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La patrimoniale oltre la redistribuzione

Il problema dell’efficienza e la reale natura dell’equità per la politica tributaria

Qualche settimana fa ha fatto ritorno l’ipotesi di una “mini-patrimoniale” progressiva a partire da un’aliquota dello 0,2% sulla parte eccedente una soglia di 500.000 euro di patrimonio. L’imposta avrebbe presumibilmente sostituito l’IMU e l’imposta di bollo sui conti correnti bancari.

L’ipotesi alla fine è rientrata, ma non è questo che mi interessa, essendo solo l’ennesima volta che l’idea viene ipotizzata e poi scartata.

La questione è: perché è un’idea economica così di moda? (non solo in Italia, si guardi ad esempio agli USA, ed all’attenzione ricevuta dal libro Il Capitale del XXI Secolo di Piketty). Risolverebbe, secondo alcuni, un problema distributivo. Si farebbe pagare il fair share ai ricchi, soprattutto ai ricchissimi. Sia vero o meno che i ricchi vengono tassati troppo poco, tenere conto solo dell’equità è miope. La valutazione della politica tributaria deve guardare all’efficienza, oltre che alla distribuzione.

Diverse imposte producono diversi effetti sulla produttività, sul gettito fiscale, sull’allocazione delle risorse e sulla crescita economica. E non c’è stata, nella storia umana, cura più efficace contro la povertà della crescita, se è questa la preoccupazione.

Non c’è tantissima letteratura empirica sugli effetti dell’imposta patrimoniale, perché sono forse più i paesi che l’hanno tolta o hanno rinunciato ad istituirla che quelli che l’hanno attualmente nella loro normativa. C’è, in compenso, uno studio su perché molti paesi l’hanno nel tempo eliminata.

Bisogna però farsi un’idea dei possibili danni dell’imposta sulla base degli incentivi che dà ai contribuenti e soggetti economici in generale. Di seguito alcuni tra i più plausibili:

1. I capitali fuggono all’estero.

Se un’imposta molto diffusa nel mondo è quella sugli immobili (prima ICI, poi IMU), è perché le case non scappano. Tanto è vero che quasi dappertutto (almeno in occidente) tale prelievo fiscale finanzia gli enti locali. Come non scappano dai paesi, non scappano nemmeno dalle città, e il numero di case è un buon indicatore delle esigenze finanziarie dei comuni. Se i capitali finanziari spesso non sono tassati, è perché scappano.

Contano sia quelli che trasferiscono soldi e titoli a conti offshore, o simili, che quelli che vogliono semplicemente avere la residenza fiscale altrove. Questo erode base imponibile, ma anche opportunitá di investimento nel paese.

2. I contribuenti alienano parti di patrimonio eccedenti la soglia (es. € 500K) verso parenti con patrimonio complessivo più basso.

Di escamotage per pagare meno tasse se ne trovano molte. Cosa c’è di più facile che intestare parte degli averi a parenti (o amici) con patrimonio inferiore al mezzo milione?

3. L’accumulazione di ricchezza viene disincentivata, viste le mutate utilità di consumo e di risparmio.

Se io ho 100 euro potrei volerne consumare la totalità ora, o la totalitá in futuro, o 50 e 50, oppure 60 e 40. L’utilità del risparmio peró dipende anche dall’inflazione dei prezzi e dai rendimenti sulla ricchezza risparmiata. Dipende, ossia, da quanto potró godere di beni e servizi in futuro. L’imposta sul patrimonio riduce il rendimento del capitale e quindi muta le quantità consumate e risparmiate nelle scelte degli agenti. Secondo una vulgata diffusa il consumo sarebbe una componente più importante del PIL (pensate a tutti richiami a “stimolare i consumi” per la ripresa), ma non è cosí. Dai risparmi derivano gli anche investimenti rischiosi, ossia il sacrificio di risorse ora per maggiori benefici domani.

4. Si preferiscono mix di patrimonio con asset che sono sotto-prezzati dai criteri del fisco.

Se è tassata una quota variabile di tutto il patrimonio netto (proprietá meno debiti), si tassano immobili come anche liquiditá in conti bancari, ma anche obbligazioni, azioni, titoli derivati e partecipazioni in societá. Ma valutare l’intero patrimonio di una persona non è facile. Il valore dei soldi è facile: un euro vale un euro! Per gli altri asset, si deve trovare un importo che corrisponderá in genere al valore di scambio, il prezzo. Per azioni e obbligazioni scambiate nei mercati finanziari (la borsa), tale valore è facilmente osservabile e stimabile, in quanto gli scambi avvengono di continuo. Invece, asset non liquidi potrebbero non essere mai venduti per anni o decenni.

