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La tutela dello sport femminile passa dall’istituzione di una categoria transgender

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Si è già acceso il dibattito sulla recente decisione della FINA (Fédération Internationale De Natation) di escludere dalle competizioni femminili le donne transgender post-HRT, ovvero gli individui nati maschi che non si identificano nel loro genere d’origine e intraprendono la terapia ormonale dopo l’inizio della pubertà.

Mentre secondo molti attivisti della comunità lgbtq+ il divieto lederebbe i diritti delle donne trans, secondo la Federazione, dal momento che in vasca gli uomini segnano tempi più bassi in qualsiasi disciplina, le atlete trans risulterebbero avvantaggiate rispetto alle altre donne. Di questo avviso è anche la decatleta transgender Caitlyn Jenner (nata maschio, ha vinto diverse medaglie prima della transizione affermandosi come uno degli atleti USA più forti di tutti i tempi) che ritiene scorretto far competere le donne trans nella categoria femminile.

Va anzitutto riconosciuto che, anche a seguito delle proteste delle nuotatrici cisgender, la FINA stia agendo in direzione contraria a quanto decretato dal Comitato Olimpico Internazionale, che nel novembre 2021 ha autorizzato la partecipazione delle atlete trans in terapia ormonale a regime a partecipare alle competizioni sportive femminili.

La mancanza di evidenze scientifiche solide, in assenza di un campione significativo di atlete su cui condurre uno studio completo e prospettico, non aiuta a dirimere una questione ampiamente dibattuta. Quella del nuoto non è infatti una voce isolata, anche altre prestigiose associazioni sportive internazionali, come Atletica, Triathlon, Ciclismo, Rugby, Calcio e Canottaggio hanno espresso preoccupazione per la recente decisione del Comitato Olimpico, anche attraverso la voce di auterevoli scienziati del settore, secondo cui la terapia ormonale estrogenica ed anti-androgenica non sarebbe sufficiente ad azzerare il vantaggio delle atlete transgender (da maschio a femmina), e si preparano a seguire le restrizioni imposte nel nuoto.

Occorre sottolineare che ancor’oggi siamo lontani dal poter definire in toto un essere umano come la mera sommatoria dei suoi sistemi biochimici e cellulari. Concetto ancora poco chiaro alla stragrande maggioranza della popolazione è che la comprensione di svariati processi chiave del nostro organismo è ampia, ma purtroppo ancora incompleta. A riprova di questo basti pensare che molti farmaci in commercio, anche estremamente diffusi come il paracetamolo (Tachipirina), agiscono secondo un meccanismo d’azione non ancora completamente chiarito. 

Posto anche di poter un domani accedere a una conoscenza dettagliatissima e totale del nostro corpo, oltre il dibattito medico potrebbe nascondersi un’amara verità: nonostante la nostra confidenza nel progresso scientifico non esiste alcun dato (o cluster di dati) in grado di stabilire se una donna transgender stia ottenendo grazie alla transizione un vantaggio competitivo rispetto alle atlete cisgender contro cui gareggia

La questione non è semplicemente di natura clinico-laboratoristica, bensì prevalentemente logico-scientifica. 

Tra gli individui di qualsiasi sesso esiste una varianza importante, nella genetica, nell’espressione genica, nonché nella costituzione fisica e biochimica, è questa differenza che consente di stilare una classifica dei atleti, che altrimenti sarebbero tutti uguali a parità d’impegno.  

Prendendo ad esempio un campione di popolazione (non necessariamente sportiva) troviamo tra un individuo e l’altro un intervallo di variabilità enorme, considerato assolutamente normale, fisiologico. I limiti di tale intervallo sono peraltro arbitrariamente fissati e spesso cambiano da laboratorio a laboratorio, da istituzione a istituzione e anche nel tempo, aggiornandosi. 

Il cut-off (il taglio) che operiamo sulla gaussiana di qualsiasi esame, dal colesterolo al testosterone, non può essere meramente clinico ma comporta sempre la necessità di una scelta con componente arbitraria. Questa componente arbitraria è presente ogni qualvolta dobbiamo trasdurre una variabile non-binaria come un indice ematologico, che assume valore continuo infinitesimo e potenzialmente da 0 a infinito, in una variabile binaria come fisiologico/patologico, idoneo/non-idoneo. 

Posto un parametro significativo nella competizione sportiva (es. concentrazione di testosterone, di eritropoietina, ematocrito, ecc…) ed un intervallo di riferimento che viene accettato, la differenza tra la parte inferiore e la parte superiore di questo intervallo di valori si riflette sulle prestazioni dell’atleta

Maggiori valori dei tre indici sopracitati si assoceranno infatti a miglior prestanza fisica a parità di altri fattori, anche restando all’interno dell’intervallo accettato. 

I parametri più importanti nelle gare sono oggi strettamente monitorati da periodici controlli antidoping, l’idea di fondo nella cultura sportiva odierna è che una persona non possa incrementare le sue prestazioni servendosi di farmaci, anche qualora producano un incremento prestazionale che non faccia fuoriuscire dall’intervallo di idoneità i parametri dosati. Si tratta quindi di un’indagine qualitativa e non quantitativa. Lo stesso identico valore, nella stessa persona, se ottenuto tramite l’allenamento è accettato, se ottenuto (es.) tramite iniezioni no. 

