguente grafico, l’Eurostat ipotizza due situazioni: nella prima, il numero di micro, piccole, medie e grandi imprese italiane sono congruenti a quello tedesco, mentre nella seconda è il numero di occupati per classe di dimensione d’impresa ad essere uguale. Si nota come in questa seconda ipotesi la produttività italiana sarebbe addirittura superiore a quella tedesca.

Insomma, la visione fin troppo consolidata nella mentalità italiana della micro impresa come ‘spina dorsale economica’ del Paese, derivata tra l’altro dall’ideologia fascista corporativista, è dannosa, in quanto è un freno all’innovazione e alla crescita della produttività. Inoltre questa situazione promuove comportamenti non virtuosi, soprattutto nel Sud Italia, dove migliaia di micro imprese rimangono in vita grazie a sussidi pubblici che fungono da mezzo di scambio per voti. Antonio Accetturo e Guido De Blasio, analisti di Bankitalia, hanno analizzato questo problema in modo eccellente nel pamphlet “Morire di aiuti: I fallimenti delle politiche per il Sud (e come evitarli)“.

Mentre la Lega propone di supportare e potenziare questo mondo, ciò che servirebbe al Paese è l’esatto contrario: creare meccanismi per far sì che le PMI competano sul mercato libero ad armi pari, a partire dall’eliminazione di ogni sussidio o aiuto pubblico. In questo modo, emergerebbero e crescerebbero le micro imprese capaci e sparirebbero quelle che invece non ne sono in grado.

Questo meccanismo può generare disoccupazione nel breve periodo, ma nel lungo periodo l’evidenza storica ed economica insegna che le imprese che crescono mirano ad assorbire quella fetta di mercato una volta occupata da aziende che produttive non erano. Si tratta, in termini analitici, di una riallocazione di dotazioni (fattori produttivi e forza lavoro) tra le PMI che generano un miglioramento in senso paretiano, infatti ne beneficerebbero praticamente tutti: i consumatori, che avrebbero accesso a prodotti o servizi migliori di prima (e magari a prezzo più basso, grazie alle economie di scala), gli ex-occupati nelle imprese improduttive che si vedono aumentare i salari (crescita impresa -> crescita domanda di lavoro -> crescita salari) e anche i contribuenti/lo Stato, in quanto si raggiungerebbe tanto un incremento dl PIL nazionale quanto una riduzione notevole dell’evasione fiscale. Anzi, la crescita dimensionale delle piccole imprese è il metodo più efficiente (a livello di costi-benefici) ed efficace di risolvere quest’ultimo problema, in quanto la media-grande impresa richiede una contabilità precisa ed esaustiva su ogni operazione svolta.

Flat Tax

Un flat tax, o imposta proporzionale, altro non è che un’imposta ad aliquota marginale unica applicata alla base imponibile (in Italia vi sono già varie flat tax in essere, come quella sui redditi da capitale con aliquota pari al 26%), che nella proposta della Lega andrà a sostituire l’IRPEF con l’obbiettivo di:

Semplificare il sistema fiscale e tributario italiano, tra i più complicati al mondo, riducendo la tassazione e garantendo, al contempo, una maggiore certezza ed equilibrio dei rapporti giuridici tra il cittadino e il fisco, nell’ottica di una visione più pragmatica e snella degli adempimenti fiscali.

Questa proposta aveva già visto una timida entrata in vigore durante il Governo Conte I, con l’introduzione del regime forfettario per gli autonomi, un sistema di tassazione semplificata per cui i lavoratori autonomi con redditi fino a €65K si troveranno applicata al proprio imponibile un’aliquota fissa pari al 15% al posto dell’IRPEF.

Nel nuovo programma, la Lega mira ad estendere questo regime semplificato agli autonomi con fatturato fino a €100K, per poi creare un sistema di aliquote differenziate a seconda della famiglia fiscale (single, monoreddito, bireddito…) ed infine estendere la flat tax con aliquota al 15% a tutte le persone, fisiche e giuridiche, senza alcun limite di reddito.

L’attuazione di questo piano porterebbe ad una riduzione del gettito fiscale di circa €50mld, la cui copertura indicata è la maggior fedeltà fiscale degli individui che sceglierebbero di smettere di evadere, nessun taglio della spesa pubblica o incremento di altre imposte, in pratica una mera scommessa sulla buona volontà delle persone.

