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Attualità Politica estera

La crisi identitaria della Middle Class americana

Parlando di America in questi giorni è spesso emerso l’argomento disuguaglianze. C’è però una questione più sottile, ma significativa a monte: un Paese cresciuto nell’abitudine mentale di giustificare la povertà tramite l’inettitudine, e quindi la disuguaglianza con l’inadeguatezza, vacilla quando una middle class incapace di affrontare le sfide della globalizzazione si riscopre inadeguata ed in crisi d’identità.

Se è chiaro a tutti che un nero di New Orleans non ha le stesse possibilità di un bianco della West Coast, posta la segmentazione del ceto medio americano, non è altrettanto chiaro che il tradizionale proprietario di una villa in Delaware, agiato se non seduto, non abbia le stesse possibilità del ventenne della Silicon Valley, ma rischiando addirittura di perdere tutto tenda ad arroccarsi in un liberalismo di facciata, de facto illiberale e populista, atto solo a rivendicare i privilegi di cui ha goduto finora. Se avete tempo per un solo articolo vi consiglio questo del New York Times, in estrema sintesi “Middle classes are not a priori engines of political liberalization. They can readily become the promoters of repressive authoritarianism if they fear for the loss of influence and wealth”.

Tornando alla famiglia americana del front yard il rischio non riguarda solo le perdite materiali, ma anche e soprattutto quelle ideologiche. Fino a ieri ha sempre pensato che i migliori ce la facessero e che i perdenti fossero inadeguati. E oggi? Trovandosi per la prima volta dall’altra parte è inevitabilmente condannata ad essere dimenticata secondo la logica prettamente utilitaristica di cui la middle class americana si è sempre (sempre, sempre) nutrita.

Trump, con ragionamenti fallaci e opportunisti, ha catalizzato in primis questa crisi identitaria giustificando il senso di inadeguatezza di tanti americani tradizionalisti, dando loro un appiglio per non dover mettere in discussione loro stessi e l’intero sistema che ha concesso loro prosperità e benessere negli anni addietro.

Alla base della filosofia di Trump c’è più del serraglio caotico che vediamo quotidianamente, c’è un cambio di paradigma che può coinvolgere gli operai e i ceti meno abbienti, ma strizza anzitutto l’occhio alla middle class: se oggi le cose non funzionano più non sei tu che non funzioni, ma il sistema che non te lo permette. Un tradizionalismo rivisitato in chiave reazionaria.

Ovviamente il trumpismo in sé non porterà a nulla, ma ha il merito d’aver sottolineato le contraddizioni su cui l’America è cresciuta negli ultimi 70 anni. E non parlo delle disuguaglianze socio-economiche che i socialisti amano proporre come causa e soluzione ad ogni male, ma dell’incongruenza di fondo nell’etica a stelle e strisce, sempre pronta a mettere all’indice l’insuccesso, ma solo quando non riguardi chi punta il dito.

Nell’era globalizzata dei monopoli e dell’esponenziale digitalizzazione per il ceto medio è diventato impossibile seguitare a cavalcare il mito del self-made man perché troppo distante, irraggiungibile. Materialmente lo stesso ceto medio si assottiglia sempre più, cadendo negli estremi e quindi negli estremismi, inasprendo i toni della discussione e ostacolando la mediazione democratica.

Trump non è causa di ciò che vediamo oggi, ma il terribile sintomo di un’America sempre meno abituata a pensare. Questo anche perché quando il tessuto sociale si estremizza ciò che conta non è il livello medio, ma il livello minimo. Essere atlantisti significa anche dover nascondere l’imbarazzo per quanto bassi siano i livelli minimi americani nell’istruzione, nella sanità, nel welfare. La capacità di pensiero non fa eccezione, bisogna apprenderla ed è indiscutibile che a sacche sempre più ampie della popolazione questa possibilità sia negata.

Non è solo una questione di reddito. La middle class americana per cultura riceve un’istruzione work-driven, ovvero basata sulla spendibilità professionale, sulle competenze necessarie a poter emergere nel mercato del lavoro. Ma quando, come in questi ultimi 10 anni, il mercato cambia radicalmente se manca la capacità di pensiero si finisce col mettere in dubbio la propria identità. A quel punto non resta che scegliere tra credere a Trump e non credere in niente, compresi sé stessi.

Nella gravità di quest’analisi si può scorgere bene una crisi culturale prima che economica, ma sono discorsi già fatti e strafatti… La filosofia chiave, di risposta, non è un accesso alla ricchezza uguale per tutti, ma un accesso alle opportunità, che è compito dello Stato garantire. Forse l’unico.

L’odierna middle class americana tuttavia non si riconoscerà mai in questo pensiero perché, seduta da anni sulla comodità della “can-do mentality”, ha cristallizzato un mondo di fantasia dove tutto è possibile per tutti. Un’America fiabesca e ben lontana dalla realtà attuale soprattutto quando bussa alla porta.

E allora ecco che è più facile credere ai complotti e alle balle di Trump piuttosto che mettersi in discussione e porsi delle domande serie su un sistema che fino a ieri è andato bene, ma che oggi inizia ad essere insoddisfacente per i più. Dall’altra parte è invece altrettanto facile addossare a Trump ogni colpa facendone un capro espiatorio, fiduciosi che spodestato il tiranno tutto tornerà alla normalità.

Spiace davvero scriverlo, ma è questa la sintesi di un’America ipocrita, che abbiamo già conosciuto quando puritana e proibizionista, che oggi non può più rimandare i conti con i suoi problemi strutturali (di cui avevo già scritto qui).

In quest’analisi dura, che non avrei mai pensato di poter scrivere solo qualche anno fa, risultano ancor più evidenti i limiti del Presidente Eletto Joe Biden che, pur dimostrandosi infinitamente migliore del suo predecessore, temo non abbia la forza necessaria per cambiare passo al Paese. Non posso che sperare di sbagliarmi.

1 comment

Dario Greggio 10/01/2021 at 02:18

“ma sono discorsi già fatti e strafatti”
ovviamente non abbastanza volte, e fai bene a riscrivere il concetto: “crisi culturale” ! (ovunque, in ogni meandro)

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