Economia & Finanza

La presidenza di Confindustria al tempo del coronavirus

“L’impatto del Covid-19 interviene in un contesto di estrema debolezza dell’economia italiana, che già si muoveva sull’orlo della recessione. Con i dati disponibili fino ad oggi questo rischio si materializza: il Pil è atteso in calo già nel primo trimestre e vi sono elevate probabilità di una caduta più forte nel secondo”.

Il Centro studi di Confindustria, in “Congiuntura Flash”, fotografa la difficile situazione davanti agli occhi di tutti. “L’entità dell’impatto sul Pil è difficile da quantificare e dipenderà dalla durata e dalla diffusione della crisi sanitaria a livello nazionale e internazionale”, spiega il Centro studi di viale dell’Astronomia. “In assenza di misure efficaci e tempestive di politica economica – non solo in Italia – il rischio peggiore è che si verifichi un avvitamento tra shock della domanda e dell’offerta in grado di provocare una forte e prolungata recessione”.

In questo complicato contesto, il prossimo 26 marzo sarà designato il nuovo presidente degli industriali italiani da parte del Consiglio generale (179 elettori).

Se il cremasco Carlo Bonomi, classe 1966, presidente di Assolombarda, parte favorito, sono in crescita le quotazioni dell’attuale vicepresidente di Confindustria, la torinese Licia Mattioli, classe 1967, al vertice dell’omonima azienda di gioielli che vale 70 milioni di fatturato e ha 260 dipendenti. Il terzo candidato è il bresciano Giuseppe Pasini, classe 1961, a capo di Feralpi, colosso della siderurgia italiana da 1,32 miliardi di euro di fatturato e con 1.500 dipendenti, già al vertice di Federacciai.

Oltre alla gestione delle conseguenze economiche del coronavirus, al nuovo numero uno di viale dell’Astronomia spettano almeno due compiti non facili.

Il primo riguarda il rilancio dell’organizzazione industriale, indebolita non solo da alcune vicende non esaltanti delle ultime stagioni (dal processo con condanna a 14 anni per l’ex presidente Antonello Montante alla crisi del Sole 24 Ore), ma anche dalla crescente disintermediazione, cominciata con il governo Renzi e proseguita con il primo esecutivo di Giuseppe Conte: provvedimenti come il reddito di cittadinanza, quota cento, decreto dignità e depotenziamento di Industria 4.0 non hanno certo acceso entusiasmi all’interno di Confindustria. Nonostante i numerosi problemi interni, l’organizzazione degli imprenditori resta però di gran lunga la principale associazione di rappresentanza delle imprese manifatturiere e di servizi in Italia, con l’adesione volontaria di oltre 150 mila aziende di dimensioni piccole, medie e grandi, per un totale di quasi 5,5 milioni di addetti. Un patrimonio che un bravo presidente deve saper valorizzare.

Il secondo compito, collegato al primo, è la capacità – quale autorevole corpo intermedio – di ricostruire proficue relazioni istituzionali per “conquistare” le strategie più idonee a favore dell’industria e dell’economia italiana. Gli imprenditori, coscienti delle proprie attitudini e potenzialità distintive, debbono tornare ad offrire il proprio contributo multiforme e improntato ai valori della libertà di mercato allo sviluppo dei rapporti non solo con le istituzioni, anche a livello locale, ma con l’intera società civile, con il mondo culturale e delle professioni.

Missione non facile in un Paese fermo e soprattutto sfiduciato, dove le previsioni di Pil per il 2020 nel giro di qualche settimana sono passate dal più 0,6 per cento inserito dal governo nel Documento di economia e finanza a numeri con il meno davanti. A ciò si sommano le accuse di immobilismo all’organizzazione degli industriali non solo per la gestione del fronte interno, ma anche (e soprattutto) in Europa, dove sul piatto c’è la torta dei mille miliardi del Green New Deal che ha già acceso gli appetiti soprattutto di Germania e Francia in affanno.

La Mattioli, con toni profetici, da tempo sta puntando l’indice contro una politica incapace di decidere o abile solo nel varare provvedimenti che inseguono il consenso elettorale, quindi non funzionali al rilancio dell’economia. Le sue intenzioni parlano di una Confindustria più “all’attacco”, in sostanza più determinante nelle decisioni che riguardano l’intero paese. E mette in campo la sua esperienza come vicepresidente per l’internazionalizzazione, con capacità di fare squadra per il sostegno del made in Italy e dell’export, temi che ormai conquistano la cima delle agende con i disastri generati dal coronavirus.

Pierino Vago

Pierino Vago, irriverente canzonatore di costumi, s’affida a pensieri nomadi che finiscono nei milieu più imprevedibili. In una sorta di masochismo perenne, gli unici due punti di riferimento sono i cromosomi sanniti e il sangue giallorosso.

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