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Diritti civili Esteri

Iran: proteste di libertà

Teheran 13 settembre 2022: la 23enne Mahsa Amini, curdo-iraniana si trova nel centro di Teheran, capitale dell’Iran assieme alla sua famiglia per un giro nella capitale del paese. A un tratto viene fermata dagli agenti della polizia morale del regime degli ayatollah con l’accusa di non portare il velo in modo corretto, scoprendo di fatto una ciocca di capelli: la ragazza morirà poche ore dopo il fermo nella stazione di polizia a causa delle percosse subite.

A partire da quel giorno iniziano numerose manifestazioni di protesta contro il regime iraniano. Migliaia di donne, ma anche di uomini, principalmente giovani scandiscono slogan contro Alì Khamenei al grido di “morte al dittatore”.

L’eco delle proteste si è fatto sentire in tutto il mondo. I manifestanti che hanno ricevuto ampio sostegno specialmente in Occidente ma non solo: anche la società civile iraniana ha preso parte a queste manifestazioni che si pongono come obiettivo quello di cambiare lo status quo, obiettivo differente alle proteste degli anni scorsi quando si contestava il carovita imposto dal governo a causa di una difficile situazione economica e di una cattiva gestione della pandemia da Covid-19.

Intervistato dal Corriere della Sera, Farahmand Alipour, uno dei leader del Movimento verde che nel 2009 aveva preso parte alle manifestazioni che contestavano la rielezione dell’ultraconservatore Ahmadinejad, ha affermato di condividere l’obiettivo di queste proteste.

Un celebre scrittore iraniano in esilio, Mohammad Tolouei, ha affermato che i giovani che protestano ricevono l’appoggio delle generazioni più anziane che ne premiano il coraggio.

A sostenere le proteste delle donne iraniane, sono scese in campo molte persone comuni, ma anche VIP occidentali e politici europei, come registi, attivisti per i diritti umani e personaggi del mondo sportivo: il regista premio Oscar Asghar Farhadi ha espresso tutto il suo sostegno alla causa dei manifestanti incoraggiandoli a continuare nelle proteste, che si sono allargate anche in città tra le più conservatrici del paese, come Isfahan o Mashaad.

Oltre al regista Farhadi, a sostegno delle proteste, che nel frattempo sono costate la vita a 154 persone, si è schierato anche Mohamed Alì Karimi celebre calciatore iraniano con un passato nel Bayern Monaco e sempre molto attivo nel contestare gli ayattolah già dai tempi del movimento verde. Anche i calciatori attuali della nazionale iraniana hanno appoggiato le proteste coprendosi con un giubbotto nero durante l’esecuzione dell’inno nazionale prima di una partita amichevole contro il Senegal, gesto che ha tra i suoi ispiratori Sardar Azmoun e Mehdi Taremi due tra i calciatori iraniani più rappresentativi del momento.

In Iran il calcio è uno sport estremamente popolare e a fare scalpore fu il caso di Sahar Kodayari che si era suicidata dopo aver sfidato il divieto per le donne di entrare allo stadio durante una partita della Champions League asiatica. In quel caso intervenne la FIFA che fece fare una parziale marcia indietro al regime. Il regime aprì quindi per le donne la possibilità di assistere alle partite sia del campionato nazionale che delle partite internazionali, ma a marzo del 2022 è tornato sui suoi passi impedendo loro l’accesso alla partita di qualificazione ai mondiali Iran-Libano.

Le proteste di questi giorni hanno portato alla morte di altre due ragazze: Hadis Najafi simbolo delle proteste, che si era fatta riprendere in video mentre si tagliava una ciocca di capelli in segno di protesta contro il regime; e Nika Shakarami che si era sfilata l’hijab e aveva cantato “bella ciao” canzone che è diventata uno dei simboli delle proteste. In questi giorni le proteste hanno toccato sia le università, che le scuole superiori con le ragazze che sfilanodsi il velo mostrano il dito medio ai ritratti di Khamenei e di Khomeini, il padre della rivoluzione islamica del 1979, mentre sempre nei licei del paese è partito il coro già intonato nei primi giorni di proteste “morte al dittatore” riferendosi appunto a Khamenei.

Non è la prima volta che proteste così accese si scatenano in Iran per cercare di rovesciare un regime sempre più oscurantista e fuori dal tempo. Nel 1999 passarono alla storia le proteste del cosiddetto “venerdì di sangue”. Alcuni studenti universitari, incoraggiati dal programma riformista di Khatami, aprirono quotidiani di orientamento progressista. Uno di questi quotidiani prese il nome di “Salam”, e venne fatto chiudere dal clero sciita più conservatore che adottò leggi che portarono a una limitazione della libertà di stampa. Fu questa decisione a scatenare proteste in tutto l’Iran, in particolare a Teheran, Isfahan, Mashhad e Tabriz. Le repressioni del 14 luglio 1999 furono violente: sotto ordine di Khamenei, le milizie armate Basiji sostenute dai militanti di Hezbollah assaltarono il dormitorio dell’università statale di Teheran uccidendo 3 persone, ferendone 3 e arrestandone 100. Di queste, 4 furono condannate a morte.

Altra protesta degna di nota è quella del già citato “movimento verde” nella quale si contestava la vittoria di Ahamadinejad. Le proteste che culminarono con la morte di Neda Agha-Soltan, avvenuta il 20 giugno del 2009: in quel caso, i Basjii sostenuti dai Pasdaran, i guardiani della rivoluzione, diedero il via libera a una repressione durissima che ha portò a numerose denunce delle associazioni che si occupano dei diritti umani.

È ancora presto per poter dire se le proteste di questi giorni possano portare a un rovesciamento del regime o se l’assenza di leader possa dare il via libera al regime per chiudere nel modo peggiore la situazione. Quello che è certo è che tutti i regimi prima o poi sono destinati a cadere, perché la voglia di libertà prima o poi si fa sentire.

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