Attualità

In ricordo di Antonio Megalizzi, europeista immoderato

Un anno fa perdevamo Antonio Megalizzi. Succedeva il 14 dicembre scorso. Tre giorni prima Antonio passeggiava con gli amici per i mercatini natalizi di Strasburgo, quando la follia del fanatismo islamico se lo è portato via con un attacco vigliacco. Faceva parte della nostra famiglia, aveva deciso di condividere le sue idee anche attraverso le pagine di questo sito. Credeva in un’Europa più forte come strumento di affermazione degli individui. Aveva una passione per la verità e per le sfide dell’attualità, e per questo aveva deciso di dedicare la sua vita al giornalismo.

Antonio era una persona brillante, tenace e profondamente immoderata, nel modo in cui intendiamo noi questa parola. Un estremista dell’Europa nel mondo dei brexiters. Estremista delle libertà nel mondo di chi vuole alzare barriere contro le persone, contro le merci e contro le idee. Estremista del buon senso, in altre parole. Avrebbe, ne siamo certi, fatto la differenza. L’ha fatta: oggi è un simbolo di tutto ciò che gli stava più a cuore nella vita. Abbiamo deciso di ricordarlo nel modo che ci sembrava più naturale: con i suoi articoli a cui, non ce ne vorrete, abbiamo pensato di affiancare alcune nostre considerazioni e pensieri. Ciao Antonio.

In questo anno innumerevoli volte le persone ti hanno pensato. Mi è capitato di parlare di te con gli amici, con dei giornalisti, con dei consulenti aziendali prima di salire sul palco per la presentazione di un lavoro importante, con degli sconosciuti in treno. Moltissime volte ho letto di te su news online, moltissime volte tra gli Immoderati ci è venuto da dire: “Ah se Antonio sapesse questa cosa!”.

Ti piaceva ascoltare le storie degli altri, e ti piaceva parlare di te. Forse per questo è ancora più forte dover accettare che sia passato un anno. Un anno dai tuoi racconti sulle birre belghe, dai documentari sui totalitarismi, dalle tue citazioni di Woody Allen e De Andrè, dai progetti sull’andare a mangiare cozze a Bruxelles e sul riunire i liberali italiani. Un anno dai tuoi messaggi a orari improbabili di mattina dove mi dicevi: “Cambiamo il mondo oggi?”

Osservando tutte le volte che le tue parole, in un qualche inaspettato modo, hanno riecheggiato in questi mesi nella vita di tutti i giorni, mi viene da pensare che alla fine ce l’hai fatta. Non nel modo in cui pensavi, non nel modo che volevi, che tutte le persone che ti amano avrebbero mai voluto. Eppure, alla fine, lo sai che il mondo l’hai cambiato davvero?

Il mondo, da quando conosce le tue idee, il tuo sorriso pulito, le tue eroiche gesta in nome di qualcosa di più grande, è un po’ più bello. La verità, è che sei stato una figura d’ispirazione per moltissima gente. Ho visto persone riprendere le attività politiche in tuo nome, tornare a impegnarsi nel sociale, dire: “Lo faccio per lui”. Io stessa devo ringraziare la tua foto ricordo attaccata al mio frigo che mi ha ricordato diverse volte il dovere di non rimanere in silenzio di fronte ad alcune battaglie, spesso anche perse.

Per questo, oggi, con il cuore colmo di tristezza, la poesia di Oriana Fallaci sui 30 anni, di cui parlavamo insieme, forse può avere un altro sapore. Non più il sapore della rabbia, nel pensare che quei versi ti piacevano ma non hai avuto il modo di sperimentarli nei tuoi 30 anni mai arrivati. Piuttosto, il sapore di una nuova, straordinaria consapevolezza: i 30 anni li stai comunque vivendo in mezzo a noi, in noi, nei semi che hai gettato nelle coscienze delle persone, nell’amore che ci hai regalato. Il tuo ricordo nel nostro cuore, le tue idee sulle nostre spalle e il tuo sorriso riflesso nel nostro sorriso.

Arrivederci, amico mio.

Di Chiara Bastianelli

A un anno di distanza rimane sconfortante pensare agli eventi che hanno portato via Antonio. In un’epoca storica in cui non siamo abituati alla violenza diffusa, è ancora più difficile accettare tragedie di questo tipo. Eppure, talvolta accade l’inaspettato che infrange sogni, distruggendo sul nascere ciò che è in fase di costruzione ma già mostra in tutto il suo splendore un enorme potenziale.

È proprio questo il ricordo che ho di Antonio: una stella nascente che è già in grado di affascinare; un germoglio in punto di sbocciatura, che preannuncia la meraviglia dei petali che fioriranno; un talento che abbiamo potuto intravedere, ma che per la gran parte rimarrà inespresso.

E mentre il mondo procede lento nella sua tendenza secolare al miglioramento delle condizioni umane, è difficile non pensare che Antonio avrebbe potuto essere uno dei tanti artefici di tale progresso. Uno tra molti, speciale a modo suo, capace di fornire il suo piccolo contributo per una società più prospera, libera e fraterna.

