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Diritti civili

In Turchia rischi la prigione se difendi la comunità LGBT+

melike ozgur turchia

In questi giorni, Amnesty International e altre ONG hanno puntato i fari sull’ennesimo attacco alla comunità LGBT+ in Turchia. Il 10 dicembre, infatti, è stato rinviato il verdetto sul processo di diciotto studenti e un membro del personale accademico dell’Università tecnica del Medio Oriente (Middle East Technical University, Metu), accusati di aver organizzato e preso parte a un sit-in pacifico nel proprio campus universitario.

I fatti

Il 28 giugno viene celebrata la Giornata Mondiale dell’orgoglio LGBT, così, nell’estate del 2019, un gruppo di studenti ha chiesto di fare una manifestazione pacifica nell’Università, che la direzione dell’ateneo aveva deciso di vietare. Le forze di polizia turche erano intervenute attaccando con spray al peperoncino, proiettili di plastica e gas lacrimogeni chi stava difendendo i diritti civili.

La motivazione giuridica a cui si è appellata la direzione dell’università per vietare il Pride annuale nel campus era il divieto generalizzato introdotto durante lo stato di emergenza, in base al quale venivano proibite tutte le attività LGBT+ ad Ankara.

Tuttavia, la Corte amministrativa di appello di Ankara ha eliminato tale divieto nel febbraio del 2019, quindi è da considerare illegittima la decisione dell’Università. Un anno dopo, nel giugno del 2020, un altro tribunale amministrativo di Ankara ha ribaltato il divieto illegale dell’università, confermando l’assenza di basi giuridiche.

Le 19 persone hanno organizzato e partecipato al pride sono accusate di “partecipazione a una riunione illegittima” e “di mancata dispersione nonostante gli avvertimenti”. A suffragio, se ancora ce ne fosse bisogno, che lo stato di diritto in Turchia è pura utopia.

L’appello delle ONG

La situazione della comunità LGBT+ in Turchia è sempre peggiore, ecco perché il caso degli studenti della Metu fa parte di Write for Rights, la campagna globale di Amnesty International, lanciata lo scorso mese.

Nell’ambito di tale iniziativa, si può firmare un invito al ministro della Giustizia turco a ritirare immediatamente le accuse contro Melike Balkan e Özgür Gür, promosso da due studenti (nella foto, n.d.a.) erti a simbolo della manifestazione repressa.

La comunità LGBT+ in Turchia

La Turchia è l’unico Paese musulmano del Medio Oriente in cui l’omosessualità non è proibita per legge, ma la comunità LGBT+ non può certamente dirsi integrata.

Nel 2015 il Gay Pride di Instanbul è stato represso dalla polizia in tenuta antisommossa, con proiettili di gomma e cannoni ad acqua. Da quell’anno, i tentativi di vietare ed ostacolare le manifestazioni LGBT+ sono diventati sempre più perentori.

Nel 2014, l’allora ministro della giustizia Bekir Bozdag ha dichiarato l’avvio di un programma di protezione per i detenuti, costruendo celle separate per i reclusi gay e transessuali. «Chi abbia manifestato la propria omosessualità – ha dichiarato Bozdag – non sarà con gli altri detenuti nelle aree comuni, neanche durante le attività sociali della prigione». Nelle prigioni, com’è facile immaginare, le discriminazioni sono già all’ordine del giorno.

In Turchia, inoltre, vige la leva militare obbligatoria per tutti i cittadini di sesso maschile tra i 18 e i 41 anni. Prima del 2015, dichiarando la propria omosessualità e portando delle prove fotografiche si poteva ricorrere all’obiezione di coscienza. Da cinque anni non è più così, qualora un individuo omosessuale dovesse fare coming out, però, verrebbe giudicato non idoneo a prestare il servizio militare.

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