Corsivi corsari

La libertà non è una concessione dello Stato

Chi rinuncia alla libertà per la sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza” (Benjamin Franklin).

Da appassionato di viaggi ho sempre trovato affascinante la figura dei padri fondatori americani. A ben pensarci costituire uno Stato in un territorio di frontiera è la più limpida espressione di libertà, perché in quel frangente si parte da zero: tutto è possibile, tutto è da costruire, ma allo stesso tempo si fa incalzante la necessità di regole solide. Poche e ferree. Solo in quel frangente si sente pulsante come non mai l’esigenza di costruire lo Stato.

Non è un caso che i padri del liberalismo siano spesso passati di lì. Penso a Thomas Jefferson (“il peggior governo scaturisce dal troppo governoo ad Alexis de Tocqueville, francese che si recò in America per studiare la nascita della democrazia nelle terre di frontiera (“niente è meraviglioso come essere liberi, ma niente è più difficile che imparare ad usare la libertà).

Lo stesso Abraham Lincoln (“quasi tutti gli uomini sanno reggere le avversità, ma se volete testare un uomo dategli il potere) aveva perfettamente compreso l’importanza di una società libera che si auto-regolamentasse e considerò i relativi rischi inferiori ai benefici.

In questo momento storico non siamo rimasti in molti a farlo. In Italia abbiamo assistito alla proliferazione di comitati di super esperti, costituiti dal governo per scaricarvi le responsabilità delle proprie (non) scelte, e alla riduzione dei principali TG nazionali e della stampa al ruolo di servizio ai governanti. Si è parlato poco di libertà, con l’emergenza abbiamo dato per scontato doverla perdere in toto.

Ma gli uomini percepiscono per natura le proprie necessità e le soddisfano tramite le proprie libertà. Lo Stato non può stabilire i bisogni dei singoli. Detesto l’idea di uno Stato che metta in fila le necessità umane dalla più importante alla meno importante, come se esistesse un ordine gerarchico di priorità collettive, un novero assoluto inquadrato per tutti allo stesso modo. Non prendiamoci in giro: al di fuori del regime di monopolio e delle storture tecniche l’unico ordine accettabile è quello sancito dal mercato, un mercato sano e concorrenziale, dove si è liberi di comprare ciò che si necessita maggiormente e non può che essere il singolo individuo a decidere cosa sia più importante per sé stesso. Tutto il resto è chincaglieria normativa, un’ingerenza dello Stato nella vita altrui. Magari si evidenzieranno esigenze condivise e pure le libertà saranno accomunate, ma non è di certo lo Stato che le affibbia ad ognuno.

Negli ultimi mesi sembra quasi trasparire la natura recondita di questo governo, secondo cui tutto è vietato salvo ciò che è espressamente concesso.

Cerchiamo di rimettere ordine: tutto è libero salvo ciò che è necessario vietare. Una restrizione può essere assolutamente giustificabile, ma andrà assolutamente giustificata. I rischi devono essere pesati con i benefici, gli interessi dei singoli bilanciati e non è cosa semplice. L’alternativa però è una semplicissima dittatura, dove gli esperti di tutto decidono per tutti.

Al netto delle competenze tecniche non c’è modo di sostituirsi in toto alla libertà dei cittadini e se questi sono ignoranti e bigotti la soluzione non è né il bastone né la carota, ma un investimento lungimirante nel sistema educativo, soprattutto laddove annualmente si spende più in interessi sul debito che in istruzione.

Non ho lesinato critiche alla giunta lombarda quando ce n’era bisogno, ma c’è un argomento per cui voglio spezzare una lancia: la zona rossa ad Alzano Lombardo non era da farsi (e chi lo scrive lavora a 4 kilometri da Alzano). Quando ci si accorse della necessità di istituirla era ormai troppo tardi perché potesse essere utile, i cittadini erano già entrati in stretto e prolungato contatto con persone al di fuori dell’ipotetico perimetro. Un evento foriero di gravi conseguenze fu la partita Atalanta-Valencia del 19 Febbraio: 40 mila persone che da Bergamo si diressero a San Siro, spesso con mezzi condivisi, per trascorrere gomito a gomito un’intera giornata. È troppo facile criticare oggi col senno di poi.  È evidente che una zona di contenimento si sarebbe rivelata provvidenziale se fatta per tempo, ma all’epoca non c’erano sufficienti evidenze per giustificarla.

La libertà non si può limitare senza gravissime e più che comprovate motivazioni e anche in questi casi bisogna sempre vigilare perché  quando persa, è persa per sempre (John Adams).

La dittatura si instaura nell’emergenza e si nutre della paura, dell’incertezza, del sospetto (vedi assistenti civici). Quando i salari sono ai massimi, la disoccupazione ai minimi e gli indici di sviluppo umano alti non si instaura un regime. Non passeremo da un Conte Giuseppe ad un Cavaliere Mussolini, ma sono i piccoli passi che conducono, attraverso la scala di grigi delle democrature, a regimi autoritari. Gli esempi dell’Ungheria, del Brasile, della Turchia, della Russia e della Cina sono evidenti.

La libertà è la cosa più importante che abbiamo, ci appartiene, ci identifica come individui. Non è una concessione dello Stato, ma è l’esistenza dello Stato semmai una necessaria concessione della nostra libertà.

Questa idea dello Stato paternalista, con un governo che concede la libertà quando lo reputa opportuno inizia a davvero a starmi stretta.

Jacopo Soregaroli

Imprenditore, studente di Medicina, turbo-liberale con fiamme "neo"liberiste e qualche perversione socialisteggiante dura a morire.

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