A prescindere da questa copertura molto discutibile, la proposta della Lega genererebbe un enorme problema di equità. Se la progressività (costituzionalmente tutelata) può essere ottenuta anche tramite deduzioni o detrazioni, durante la fase transitoria ci si troverebbe con redditi nominalmente identici ma tassati diversamente solo perché prodotti da persone differenti: un dipendente che guadagna €15K annui avrebbe una tassazione IRPEF con aliquota marginale minima pari al 23% mentre un autonomo con reddito pari alla stessa cifra troverebbe applicata una tassazione proporzionale del 15%, oltre alla possibilità di dedurne i costi per la produzione dello stesso.

Spesso questa distinzione è puramente formale: i dipendenti di studi professionali, ad esempio, devono essere in possesso di partita IVA, risultando autonomi agli occhi del fisco, ma sono de facto lavoratori dipendenti che percepiscono un salario. L’inclusione dei lavoratori dipendenti (e dei pensionati) sarebbe invece finanziariamente insostenibile, salvo consistenti tagli alla spesa pubblica o aumento di imposte come IRAP o IVA, che avrebbero effetti ben più distorsivi.

Il fatto che siano presenti degli scaglioni oltre i quali non verrebbe applicata genera un disincentivo alla crescita, che aggrava ulteriormente il problema delle PMI improduttive precedentemente analizzato.

Si può anche discutere l’affermazione secondo cui l’evasione fiscale calerebbe: se un individuo razionale prima riusciva facilmente ad occultare i propri redditi al fisco, non ha alcun incentivo a cambiare la propria scelta, per il semplice fatto che certamente -15% è preferibile a -23%, ma 0% lo è sicuramente di più: era il comportamento ottimale prima e lo rimane ora. Inoltre, supponendo che un evasore fiscale compia la scelta di dichiarare tutti i propri redditi, come giustificherebbe il fatto che il reddito dichiarato l’anno y è il doppio rispetto all’anno y-1? Il fisco non si insospettirebbe? Se poi venisse cancellato questo regime (molto probabile), come farebbe a tornare ad evadere nuovamente nell’anno y+1?

Infine, la progressività, come appena detto, si raggiungerebbe tramite un sistema di detrazioni particolarmente complesso, ossia tramite la riduzione del debito verso l’erario per determinate cause, tutt’oggi largamente presenti nel regime IRPEF, il che annullerebbe anche l’obbiettivo di maggior semplificazione che si pone la misura.

Insomma, la flat tax proposta dalla Lega non raggiunge nessuno degli obbiettivi designati, anzi incrementa l’iniquità di un sistema che già lo è (ad esempio, i redditi da capitale e le rendite presentano tutt’oggi un’aliquota sostitutiva dell’IRPEF pari al 26%, quindi chi ne gode avrà un’aliquota media inferiore rispetto a chi non ne ha la possibilità, che spesso e volentieri è meno abbiente) e crea un incentivo endemico alla non crescita delle imprese.

Considerando, inoltre, l’impossibilità tecnica di estensione ai lavoratori dipendenti alle condizioni attuali, questa proposta altro non è che una scelta di campo a tutela, nuovamente, dei piccoli autonomi, che nuoce al resto della società. Il tutto nuovamente in linea con la visione corporativista di eredità mussoliniana, secondo cui alcune categorie di persone hanno diritto a privilegi speciali, in questo caso fiscali, perché ritenuti ‘più importanti per la società’. Particolarmente inquietante, inoltre, che i lavoratori dipendenti non si indignino per il fatto che paghino il doppio delle tasse rispetto agli autonomi sullo stesso reddito nominale.

Se si volesse fare una riforma fiscale seria e utile, l’obbiettivo primario dovrebbe essere quello di convogliare la tassazione dal lavoro ad altre fonti di reddito (ad esempio, rendite e/o plusvalenze immobiliari) con un sistema di aliquote più elevate per la fascia più abbiente della popolazione, in modo da ridurre le distorsioni sul mercato del lavoro e migliorare la progressività complessiva del sistema. Inoltre, si dovrebbero applicare consistenti tagli alla spesa pubblica dannosa, al fine di ridurre la pressione fiscale generale.

Quota 41

Infine, una delle più importanti proposte della Lega è relativa alle pensioni: Quota 41; dal programma ufficiale si può leggere:

La profonda necessità di una revisione pensionistica in Italia è un’esigenza non più rimandabile. Nel nostro Paese coesistono differenti criticità legate al mercato del lavoro e del sistema di previdenza post professionale. I temi sono direttamente e strettamente correlati. Ritardare l’accesso alla pensione, crea ripercussioni sui giovani e sull’intero mercato del lavoro, rallenta il cambio generazionale. […] Oggi puntiamo a riformare e a stravolgere in meglio tutto il comparto pensionistico nazionale: dobbiamo essere in grado di garantire un necessario cambio generazionale, una sovrapposizione tra giovani lavoratori e professionisti formati in modo da trasferire le competenze e le conoscenze, e dobbiamo garantire un trattamento pensionistico adeguato a tutta la popolazione. Questo è l’obiettivo che abbiamo in mente: dobbiamo superare la legge Fornero con Quota 41.”

