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L’attuale destra italiana: il caso Lobby nera e il caso Morisi

L’inchiesta di Fanpage (prima parte, seconda parte) in merito ai legami di alcune frange fasciste con i due maggiori partiti di destra italiana, Fratelli d’Italia e Lega Nord, e lo scandalo che ha coinvolto Luca Morisi (lo stratega della comunicazione di Salvini) mettono in primo piano agli occhi dell’opinione pubblica un nuovo aspetto di questi partiti. Aspetto che, se prima era non del tutto chiaro – nonostante i vari rimandi a slogan e gesti fascisti -, adesso si può osservare con più attenzione. Per ora non c’è bisogno di focalizzarsi su quegli eventi che la magistratura dovrà analizzare per definire eventuali infrazioni della Legge italiana (nello specifico, l’accusa di spaccio di droga nei confronti di Morisi è già stata archiviata), ma è più opportuno analizzare gli aspetti morali e ideologici che emergono con evidenza da queste inchieste.

Il caso Morisi e l’ipocrisia politica

Il fatto che l’attuale destra italiana non sia uno schieramento politico di cristallina moralità e di affidabile competenza è abbastanza risaputo. Ricordiamo gli scandali di Berlusconi oppure la caduta di Bossi che spianò più di dieci anni fa la scalata di Salvini nella Lega. Il caso Morisi ne è un esempio, ovvero è l’ennesima prova che a destra vi sono personaggi con un enorme potere politico che mettono in azione una campagna di orientamento di opinione pubblica verso l’odio e il disprezzo di determinate tematiche considerate di cruciale importanza per la stabilità del Paese, facendo leva su una loro presunta superiorità morale rispetto ai loro avversari politici. Morisi ha costruito con grande abilità una macchina comunicativa, definita la Bestia, che ha permesso a Salvini di diventare il punto di riferimento della destra italiana e l’alternativa principale ai partiti degli opposti schieramenti. Tutto ciò aizzando i più bassi sentimenti di una parte di elettorato politico, che si è rivelata essere molto ampia e convinta di ciò che questo sistema comunicativo gli continua a propinare. Droga, omosessuali e rom sono stati principalmente i simboli contro i quali il sistema comunicativo Salvini-Morisi si è scagliato per lungo tempo, inculcando nell’elettorato sentimenti di inquietudine, rabbia e disprezzo contro questi. Basti ricordare l’ambiguità di Salvini nel condannare la violenza di un gruppo di poliziotti contro Cucchi, facendo collegamenti subdoli allo stato di tossicodipendenza in cui versava questo nel momento dell’arresto e del pestaggio.

Problemi sociali seri, che richiedono delle soluzioni politiche delicate e ponderate, sono stati trasformati in minacce concrete e impellenti alla società italiana, concepite come in grado di spingerla sul ciglio del precipizio in modo tale da usarle con spregiudicatezza per fini elettorali.

Sarebbe comico, se non per la loro tragicità, che questi tre simboli si siano condensati nello scandolo Morisi. Si scopre che colui che aveva contribuito a ideare questa campagna politica di astio ne è coinvolto sino al livello personale. Si denigrano le relazioni omosessuali come una minaccia alla famiglia tradizionale, elevando il partito e il suo leader a unici difensori di questa in Italia, e poi egli stesso le consuma nel privato. Si accusano i rom di essere origine di illegalità e di pericolo sociale, generalizzando questi connotati a sproposito a tutti i suoi membri, per poi assumerci in gruppo droga. È lo iato tra ciò che si dice in campagna elettorale con il comportamento reale e sincero nella propria vita di tutti i giorni che costituisce l’ipocrisia politica in questione.

Il caso Fanpage e il fascismo strisciante

A poche settimane dello scandalo Morisi, l’inchiesta di Fanpage scuote ancora l’opinione pubblica portando evidenza dei rapporti di FDI e Lega con alcune frange neofasciste. Anche questa volta, l’influenza che hanno alcune ambienti neofascisti sulla “destra moderata” è stata per molto tempo un segreto di Pulcinella, tuttavia ciò non è mai stato così allarmante perché la si associava essenzialmente ai partiti dichiaratamente nostalgici come Forza Nuova oppure Casapound. Partiti con un basso seguito elettorale, assenti nel panorama parlamentare, dai tratti comici e ciarlataneschi. Invece poco si sapeva, o forse non se ne aveva l’evidenza, dell’importante influenza che molti politici e attivisti neofascisti avessero nei due maggiori partiti italiani. Sia nella prima parte dell’inchiesta, e soprattutto nella seconda, è sorprendente l’infiltrazione di esponenti nei due partiti e la nonchalance con la quale alcuni politici la condividono oppure l’accettano per opportunismo elettorale. Non si tratta di alcuni attivisti marginali, ma di personaggi con una lunga carriera politica alle spalle e che hanno lavorato nelle istituzioni parlamentari italiane ed europee. Per esempio, Borghezio, che compare nella seconda parte, è stato per nove anni deputato della Camera, per quasi un anno sottosegretario di Stato al Ministero della giustizia e per vent’anni eurodeputato, nonché uno dei personaggi di spicco della Lega di Bossi. In questa inchiesta lo possiamo ascoltare che discute di formare “una terza Lega” in compagnia di neofascisti oppure a invocare “i bastoni” per riportare l’ordine a Milano, facendo intendere il suo appoggio al deputato leghista Massimiliano Bastoni, il quale si era candidato come consigliere alle scorse elezioni comunali a Milano. Convinto fascista che non si vergogna di ammetterlo durante una cena con i suoi elettori e compagni politici. Come d’altronde ammette anche l’attuale consigliera comunale di FDI a Milano Chiara Valcepina, la quale, nella prima inchiesta, a cena con i suoi sostenitori si cimenta in battute antisemite e gesti che rimandano al fascismo, definita da Jonghi Lavarini “una camerata” di lunga data (nel resto dell’incontro usa il termine “patriota”, forse un’altra strategia comunicativa usata per manifestare il fascismo subdolamente).