Se ho partecipazioni in una S.r.l. mai scambiate dalla sua fondazione nel 1990, il suo valore contabile (anche se corretto per l’inflazione) non terrá conto delle continuamente mutate aspettative su rischio e redditività. Il prezzo di un’azione scambiata in borsa si adatta a tali aspettative continuamente. A parità di rischio e flussi di entrate attesi, sceglierei l’asset che risulta avere valore minore secondo i criteri scelti dal fisco, perché tassato di meno. La societá con valore determinato tre decenni fa potrebbe quindi non diventare mai S.p.A. quotata in borsa. Questo è un caso di allocazione inefficiente delle risorse in generale, e ancora più rilevante per l’Italia è il fatto che abbiamo molte imprese piccole e medie che non si finanziano sui mercati finanziari, che potrebbero essere ulteriormente incentivate a non farlo.

La questione distributiva

Menzionate le criticità dal lato dell’efficienza, la questione distributiva merita comunque attenzione, perché l’argomentazione basata sulla disuguaglianza di ricchezza è concettualmente fallace.

Prendendo in considerazione la situazione mondiale, è popolare la nozione che alcuni miliardari sarebbero troppo ricchi, come anche che sarebbero diventati troppo ricchi con la crisi legata al COVID-19, ed è forte l’argomento per cui la patrimoniale servirebbe proprio a correggere tale sbilanciamento. Nulla di tutto ciò è ovvio. Innanzitutto, i miliardari che starebbero diventando più ricchi stanno vedendo aumentare il valore di mercato del proprio patrimonio perché aumenta il valore di scambio delle azioni che detengono. Questo perché aumenta il valore atteso dei loro rendimenti futuri. Se si ritiene che tecnologie legate ad internet e al business da remoto saranno rilevanti in maniera crescente, ci si aspetta maggiori profitti nel futuro dei relativi settori.

Il valore delle azioni quotate riflette quindi scommesse sul futuro. Sono ricchezze non realizzate. Con queste non posso, in questo momento, semplicemente spendere più soldi per usufruire di più barche a vela. Coloro che detengono quote rilevanti di gruppi aziendali giganti (Google, Amazon, ecc.) non possono neanche convertire questa ricchezza basata su aspettative di mercato in liquidità immediata tanto facilmente: se vendono le partecipazioni velocemente, il prezzo di queste cade in modo drastico.

Oltretutto, quella ricchezza sarà realizzata solo quando si rivelerà esatta l’aspettativa di guadagno, ossia quando si realizzeranno i profitti futuri, che verranno eventualmente tassati. Ne deriva che i ricchi diventeranno effettivamentepiù ricchi grazie alle attivitá produttive solo se le risorse continueranno ad essere investite nelle attività stesse. Possiamo lamentarci di quelli che hanno redditi tanto alti da potersi comprare due o tre case al giorno, ma i miliardari dei quali ci si lamenta di frequente, quelli al top della classe di reddito e di ricchezza, si stanno arricchendo proprio perché non stanno acquistando decine di case da villeggiatura, ma stanno reinvestendo in attività produttive. Gli stessi non stanno neanche consumando un granché, soprattutto quelli che un grande patrimonio in valore di mercato.

Da qui un paio di considerazioni. Quando ci si pone il problema della disuguaglianza, bisogna chiedersi di quale disuguaglianza di parla. Le disparità di consumo sarebbero le stesse della ricchezza? Probabilmente no, dall’evidenza esistente. E se i ricchi non stanno consumando molto (relativamente a reddito o patrimonio), si pone ben meno un problema di disparità di tenore di vita. Inoltre, per motivi menzionati prima, è meglio tassare secondo gli incentivi alla produttività: meglio tassare i consumi rispetto ai risparmi; meglio tassare le case che il patrimonio finanziario.

In conclusione, ci sono vari motivi per i quali l’imposta patrimoniale è probabilmente una brutta idea, sia per quanto concerne gli effetti sull’efficienza che quelli dell’equità. A chi voglia approfondire ulteriormente il tema, consiglio questa serie di articoli di John Cochrane.

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