Assolutamente vero che l’Italia necessita di una riforma pensionistica, ma nel verso esattamente opposto alla proposta della Lega. Perché?

In Italia è attualmente in vigore un sistema pensionistico a ripartizione: ciò vuol dire che i contributi versati dai lavoratori non vengono versati in una cassa di risparmio, investiti e poi recuperati alla fine della vita lavorativa (sistema a capitalizzazione), bensì vengono trasferiti a copertura delle pensioni in essere al momento del versamento, non costituiscono alcuna forma di risparmio (anzi, generano un effetto distorsivo negativo sul risparmio aggregato dell’economia). Il diritto a ricevere la pensione deriva dunque dall’avere finanziato, attraverso i contributi sociali, le pensioni delle generazioni precedenti: è il cosiddetto patto generazionale.

Il sistema a capitalizzazione fa fronte al rischio del mercato in cui i contributi sono investiti, mentre lo schema a ripartizione affronta due rischi: il rischio demografico-occupazionale e il rischio di produttività. Infatti, se il rendimento dei contributi versati in un sistema a ripartizione è pari al rendimento dei mercati in cui sono investiti, nei sistemi a ripartizione è riconducibile alla somma di tasso di crescita della popolazione e dell’occupazione; non a caso, in inglese questo sistema è chiamato ‘pay as you go‘. Si è già spiegato che la crescita dei salari in Italia è risicata a causa della stagnazione della produttività (ironicamente, il partito che sostiene l’incremento delle pensioni non propone nulla per migliorare quest’ultimo dato, anzi come già spiegato le proposte condurrebbero all’esatto contrario), per la demografia la situazione è ancora peggiore, come dimostra la piramide delle età.

Si nota che la popolazione oggi al termine dell’età lavorativa è notevolmente maggiore della popolazione più giovane, rendendo il sistema pensionistico italiano sempre più insostenibile finanziariamente, tanto che già oggi l’INPS deve ricorrere al prelievo di risorse dalla fiscalità generale per far fronte ai propri oneri (circa €24 mln nel 2020).

La scienza delle finanze ha introdotto due rapporti essenziali nello studio dei sistemi pensionistici: il tasso di sostituzione, ossia il rapporto tra la pensione mensile e l’ultima retribuzione percepita, e l’indice economico di dipendenza, cioè il rapporto tra numero di pensionati e numero di lavoratori in un determinato periodo storico; la moltiplicazione tra queste due grandezze rappresenta l’aliquota contributiva, ossia la percentuale di salario che viene versata come contributo sociale.

Questo vuol dire che, esattamente come nel caso italiano, se l’indice economico di dipendenza cresce (rischio demografico-occupazionale) o la produttività cala (rischio produttività) e si vuole mantenere l’equilibrio finanziario, le strade da intraprendere sono 5:
– Mantenere fisso il tasso di sostituzione ed aumentare l’aliquota contributiva. In questo caso, i rischi menzionati sopra sono interamente accollati alle generazioni presenti sul mercato del lavoro;
– Mantenere fissa l’aliquota contributiva e ridurre la pensione (e quindi il tasso di sostituzione): il rischio è quindi a carico dei pensionati;
– Mantenere fisse le ”posizioni relative”, ossia il rapporto tra pensioni e salari al netto dei contributi versati; il rischio di produttività ricade sui pensionati e quello demografico-occupazionale è ripartito fra lavoratori e pensionati;
– Agire sui metodi di calcolo della pensione: retributivo o contributivo. Nel primo caso, la pensione è calcolata in funzione delle retribuzioni percepite durante l’età lavorativa (salario medio, ultimo…) eventualmente rivalutate, a cui viene applicata una determinata percentuale. Il metodo contributivo prevede invece che i contributi versati siano rivalutati ad un determinato tasso, pari al rendimento dei mercati nel caso dei sistemi a capitalizzazione o ad un tasso fissato convenzionalmente dalla politica nel caso dei sistemi a ripartizione che riflette il rendimento; ad esempio in Italia, successivamente alla riforma Dini è pari ad una media mobile quinquennale della crescita del PIL nominale (valore che approssima la somma di tasso di crescita della popolazione e dell’occupazione);
– Ridurre il numero dei percettori e/o aumentare quello dei contribuenti (aumento dell’età minima di pensionamento, incentivi alla posticipazione del pensionamento, emersione del lavoro nero e dell’evasione contributiva, riduzione della disoccupazione…).