Ma per quanto il dolore di un evento possa sconvolgere, la rotta che Antonio avrebbe contribuito a mantenere resta quella. Il suo esempio di instancabile lavoratore, di pragmatico sognatore, e di determinato costruttore è impresso nel nostro immaginario. Anche senza Antonio, il suo ricordo ci accompagna, fornendoci spunti e motivi in più per impegnarci a migliorare ciò che conta davvero.

Di Filippo Massari

Il mio ricordo legato ad Antonio risale a una frequentazione di circa tre anni. Discutevamo di tutto: dalla musica — adorava i Baustelle e in particolare il cantautorato italiano — alla politica: riteneva di essere naturaliter un conservatore, legge e ordine, benché progressista sui diritti sociali e civili (oltreché un liberale).

Ma soprattutto discettavamo di giornalismo, la sua più grande e autentica passione. Scriveva per un giornale locale trentino, talvolta su gli Immoderati. Aveva provato più volte (senza successo) a collaborare con vari quotidiani tramite concorsi, stage ecc.Ricordo ancora i suoi resoconti, colmi di entusiasmo, dal festival del giornalismo a Perugia. Era ben consapevole che per un giovane non era mai stato così difficile come oggi entrare in questo mondo visto lo stato di crisi in cui versa l’editoria. Nell’attesa che la sua carriera giornalistica decollasse, si dilettava a lavorare in radio (prima di dedicarsi a tempo pieno ad Europhonica era diventato direttore artistico di un emittente di Rovereto). Aveva sempre la battuta pronta, i tempi giusti. In questo campo i suoi modelli erano Alessandro Cattelan e Giuseppe Cruciani.

Non era affatto un euro-entusiasta di quelli fanatici ed ottusi. Tuttavia, mal sopportava la narrazione che i politici italiani fanno dell’Europa, come un luogo di occhiuti burocrati intenti a sabotare l’azione riformatrice dei nostri governi. Il lavoro a Strasburgo gli prendeva molto tempo: doveva studiare i dossier, preparare le interviste agli europarlamentari. Ma non se ne è mai lamentato.Antonio era una persona estroversa, appassionata, curiosa. Non si prendeva mai troppo sul serio; come giornalista e scrittore l’ironia, il tratto sardonico era la sua qualità principale, sicché gli preconizzavo una carriera di successo come autore satirico (ai livelli di Michele Serra o Alessandro Robecchi). Non per caso Woody Allen era il suo regista preferito.

Dormiva 5/6 ore a notte, eppure trovava sempre il tempo e le energie per scrivere, discutere, sfornare nuove idee e riflessioni. Quando l’ho sentito l’ultima volta, due settimane prima che perisse, stava ultimando la stesura di un romanzo a cui lavorava da due anni. Antonio era un idealista, con una forte passione civile e politica, ma non si sarebbe mai riconosciuto nelle definizioni, stucchevoli, che la stampa e i media gli hanno appioppato nei giorni della sua morte (generazione erasmus, la meglio gioventù ecc) né tantomeno avrebbe gradito di essere degradato a banderuola di una determinata parte politica. Manca molto a tutti quelli che lo hanno conosciuto. 

Di Elia Dall’Aglio

Gli articoli di Antonio

Il coma di Schengen: “Comunque, politically correct a parte, il coma di Schengen dura in realtà da qualche anno. Il tir che l’ha investito, carico di terrorismo, populismo, nazionalismo e vittimismo (vorrei dire anche ipocrisia, ma non finisce in -ismo), ha provocato ferite insanabili che peggiorano di ora in ora, che mettono in ansia i famigliari e preoccupano i suoi medici in Commissione Europea.”

I deliri post-Colonia: “I populisti sono i figli dei clic di Facebook, quelli che pensano che con un “sì” e un “no” si possano cambiare statuti, costituzioni, accordi internazionali.”

Lo chiameremo Socialcidio: “Non siamo cattivi per natura, o per una predisposizione genetica. Lo siamo a seconda della situazione nella quale ci troviamo. Il nostro dove, in questo caso, è il web. Più precisamente i social network come Facebook e Twitter. Un mare magnum di opinioni, commenti e dissacranti prese di posizione nel quale chiunque si crede attendibile”.

Erdogan e ‘Armenia: una storia da bannare: “Sì, Presidente Erdogan, cancellate. Come gli ebrei durante il nazismo, i Kulaki e gli ucraini in Unione Sovietica, i Tutsi in Ruanda e i cambogiani sotto Pol Pot. Lo so io, lo sa lei, è scritto nella storia. Che non si può oscurare, chiudere o bloccare.”

Il triangolo no: ” L’University College di Londra ha dimostrato, in uno studio del 2008, come i sentimenti di odio e d’amore risiederebbero nella stessa zona del cervello: in pratica avrebbero lo stesso “interruttore”. Che è un po’ il motivo per il quale spesso troviamo gli stessi drastici estremi gesti alla base di uno o dell’altro trasporto emotivo.”

La guerra dei click: ” Come previsto dai terroristi, che di mestiere fanno proprio questo, il tremendo attentato ha scatenato tra le reazioni più varie, arrivando a formare fazioni di popolo che non sembravano aspettare altro che schierarsi.”

Leave a Comment