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La Tecnologia nel Mondo post Epidemia

La Tecnologia nel Mondo post Epidemia

La tecnologia nel mondo post epidemia sara’ ancora più pervasiva nella nostra vita di quanto non lo sia stata finora. Dal Fintech allo smart working , dall’online education al mercato del lavoro, il genio e’ uscito dalla bottiglia. Ci dovremo adattare in fretta sia dal punto di vista degli strumenti che dal punto di vista psicologico.

Soprattutto in Italia dove i decision makers in molte aziende sono anziani, arretrati, conservatori e tecnofobi e’ si e’ aperta una vistosa falla nella diga culturale che impedisce alle innovazioni di diffondersi.

Tecnologia Pervasiva

Addirittura la foresta pietrificata della scuola (pubblica a privata) e quel museo ammuffito chiamato Università hanno dovuto adattarsi in fretta al XXI secolo. La ripresa dell’anno scolastico per milioni di studenti potrebbe svolgersi all’insegna delle lezioni on line, visto che le aule si sono già rivelate incubatori di contagio.

Ne parliamo con Tobia De Angelis di Strive — un sistema di on-line education —  per programmatori e con Ignazio Rocco CEO di Credimi.com — un’innovativa piattaforma web per erogare crediti alle imprese.

La Tecnologia nel Mondo post Epidemia si diffonderà in modo asimmetrico sia tra gli individui che tra i sistemi paese. Le basi di partenza sono molto diverse e l’Italia, come sempre, si troverà a dover rincorrere in salita, guidata da una classe politica di assoluta mediocrità. Ne sono l’emblema sia Berlusconi che parlava di Gogol per intendere Google, sia la setta Casaleggio alle prese con quella gigantesca barzelletta on line chiamata pomposamente piattaforma Rousseau.

L’Amministrazione pubblica, a parte qualche eccezione, sull’uso delle tecnologie e’ un assoluto disastro come testimoniato dal recente tragico flop del sito INPS le cui cause abbiamo documentato su questo sito.

La palude retrograda burocratica che spadroneggia nei Palazzi romani e’ in paranoia e sta organizzando la strenua resistenza al cambiamento. Lo possiamo già osservare nei testi dei decreti varati dal governo per fronteggiare l’emergenza. Un guazzabuglio di norme assurde che diffondono sconforto tra imprenditori e professionisti.

 

 

Fabio Scacciavillani

Sono nato a Campobasso nell’ormai lontano 1961. Finito il corso di laurea in Economia e commercio alla Luiss di Roma, sono stato ammesso al programma di Ph.D. in Economia all’Università di Chicago, dove ho anche insegnato alcuni corsi al College e alla Business School. Dopo aver preso il Ph.D. ho lavorato al Fondo monetario internazionale a Washington, alla Banca centrale europea a Francoforte (nel periodo pioneristico in cui è partita l’unione monetaria), a Goldman Sachs a Londra e da qualche anno mi sono trasferito nella Penisola Arabica, approdando prima in Qatar alla Gulf Organization for Industrial Consulting (un’organizzazione internazionale tra paesi del Golfo), poi negli Emirati Arabi Uniti come direttore della Ricerca macroeconomica e statistica al Centro finanziario internazionale di Dubai e infine a Muscat per lavorare al fondo sovrano dell’Oman dove sono stato il capo economista per poi assumere il ruolo di Chief Strategist Officer. Penso sia superfluo sottolineare che ciò che scrivo rispecchia solo mie opinioni personali e non coinvolge in alcun modo l’istituzione per la quale lavoro, o quelle per cui ho lavorato in passato, né contiene informazioni di sorta su investiment passati, presenti o futuri. Nelle mie ricerche e nell’attività professionale mi sono occupato principalmente di tassi di cambio, politica monetaria, riforme strutturali e mercati finanziari. Ultimamente la mia interfaccia con la realtà si è arricchita di un nuovo sensore, il Consiglio di Amministrazione di Sigit, una multinazionale nella componentistica termoplastica auto (e non solo) con mente italiana e ambizioni globali. Nonostante manchi dall’Italia da oltre venti anni, non ho mai reciso il cordone ombelicale con il mio paese (contro ogni ragionevolezza), continuando a sperare (contro ogni evidenza) in un suo futuro migliore. Quindi, più che un cervello in fuga (che sarebbe un’esagerazione), direi che (talvolta) mi sento una coscienza in esilio.

1 comment

Aldo Mariconda - Venezia 13/04/2020 at 19:15

Sono d’accordo in linea generale ma non farei di tutta l’erba un fascio sull’università. Sulle nuove tecnologie, l’e-learning ha avuto un’accelerazione imprevedibile prima della crisi, anche acquisendo il consenso di tanti docenti prima restiui ad usare i moderni mezzi ICT. Sono rimasti dei problemi relativi agli esami, perché è facile farli per le materie in cui si usa il tradizionale colloquio docente/studente, meno per quelle che richiedono esercizi, per i trucchi che possiamo facilmente immaginare.
Sul piano invece della qualità, se da un lato vi sono i difetti descritti dall’articolo, malgrado i tagli dei budget subiti da anni, vi sono ricercatori di eccellenza stimati a livello mondiale, che appunto nel quadro descritto non sempre trovano corrispondenti successi di carriera, anche causa il bislacco sistema ANVUR in vigore per il riconoscimento dell’abilitazione ad associato e a ordinario.
E questo è anche il motivo, unitamente alle ristrettezze di risorse citato e quindi anche ai limiti degli organici, della fuga dei cervelli. Abbiamo tanti ricercatori sparsi nelle migliori università del mondo.
Non sono un docente universitario, ma credo di conoscere abbastanza questo mondo.
Resta comunque un gap tra l’Italia e il resto dell’Europa, per non parlare di U.S. e Cina, sullo sviluppo e l’utilizzo delle nuove tecnologie, anche perché la politica è miope da troppi anni. Vi sono Paesi come la Svezia che hanno, oramai tanti anni fa e prima della liberalizzazione delle TLC, che hanno sfruttato appunto la deregulation come strumento di sviluppo, per creare sviluppo attraverso la Concorrenza e il Mercato. Il Italia si è persa un’opportunità.

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