La riforma Fornero del 2012, per rendere il sistema pensionistico italiano nuovamente sostenibile, attuò un mix di queste misure: aumento dell’età per accedere alle pensioni di vecchiaia, uguagliata sia tra dipendenti pubblici che privati che tra uomini e donne, modifica e revisione dei coefficienti di trasformazione (prevista revisione automatica, ossia senza negoziazione con parti sociali, ogni 3 anni) e applicazione del metodo contributivo (più restrittivo rispetto al retributivo) a tutti i contributi versati a partire dal 2012. La pensione anticipata è comunque prevista dalla riforma nel caso di 42 anni e 10 mesi di contribuzione per gli uomini e un anno in meno per le donne. Nel 2017 è stata integrata con la APE Sociale, una misura che prevede un anticipo pensionistico a carico dello Stato per lavoratori dipendenti ed autonomi svantaggiati ed in stato di bisogno, fino a €1500 e previo rispetto di requisiti di età e contribuzione.

Questa misura è stata tuttavia inquinata dall’introduzione di Quota 100, una misura aggiuntiva voluta dalla Lega secondo cui si può accedere ad una pensione anticipata se si hanno accumulato 62 anni di età e 38 anni di contribuzione. Quota 100 è penalizzante verso le nuove generazioni in quanto incrementa l’onere contributivo ed è stata finanziata tramite debito (quindi, oltre a dover coprire queste pensioni, bisogna pagare anche gli interessi sul debito). Se la riforma Fornero ha contribuito non poco a ridurre le iniquità intergenerazionali, tutti gli anni di politiche sconsiderate hanno comunque portato a risultati drammatici; infatti, l’OCSE prospetta un età di pensionamento futura per l’Italia di ben 71 anni e la differenza di ricchezza fra giovani e anziani è sempre maggiore, in quanto i contributi sociali hanno la funzione di trasferire ricchezza tra le generazioni.

Si ricorda, inoltre, che i giovani rappresentano la fetta di popolazione più produttiva e propensa al consumo (nonché al rischio) mentre gli anziani sono l’esatto opposto. Se si coniugano tutte le problematiche fino ad ora analizzate, si può dedurre l’enorme freno alla crescita economica che un sistema pensionistico insostenibile ed iniquo come quello italiano può generare.

È necessario intraprendere ulteriori misure per cercare di migliorare la situazione pensionistico italiano, a partire dalla riforma Fornero, ad esempio come propone Nazareno Lecis in un breve Tweet, implementando un sistema multipilastro.

L’idea della Lega denominata Quota 41 (i lavoratori raggiungono il diritto alla pensione anticipata di anzianità con 41 anni di contributi, per le donne disoccupate si aggiunge un anno di contributi figurativi per ogni figlio, mentre per le lavoratrici il diritto alla pensione di vecchiaia matura a 63 anni di età e almeno 20 anni di contributi) si pone come principale obbiettivo quello di eliminare la riforma Fornero, incrementando nuovamente le iniquità intergenerazionali e l’insostenibilità del sistema pensionistico italiano.

Vengono presi in considerazione anche i giovani:

Per i giovani lavoratori con carriere interamente nel regime contributivo è riconosciuta, in ogni caso, una pensione minima di 1.000 euro. Considerare e dare valore previdenziale anche ai periodi di inattività lavorativa o di formazione.

Una presa in giro di pessimo gusto: dopo aver tagliato ogni possibilità di crescita economica e personale nel Paese, dopo aver succhiato una buona percentuale della loro retribuzione sostanzialmente per garantirsi un bacino elettorale, ci sarà il contentino a 71 anni (per adesso) di €1000, tra l’altro non specificando se intesi come meramente nominali o reali.

Se già prese una per una le proposte della Lega sembrano enormemente dannose (già nel breve periodo), considerate insieme altro non sono che la strada dritta ed in discesa per il default del Paese, senza freno a mano. Dopotutto, cosa ci si può aspettare da un partito come la Lega che ha fatto volare lo spread italiano nel 2018?

Leggi anche:
La difficoltà di votare nel paese del tripopulismo
Whatever it takes
L’Avvocato del Popolo: la storia di Conte nell’ultima legislatura

Featured image: Source / CC 2.0

1 comment

Dario+Greggio 04/09/2022 at 13:10

<3
il mio sogno. che si sta per avverare #nonaveteideadichecosaavetemessoinmotoil21maggio

Reply

Leave a Comment