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Venti dall'isola

La comunicazione medico-scientifica ai tempi del Covid-19

Covid-19

La comunicazione medico-scientifica ai tempi del Covid-19

In tempi come questi lasciare la parola agli esperti è la cosa migliore. Cosa succede quando la comunità medico-scientifica va in conflitto, facendo le mosse comunicative sbagliate? La perdita di fiducia è un fianco scoperto, motivo per cui gli specialisti dovrebbero affidarsi di più a chi è capace di comunicare.

In questi tempi infausti da coronavirus il ruolo dell’informazione e della comunicazione è diventato cruciale, sia nel bene che nel male. I social ci hanno un po’ abituato ad esprimerci un po’ su qualsiasi cosa e le epidemie non fanno certo eccezione. Tralasciando fuori da questo pezzo il ruolo di talune testate, online e non, nell’alimentare la sensazione di psicosi e “catastrofe nucleare imminente”, la cosa che più ha colpito è la battaglia a suon di social degli specialisti in materia e la comunicazione che gli stessi hanno voluto fare rivolgendosi ai loro migliori clienti: più di 60 milioni di potenziali pazienti nel nostro paese.

Lavoro nella comunicazione medica e so che la comunicazione medico-paziente non è cosa da poco. Bisogna rendere semplici e non spaventevoli delle nozioni spesso complicate (in ufficio scherziamo chiamando la lingua dei medici il “medichese”) e che non possono sempre piacere. Siamo schiacciati da fake news provenienti da ogni angolo e balliamo su un filo di seta tra il dire la cosa giusta e scientificamente accurata e il raccontare una bubbolata di dimensioni cosmiche, prendendoci la responsabilità del caso. L’ultima autorità in materia è ovviamente in mano allo specialista che però deve essere in grado di filtrare e far passare un messaggio che abbia lo stesso rigore scientifico, ma che non sia incomprensibile. Un medico è per deontologia portato a parlare al paziente, stabilire un rapporto di fiducia che deve esserci e non si deve esaurire. Siamo di fronte ad un problema nell’era della comunicazione veloce sui social. Parlare ad un paziente è un conto, parlare ad una popolazione spaventata è un altro.

Le epidemie, le malattie, la mancanza di cure fanno paura, non prendiamoci in giro. I nostri fari di speranza sono sicuramente gli specialisti, al quale ci rivolgiamo in attesa di responsi. Oncologi, cardiologi, neurochirurghi, pediatri e, nel caso posto in essere, virologi. Da quando sono apparsi i primi casi italiani di Covid-19 si è assistito alla più grande e stramba “scazzottata” tra specialisti a suon di post e interviste mai vista. Non voglio fare nomi, sappiamo tutti quanti di cosa sto parlando.

I pazienti che non percepiscono lo specialista vicino a loro, che lo vedono come una figura granitica che dà le sue risposte incomprensibili al volgo perdono automaticamente fiducia nei confronti dei loro medici, volgendo lo sguardo dall’altra parte.

E lì nascono i problemi.

Partiamo dal presupposto che la medicina è una scienza e come tale è comprovata da trial clinici e studi rigorosi. Possiamo avere delle opinioni, ma queste devono essere supportate da dati empirici. Tutto deve poi convergere sul consenso. Cosa succede però quando gli specialisti portano davanti agli occhi dei loro pazienti il conflitto e la mancanza di consenso? Dal punto di vista comunicativo, la comunità scientifica espone così un fianco verso coloro che con la disinformazione probabilmente portano il pane in tavola. I pazienti che vedono il conflitto, che non percepiscono lo specialista vicino a loro, che lo vedono come una figura granitica che dà le sue risposte incomprensibili al volgo perdono automaticamente fiducia nei confronti dei loro medici, volgendo lo sguardo dall’altra parte. E lì nascono i problemi.

Questa perdita di fiducia la vediamo da un bel po’, non solo nel caso Covid-19. Inutile quasi citare il fenomeno anti-vax, nato da studi deliranti, cialtroni e fraudolenti di un certo Wakefield, al quale un sacco di persone credono, nonostante egli sia stato allontanato dalla comunità medica. L’audience si fida di chi sa comunicare bene e che colpisce dritto al punto. Non si fida invece di chi non riesce ad avere un certo tipo di ascendente, e di chi è percepito come un “professorone”. E quindi ecco che lo specialista che perde di credibilità viene facilmente rimpiazzato dallo “sciamano” e dal “diffusore” di teorie complottiste e che, cavalcando il destriero del Dunning-Kruger, è sicuramente più bravo a comunicare degli specialisti di cui sopra. Senza offesa.

Si sta leggendo di tutto in giro, ognuno vuole dire la sua, ognuno ha la verità in mano, le comunicazioni vengono travisate, le traduzioni dal sito dell’OMS sono sbagliate e si stanno formulando le teorie più assurde con toni talmente allarmistici che è quasi comprensibile che si sia scatenata la psicosi. Il panico scatta quando si perde il punto di riferimento, quando siamo davanti all’ignoto, quando non c’è pragmaticità e razionalità.

La comunicazione non è una scienza rigorosa come la medicina, ma segue delle regole. Se queste non si applicano, ecco che succede il disastro, tra gente convinta di fare mascherine in casa con un tessuto e le corse all’Amuchina, che neanche negli Stati Uniti durante il gold rush. Ci dovrebbe essere una catena di montaggio tra medici, comunicatori, di nuovo medici che divulgano e target finale, ossia i potenziali pazienti. Il tutto trasparente, rigoroso, accuratamente scientifico e – soprattutto – semplice e rassicurante in un clima di consenso e fiducia. Forse sto parlando di utopia, ma è così che dovrebbe andare, anche se ci vorrà moltissimo per capirlo.

Da qualcosa dovremmo pur partire, quindi partiamo dal pacificare il consenso scientifico evitando match all’ultimo sangue tra specialisti. Il resto verrà da sé.

1 comment

Luca Celati 09/03/2020 at 12:03

Sono d’accordo con il tono dell’articolo. Due macroscopici errori che sono stati commessi dall’inizio di questa crisi a Gennaio:
1) Conte ed il governo, abituati al primato della politica e al suo quasi-monopolio mediatico, si sono posti al centro della comunicazione anche in questo caso, in cui il nemico-virus è ancora sostanzialmente sconosciuto e neppure i tecnici e gli scienziati sono ancora riusciti a venire a capo sul come combatterlo, nè tantomeno ad avere un consenso. A differenza di altri campi, in cui il feedback da decisioni sbagliate arriva a scoppio ritardato e ci si puo’ parare il fondoschiena, la salute e i mercati ti asfaltano velocemente.Assai piu’ astuto sarebbe stato lasciare il 70% delle comunicazioni agli scienziati il 20% alla Protezione Civile e apparire per un brevissimo aggiornamento non piu’ di 5 minuti alla settimana. Il Governo – e in particolare il Ministro della Salute – hanno una immensa responsabilità oggettiva. Almeno quest’ultimo, per dignità dovrebbe almeno offrire le proprie dimissioni.
2) Anche fra gli scienziati, visti i disaccordi su una materia cosi’ complessa e controversa, il governo avrebbe fatto bene a nominare un comintato scientifico di 5 o 7 esperti con un solo portavoce, decisioni a maggioranza con eventuali riserve.

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