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È stato giusto o no invitare Lavrov in TV?

Ci risiamo con la solita polemica sull’opportunità di invitare in TV ciarlatani o personaggi “discutibili”. La stessa polemica che abbiamo già visto nel caso dei medici novax, dei nazisti, dei negazionisti di Xylella, dei dietisti rivoluzionari, dei venditori di olio di serpente e di quelli che “signora mia sulla luna non ci siamo mai stati perché era un set cinematografico”. Questa volta la polemica verte sull’opportunità dell’intervista televisiva a Zona Bianca (Rete 4) al ministro degli esteri russo Sergej Lavrov.

La mia risposta è NI. Andiamo con ordine.

In generale se una qualunque tesi risulta abbastanza “popolare”, ignorarla può essere interpretato come sintomo di cattiva coscienza, crea dei martiri e si diffonde comunque grazie ai social e al web in generale. Questi strumenti rendono oggi pressoché impossibile censurare o limitare la circolazione delle idee.
Anzi, ignorare un’idea balorda non crea i necessari anticorpi nel pubblico che sarà completamente indifeso quando prima o poi entrerà in contatto con certe argomentazioni, le quali si diffonderanno più lentamente ma in modo più inesorabile (“Signora mia i giornali non ne parlano perché è tutto vero”).

Se pensate che la gente abbia mediamente il senso critico per difendersi da sola dalle tesi più strampalate (quelli che basta la mitica riforma della scuola perché solo gli ignoranti ci cascano) allora siete completamente fuori strada: fior di stra-laureati in perfetta buona fede possono credere alle minchiate più grossolane, specie se non sono attinenti alla loro disciplina. Il consumatore tipico di prodotti omeopatici è, per esempio, un adulto benestante (25-44 anni), più spesso donna, con titolo di studio medio alto, residente al nord. Non è la vecchietta ottantenne con la pensione minima e la terza elementare. Paradossalmente l’apparente complessità delle procedure e dei principi omeopatici richiede una certa cultura per farsi fregare. D’altronde di questi tempi sappiamo quanto il richiamo alla complessità possa essere un’arma a doppio taglio.

A mio parere, quindi, certe tesi che sono o promettono di diventare popolari devono essere affrontate e non ignorate. Se non altro per dare una chance di non cascarci a chi un briciolo di senso critico da coltivare lo possiede.
Ma questi argomenti devono essere affrontati invitando i protagonisti ad esporre le loro tesi? Ecco il mio NI: dipende da come è gestita la cosa. Se l’intervista è gestita dai nostri conduttori microfoni-umani meglio di no.

Un medico che affermi che due cucchiaini di candeggina al giorno fanno bene ai bambini, se fosse ospite di una mia ipotetica trasmissione, me lo “mangerei vivo”. Con educazione, rispettando la sua sacra libertà di espressione, però me lo mangerei vivo. Non si fa il sorrisino idiota facendo decidere al pubblico, in piena libertà, se credere a lui o all’altro medico che afferma che la candeggina non va data ai bambini. La mia assoluta imparzialità per gran parte del pubblico sarebbe la certificazione che tutte e due le versioni sono credibili e degne di rispetto.

Ci vuole senso di responsabilità, preparazione e professionalità per invitare i ciarlatani. Anche laddove non dicano falsità oggettive ma solo opinioni, il giornalista o conduttore che non voglia fare il microfono-umano, deve incalzare, chiedere chiarimenti, evidenziare passaggi logici fallaci e contraddizioni. Devono essere l’abilità e le buone ragioni dell’ospite a fare la differenza, non la prona passività dell’intervistatore. Il conduttore/giornalista deve essere, per dirla in breve, un intermediario dell’informazione, cioè una figura che intermedia le informazioni destinate al pubblico. Perché per registrare delle semplici dichiarazioni bastano le agenzie di stampa (è il loro lavoro) non servono gli emuli di Ponzio Pilato che si fingono conduttori e lasciano decidere ai telespettatori se crocifiggere Gesù o Barabba, o se la candeggina faccia o meno bene ai bambini.