Alla luce di questi fatti, è ormai possibile sostenere che la destra italiana è popolata in parte sia a livello dell’attivismo politico sia all’alta dirigenza politica di convinti neofascisti e da una restante parte che li tollera per ragioni elettorale oppure ha per loro delle vaghe simpatie. Ancor più problematico è il comportamento dei capi partito, Salvini e Meloni, i quali non riescono e forse non vogliono esprimere una condanna netta a queste infiltrazioni neofasciste nei loro partiti, il che è necessario se non si vuole alimentare la diffusione strisciante di questo sistema malsano di idee nelle proprie file e in buona parte della società italiana. Questo connubio tra partiti di destra e correnti fascisti, ancor prima dell’inchiesta di Fanpage,  è stato ben documentato nel libro dei giornalisti Giovanni Tizian e  Stefano Vergine Il libro nero della Lega. È un ritratto angosciante sui rapporti che la Lega ha con vari esponenti del neofascismo italiano. Dalla partecipazione alle cerimonie pagane di vari deputati e consiglieri comunali leghisti sino agli incontri con i vari delegati di Russia Unita, tra i quali alcuni con il noto filosofo russo Aleksandr Gel’evič Dugin nonché ideologo del neofascismo esoterico e russofilo che vede il regime di Putin come punto di riferimento. Presente anche lui nella seconda parte dell’inchiesta, ma di sfuggita, come una figura nera ed enigmatica che occasionalmente torna alla ribalta della cronaca politica italiana.

Il declino morale e ideologico della destra moderata

Il caso su Morisi e di Fanpage ci dimostrano per l’ennesima volta lo stato di povertà morale e intellettuale in cui versa l’attuale destra italiana. Questo declino può essere imputato alla sempre più scomparsa delle correnti moderati e convintamente liberali che avevano governato sin dal Dopoguerra i partiti di destra, fino al loro crollo con lo scandalo Tangentopoli e poi con la lenta erosione nel periodo berlusconiano. Periodo caratterizzato da vagheggianti promesse elettorale e cattiva gestione politica esplicitata sia con lo sfascio dei conti pubblici nel 2011, facendosi promotore assieme ai partiti della sinistra di assistenzialismo e statalismo, sia con la corruzione generalizzata. Battaglie politiche come il federalismo e la riduzione della tassazione sono rimaste inattuate e lasciate nel dimenticatoio delle tante riforme politiche proposte per opportunismo elettorale, mentre si rincorre a perdi fiato le istanze del populismo e si aizza cinicamente il tribalismo politico nell’elettorato.

Si potrebbe pensare che questo sia esclusivamente un fenomeno italiano, ma nell’ultimo decennio è diventata una tendenza sulla quale si stanno orientando molti dei partiti di destra occidentali. Si pensi al Partito repubblicano negli USA in balia di Trump, al Rassemblement National di Marine Le Pen (una versione francese di Fratelli d’Italia) che rischia di battere Macron nelle prossime elezioni presidenziali, oppure alle recenti accuse di corruzione che hanno coinvolto il partito austriaco ÖVP (Österreichische Volkspartei) di Sebastian Kurz o anche alla vittoria del sovranismo di Borsi Johnson in Inghilterra. In sostanza, in Italia la deriva della destra è in atto da molto tempo, ma nel frattempo altri partiti di destra occidentali la stanno seguendo e con essi il ritorno a posizioni di sovranismo nazionale, all’incompetenza tecnica e morale come prassi di un sistema politico che vuole primeggiare elettoralmente a qualsiasi costo (anche a costo di collaborare con neofascisti e complottisti), sino al ripescare visioni antiquate della Società che si pensava ormai rilegate nei manuali di storia. Le cause di questo declino globale potrebbero essere ascrivibili ai mutamenti demografici che stanno avvenendo in questi paesi con la globalizzazione, contro i quali le tradizionali classi sociali bianche si sentono minacciate nella loro identità culturale e nei propri interessi economici dalla diversità etnica e culturale che si diffonde dalle grandi metropoli urbane, nonché dallo sgretolamento della visione del proprio paese come potenza centrale negli equilibri mondiali (si pensi allo slogan del “Make Ameria Great Again” o alla retorica italiana sul Boom economico). L’incapacità di poter arrestare efficacemente questi cambiamenti porta a un senso di frustrazione e di abbandono che induce a un comportamento di rabbia e rivalsa, facilmente cavalcabile dai gruppi neofascisti e populisti che diffondono l’idea di un presente decadente in contrapposizione a un passato idilliaco. In questo quadro, dovrebbe essere dovere politico per le correnti moderate dei partiti di destra sia in Italia che nei paesi suddetti cercare di fermare questa tendenza e a emarginare questo sistema di idee.

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