Vi è quindi la possibilità che una donna transgender ottenga un vantaggio competitivo, trovandosi dopo la transizione ad avere valori ancora accettabili ma disposti in maniera diversa e più vantaggiosa nella gaussiana di riferimento (più a destra), il cui cut-off sulle code definisce la varianza accettata del parametro in esame.  

Stesso discorso, che ancora non sembra essersi presentato ma rientra nello spettro delle possibilità, vale per un uomo transgender, ovvero un individuo nato femmina che attraverso terapia farmacologica transizioni verso il sesso maschile. Anche qui i farmaci somministrati durante la transizione possono conferire un vantaggio importante, anche rispetto ad altri uomini.


Un esempio concreto

L’ematocrito è un parametro ematico (dosabile tramite prelievo sanguigno) semplice, controllato in qualsiasi competizione sportiva ad alti livelli. Corrisponde alla frazione corpuscolata del sangue, ovvero il volume di globuli rossi presenti nel sangue sul volume totale del sangue, che include anche il plasma.  

Atleti che aumentano la propria resistenza allo sforzo, tramite l’allenamento o tramite il doping, vanno incontro a un incremento dell’ematocrito, visto che un maggiore numero di eritrociti (parte corpuscolata) e una maggiore concentrazione di emoglobina nel sangue corrispondono a una maggiore capacità di trasportare ossigeno ai tessuti e quindi a una maggiore respirazione cellulare (e minore acidosi lattica). In sintesi ci si stanca meno e dopo.

Un alto valore dell’ematocrito risulta particolarmente vantaggioso negli endurance sports (maratona, ciclismo, boxe e tutti gli sport prevalentemente aerobici, dove lo sforzo deve protrarsi nel tempo). Ha effetti non trascurabili anche negli sport anaerobici, seppur meno significativi.  

Nello sport agonistico il limite entro cui l’ematocrito è considerato accettabile varia in base al sesso: per i maschi l’intervallo è 42%-50%, per le femmine 37%-46% (da notare che questi intervalli non rispecchiano il range oltre il quale l’ematocrito è considerato non fisiologico, che in genere è invece 38%-52% per i maschi adulti e 36%-48% per le femmine adulte). 

Si prenda ora ad esempio un atleta maschio con ematocrito stabilmente dosato nel tempo attorno al 46%, precisamente sulla media dell’intervallo (42-50), e si dia per assunto che si tratti di un atleta mediocre nella sua categoria. Questi, effettuando la transizione mtf (da maschio a femmina) potrebbe mantenere -soprattutto nei primi mesi ma non solo- lo stesso ematocrito. Non è infatti scontato che i farmaci antiandrogenici somministrati comportino un cambiamento radicale tale da uniformare tutti i sistemi corporei ai valori femminili.  

Questa atleta, una volta transizionata, mantenendo il suo valore di 46% si troverebbe nella fascia alta della sezione di gaussiana accettata e si vedrebbe conferita un vantaggio competitivo importante sulle altre atlete, pur rimanendo assolutamente all’interno dei limiti consentiti per la categoria femminile (max 46%).  

Ci troveremmo a tutti gli effetti di fronte a un caso paragonabile al doping, ovvero ad un incremento delle prestazioni dovuto ad un intervento farmacologico. Un progressivo decremento in realtà, da maschio a femmina, proporzionale alla quantità di farmaco assunto per la transizione (o alla tipologia di farmaci assunti), che potrebbe facilmente essere dosato al fine di far rientrare i parametri dei controlli anti-doping nella parte consentita più alta del range. 

La domanda è: quanto dovrebbero ridursi le prestazioni dell’atleta che transiziona? Quanto dovrebbe scendere (es) l’ematocrito? 

A questa domanda la medicina da sé non potrà mai rispondere, perché ancora una volta ci troviamo di fronte alla necessità di operare una scelta con componente arbitraria, ovvero dove tagliare le code della gaussiana, se più al centro o più ai lati, al fine di definire quale intervallo sia accettabile per gareggiare. 

In questo contesto è da accogliere positivamente la decisione della FIMA di introdurre una terza categoria in cui far competere gli atleti transgender, al fine di tutelare l’agonismo femminile. Può restare invece aperta la possibilità di istituire campionati misti nel dilettantismo, dove lo spirito ludico prevale sulla competizione dura.  

Secondo lo UK Sports Council si è giunti ad un bivio, “non esiste una soluzione magica che bilanci l’inclusione delle donne trans nello sport femminile garantendo al contempo equità e sicurezza agonistica” ma è arrivato il momento che ogni disciplina compia una scelta: inclusività vs agonismo. Un trade-off non facile, una situazione in cui non vi è la risposta giusta, scientificamente precompilata, a cui comodamente appellarsi ma occorre scegliere tra due opzioni entrambe caratterizzate sia da vantaggi che da svantaggi.

Una decisione che ha già condotto ad una frammentazione interdisciplinare nello sport, dove emergono diversi orientamenti anche tra le associazioni nazionali, e che lascerà sempre meno potere decisionale al Comitato Olimpico Internazionale con conseguenze ancora tutte da prevedere, che potrebbero arrivare all’esclusione di alcune federazioni dalle olimpiadi.


Jacopo Soregaroli è cintura nera di Judo, ha praticato questo sport per 20 anni, di cui 5 anche da allenatore.

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