Da questo punto di vista l’intervista di Lavrov è stata un disastro. Bugie, contraddizioni, manipolazioni, gravi omissioni e provocazioni intollerabili, hanno raggiunto indenni il pubblico rendendo la figura dell’intervistatore (Giuseppe Brindisi) completamente inutile: se si eccettua quando ha rilevato che un video contraddice la versione russa sui fatti di Bucha, mai una correzione, una contestazione, una richiesta di chiarimenti minimante insistente. Sinceramente non ho trovato delle differenze tra questa intervista data a una libera tv italiana e quella che il ministro Lavrov avrebbe potuto dare alla tv di stato russa. Gli avranno spiegato a Giuseppe Brindisi che in Italia non si va in galera se si osa contraddire un potente? D’altronde i nostri giornalisti sono abituati a non contraddire neanche Luciano Canfora, figuriamoci Lavrov. Qualcuno si sarà chiesto perché Lavrov abbia accettato l’intervista da quella rete televisiva e da quel giornalista? Solo abilità della redazione?

Posso immaginare che il ministro Lavrov abbia fatto precise richieste per non essere incalzato e allora in questo caso un giornalista e una testata seri avrebbero detto “no grazie”. Avrebbero deciso che la dignità professionale che il loro ruolo impone, e il rispetto per il loro pubblico, gli impediva di diventare semplici megafoni passivi. Con questo atteggiamento state certi che vedremmo meno ciarlatani in TV in qualunque campo.

Sarebbe ora di finirla di nascondere dietro alla sacrosanta libertà di espressione la riluttanza o l’incapacità di fare critiche circostanziate, pertinenti e financo feroci alle persone intervistate. Andare in TV non può essere sempre una passeggiata di salute, deve essere anche un rischio, più precisamente il rischio di essere dialetticamente disinnescati da conduttori/giornalisti preparati e determinati. Anche perché il fatto era di rilevanza internazionale e sono certo che il prode Giuseppe Brindisi non vincerà il premio “giornalista mastino europeo dell’anno”.

Un altro fatto tangenziale a questa vicenda mi ha colpito. A Otto e mezzo è stata chiesta un’opinione sull’intervista al ministro Lavrov al conduttore Giovanni Floris. Giovanni Floris è uno dei nostri bravi conduttori imparziali che farebbero parlare anche Hannibal Lecter, senza contraddirlo minimamente, sull’opportunità di uccidere le persone per mangiarne il fegato (è una battuta prima che mi quereli). Tanto per dare l’idea è colui che ha fatto la fortuna della europarlamentare noeuro-novax-pro Putin Francesca Donato, invitandola decine di volte e ascoltando senza battere ciglio le immani sciocchezze e le oggettive bugie di quest’ultima.

Bene, Floris dichiara che questo tipo di interviste si possono fare ma che il punto è come si fanno (su questo mi trova d’accordo). Poi aggiunge che tutti saranno liberi di giudicare (d’accordo anche su questo) ma tranne i giornalisti perché non sarebbe carino giudicare i colleghi. Ecco l’altro pilastro del pessimo giornalismo dei nostri tempi: il cane non mangia cane. I giornalisti, che dovrebbero occuparsi di ogni tema rilevante, non dovrebbero mai esprimere giudizi su come fanno giornalismo i loro colleghi perché non sarebbe carino. È il pubblico che deve giudicare, i giornalisti giustamente sarebbero solo dei microfoni-umani che non possono criticare o muovere appunti né ai loro ospiti né ai loro colleghi.

A questo punto mi domando davvero a cosa ci serva tutta questa libertà che abbiamo se poi i giornalisti non la usano per fare decentemente e con efficacia il loro lavoro.

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1 comment

Dario+Greggio 04/05/2022 at 17:53

i giornalai italiani sono merda, la mia storia dei carabbimerda lo dimostra.
ah già, ma a voi non frega nulla #cancroagliumani #morteaibambini #gocoronavirusgo #gowargo

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